Acqua, Terra e Dignità. La storia di Máxima Acuña Chaupe

Ognuno conduce la sua vita ispirato dai valori in cui crede. Pessimi o meravigliosi che siano. Quelli che guidano Máxima Acuña Chaupe, una contadina peruviana, si chiamano Acqua, Terra e Dignità.

Máxima ha 44 anni, è analfabeta e con la sua famiglia lavora un appezzamento di terreno sulle Ande, a 4200 metri di altitudine. Coltivano patate e pochi ortaggi. Allevano anche pecore e qualche mucca per il latte e il formaggio, La vita è dura, di pura sussistenza, ma è la loro vita.

Un brutto giorno, il 9 agosto del 2011, pesanti mezzi di sbancamento arrivano sui suoi campi. Un gigante minerario, la Yanacocha, di proprietà della Newmont Corporation vuole la sua terra. Di più afferma essere già sua.

Questi moderni cercatori d’oro non mettono a repentaglio la loro vita. Usano i mezzi forniti dalla ricchezza e dal potere e, certo, non intendono tener conto delle ragioni di una piccola donna che vuole difendere il suo diritto di vivere in pace sulla sua terra.

Negli ultimi decenni l’industria mineraria in Perù è cresciuta in modo esponenziale. Con la promessa di posti di lavoro, di prosperità economica e con l’appoggio del governo. Naturalmente i contadini rurali non vengono consultati e continuano a vivere in condizioni di povertà. Anzi, peggio. Molte comunità hanno visto ridursi la possibilità di attingere l’acqua potabile e quella per l’irrigazione a seguito dell’inquinamento dei corsi d’acqua causato dai rifiuti minerari. Rifiuti a base di cianuro, utilizzato per estrarre l’oro dalle pietre frantumate.

Negli altopiani di Celendin, a nord del Perù, dove quasi la metà del territorio è stata data in concessione mineraria, la Yanacocha vuole ampliare la miniera d’oro e sviluppare il progetto “Conga”. Il progetto, che passa anche sul terreno di Máxima, prevede il drenaggio di cinque laghi. Uno di questi, la Laguna Azul, è destinato a diventare una fossa di stoccaggio. Una minaccia per le sorgenti e per l’intero l’ecosistema, una delle zone umide a maggior diversità biologica.

Quando Máxima rifiuta di andarsene, la multinazionale la denuncia e i paramilitari la assediano. Lei, incredibilmente, resiste.

Máxima è citata in giudizio e condannata,  per occupazione illegale della terra, a quasi tre anni di carcere, con sospensione della pena detentiva, e al pagamento di una multa di circa 2mila dollari. Una somma enorme per un contadino peruviano.

Maxima chiede aiuto legale all’ONG ambientalista Grufides che sostiene i membri della comunità locale nelle loro cause contro le compagnie petrolifere. Grazie all’avvocato Mirtha Vásquez viene presentata una richiesta di appello e raccolti i documenti che dimostrano il legittimo possesso della terra che la Newmont rivendica. Nel dicembre del 2014 una nuova sentenza si pronuncia a favore di Máxima. La pena è annullata e lo sfratto bloccato.

Il nuovo giudizio non ferma le minacce da parte della società mineraria e delle sue guardie armate. Con la scusa di delimitare i suoi possedimenti, la società mineraria costruisce un recinto intorno alla terra di Máxima, limitando i suoi movimenti, distrugge i suoi campi di patate e continua nei tribunali la sua battaglia legale contro i diritti che una contadina ha la “sfacciataggine” di rivendicare.

Amiamo la storia di Máxima perché ci toglie alibi e ci dà coraggio. Ci toglie dalle spalle il comodo abito del “che posso fare”. Ci insegna che, se motivati e disposti lottare, non si è mai soli. Qualcuno che cammina al tuo fianco si trova. Magari è debole come te, ma l’unione di tante debolezze motivate può costruire una grande forza alla quale, chissà, anche le multinazionali affamate d’oro possono piegarsi. Lo scorso aprile Máxima Acuña de Chaupe ha ricevuto il “Nobel per l’Ambiente”, Goldman Prize 2016.

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