UNA PASSEGGIATA ALL’ISOLA DELLA CONA

Una riserva naturale che attira molti uccelli di passaggio lungo le principali rotte migratorie paleartiche dell’avifauna acquatica. Un vero paradiso per gli appassionati del birdwatching

di Roberto Guglielmi

In Italia abbiamo la fortuna di poter contare su di una sterminata varietà di ambienti; si passa dalle foci dei fiumi – a delta o a estuario – , fino alle praterie d’altitudine e alle zone delle nevi perenni, sulle Alpi, passando per i boschi misti del piano collinare, ricchi di essenze arboree decidue come Carpini (Carpinusbetulus), Ornielli (Fraxinusornus), Frassini (Fraxinusexcelsior). Anche se il nostro territorio si presenta alquanto antropizzato, ciò che in Italia colpisce è una sorta di “naturalità diffusa”, che fa sì che vi sia un mosaico di appezzamenti dove – sia pure nell’assedio asfissiante del cemento – vengono conservate piccole gemme di biodiversità. In questo quadro, ad esempio, una voce significativa ce l’hanno i ripristini ambientali, aree nelle quali l’azione dell’uomo, una volta tanto, è intervenuta per riconsegnare a pezzi di ambiente una fisionomia più appetibile a varie specie animali che precedentemente avevano dovuto abbandonare il sito, in quanto divenuto inadatto, a seguito della perdita dell’habitat causata dall’uomo. Tra queste aree – nel nostro Paese se ne contano sempre di più, soprattutto al Nord – ce n’è una che in pochi anni è diventata una delle mete preferite di ornitologi, naturalisti, birdwatchers e fotografi, nonché semplici appassionati di camminate in natura: si tratta dell’Isola della Cona (GO), una vera e propria isola, sia pure divisa dal continente da uno stretto canale, che si trova alle foci del fiume Isonzo, reso celebre dalla poesia “I fiumi”, del poeta Giuseppe Ungaretti. L’area, che si estende per circa 24000 ettari, è una Riserva Naturale, e gode di un regime di protezione molto stretto. La Riserva fa parte di una rete di zone umide molto importanti, si tratta delle zone umide – tra le quali molte sono le lagune – dell’Alto Adriatico, che si collocano in posizione strategica lungo le principali rotte migratorie paleartiche dell’avifauna acquatica, e non solo. Qui, come si accennava prima, da diversi anni ormai è stato ricreato un habitat adatto a tantissime specie di uccelli acquatici migratori, che hanno necessità di sostare in tutta sicurezza per diversi giorni, durante il transito migratorio, per potersi rifocillare. La mano dell’uomo è intervenuta in tal caso positivamente, permettendo l’allagamento di una vasta area, la qual cosa ha finito per creare acquitrini e zone di acqua bassa, che sono il terreno di foraggiamento ideale per tutta una serie di uccelli, molti dei quali appartengono al gruppo informale dei “limicoli”, uccelli dal piumaggio compatto, dal volo forte e diritto, dal becco lungo e dalle zampe sottili, che instancabilmente sondano il fango alla ricerca del nutrimento, rappresentato in genere da piccoli invertebrati. Schiere di Piro-piri boscherecci (Tringa glareola), Totani mori (Tringa erythropus), Pittime reali (Limosa limosa), Cavalieri d’Italia (Himantopushimantopus), Beccaccini (Gallinagogallinago) e Pavoncelle (Vanellusvanellus)– solo per citare alcuni di questi uccelli che approfittano dell’assist fornito qui dall’uomo – affollano le zone fangose o acquitrinose, trasformando le distese limose in paesaggi brulicanti di vita.

La soddisfazione di poter vedere da vicino questi uccelli, durante le loro abituali attività vitali, è unica. Intorno a questa vasta area di fango e acqua, infatti, è stato predisposto un sentiero ad anello, punteggiato di ottimi capanni per l’osservazione e la fotografia naturalistica. Gli uccelli, ormai abituati alla discreta presenza umana, celata all’interno dei capanni, sono soliti anche riposare nei pressi delle feritoie, e così non è raro poter ammirare a distanza ravvicinata, in tutto il loro splendore, Garzette (Egretta garzetta) e altri ardeidi mentre, rimanendo fermi su di una zampa sola, si puliscono il piumaggio lentamente, con opportuni e delicati movimenti del becco.

Talvolta ci si imbatte in specie più rare, come le Spatole (Platalealeucorodia), che, con l’estremità allargata e piatta del lungo becco, tentano di catturare qualche invertebrato, dragando instancabilmente il fondo.

Ospiti fissi sono pure i Marangoni minori (Phalacrocoraxpygmeus), specie appartenente alla famiglia dei Phalacrocoracidae, ovvero quella dei cormorani; il nome scientifico della specie, pygmeus, chiarisce l’essenza di questa specie, che raggiunge una lunghezza di 45-55 cm, mentre il Cormorano (Phalacrocoraxcarbo) può arrivare fino ai 94 cm di lunghezza. Come i cormorani, anche i marangoni sono privi della ghiandola dell’uropigio, che secerne un liquido impermeabilizzante, per cui sono costretti, dopo esserci immersi in acqua per catturare il pesce, a restare fermi su qualche posatoio, con le ali distese ad asciugare al sole. Si narra – ma l’ipotesi finora non ha trovato riscontri attendibili – che questi uccelli, praticamente non nidificanti in Italia fino agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso (a parte casi sporadici) ed arrivati a più di 100 coppie nidificanti già nel 2001, abbiano colonizzato massicciamente le zone umide del Nord-Est italiano a partire da quegli anni, proprio per sfuggire al disturbo che la contemporanea guerra tra Croazia e Serbia aveva portato nei territori che furono teatro delle fasi più terribili del conflitto, nella zona della Slavonia, intorno alla città di Vukovar, dove per l’appunto vi è un vero e proprio paradiso ornitologico, che risponde al nome di KopačkiRit, con estese paludi, regno delle Aquile di mare (Haliaeetusalbicilla).

All’isola della Cona, una presenza fissa e suggestiva, inoltre, è quella dei cavalli di razza Camargue, che vengono tenuti allo stato semi-brado, e si possono vedere spesso mentre si immergono nelle zone paludose in cui l’acqua è più profonda, spesso tallonati dagli Aironi guardabuoi (Bubulcus ibis). Proprio a questi Aironi ho dedicato una parte importante del mio lavoro di documentazione fotografica delle presenze ornitiche della Riserva. Questi uccelli hanno cominciato a nidificare in Italia nel 1985, nei canneti degli stagni di Molentargius in Sardegna, quando gli ornitologi Grussu e Secci ne diedero la notizia con la scoperta del primo nido con pulli. Da allora la specie ha colonizzato in pochi anni tutta la Penisola, cominciando dal Nord Italia, dove ha formato diverse colonie riproduttive lungo il Po e i suoi affluenti, per giungere anche a Sud, dove si moltiplicano le segnalazioni di nuclei di coppie nidificanti, in garzaie miste con altre specie, come la sopracitata Garzetta. L’ultimo censimento nazionale degli ardeidi, condotto nel 2002 e coordinato dal Prof. Mauro Fasola, ha permesso di contare in Italia ben 1187 nidi di questa specie.Tra le ragioni di un così rapido ampliamento dell’areale in tutta Italia, vi è senza dubbio il noto opportunismo alimentare manifestato dalla specie, che ha imparato a seguire gli aratri trainati dai trattori, per catturare tutti quegli animali del suolo – compresi topi e altri piccoli mammiferi – che vengono riportati in superficie dal continuo rimescolamento del terreno, causato dal movimento delle lame dell’aratro.

Ma gli Aironi guardabuoi – come suggerisce il nome – si associano tipicamente ai grossi erbivori al pascolo; questo, almeno, è quello che fanno nella savana africana, dove questa specie – che ha una corologia subcosmopolita – pure vive. E in Italia? Abbiamo già detto degli aratri, che animali non sono ma ne prendono in un certo senso il posto, da un punto di vista ecologico, e agli occhi degli Aironi guardabuoi. All’isola della Cona, però, ci sono i cavalli, e sono liberi di muoversi; ebbene, questi cavalli si spostano con la scorta di Aironi guardabuoi al seguito; i cavalli avanzano nell’erba, e gli aironi li seguono a ruota, pronti a catturare con precisi colpi di becco tutti quegli insetti – ditteri, ortotteri, ecc. – che volano via o saltano dall’erba, disturbati dal passaggio dei grossi erbivori, rendendosi così improvvisamente visibili agli uccelli, loro predatori. Ma spesso le prede degli aironi si trovano sugli arti dei cavalli – sono ditteri parassiti – , e così l’Airone non deve fare altro che avvicinarsi di soppiatto al placido cavallo, e liberarlo agilmente del suo parassita, con una piccola beccata indolore. Ecco, abbiamo delineato un classico esempio di interazione simbiotica tra due animali, nella quale entrambi ricevono un vantaggio: il cavallo viene alleggerito dei parassiti, e l’airone trova da mangiare con meno sforzo. Ma la pigrizia (o la voglia di mangiare), a volte, è tale, che gli aironi salgono sulla groppa dei cavalli, e si fanno trasportare da lui allegramente per un bel tratto.

Queste ed altre scene di vita selvatica sono visibili all’Isola della Cona, un’area che non sarà wilderness, ma che ci insegna che l’uomo può fare ancora molto per la sopravvivenza della fauna e degli ecosistemi.

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