I mille el dorado del Perù

Il paese è aperto al turismo di massa solo da pochi decenni, ma già si assiste a uno snaturamento culturale e al Machu Picchu che sprofonda qualche centimetro ogni anno sotto la pressione turistica. Viaggio in un ambiente ricco di biodiversità, tra grandi bellezze naturali e quartieri senza fogne, elettricità, acqua. Con la speranza che sia ancora possibile salvarlo

di Diego Fontana

Un grosso scoiattolo grigio compie i propri equilibrismi sui cavi appesi tra i palazzi, indifferente al traffico mattutino che intasa le vie della capitale, appena qualche metro sotto di lui. È la prima immagine di Lima che mi si è impressa nelle retine, un condensato del Perù e del suo schizofrenico dibattersi tra natura selvaggia e scarichi velenosi, tra la meraviglia di un colibrì iridescente che tuffa il becco nel tubo scarlatto di un fiore di cantuta e lo strazio di quartieri senza fogne, elettricità e acqua, che nascono in un battito d’ali ingurgitando suolo e risorse, come metastasi bulimiche di un organismo forse non ancora del tutto conscio del proprio male.

«È da anni che non piove come si deve» ci dirà solo qualche ora più tardi la nostra guida, con una rassegnazione che somiglia quasi a noncuranza. La siccità che caratterizza queste terre esaspera gli effetti dell’inquinamento, contribuendo a trasformare l’aria in una miscela di gas tra i più irrespirabili del Sudamerica. Eppure Lima è anche la città del Parque El Olivar, un uliveto urbano con millecinquecento alberi, cuore verde e orgoglio del quartiere San Isidro, un vero monumento naturale che da quattro secoli è parte imprescindibile dell’identità cittadina.

Gli urubù, i neri signori dei cieli di Lima, rimpicciolisco dietro di noi, mentre sfidiamo la polvere del deserto sul nastro d’asfalto della Panamericana, proiettati in direzione di Nasca. Le aride regioni costiere rappresentano una delle tre fasce climatiche verticali in cui è possibile suddividere il Paese. In quella centrale si trovano le eterogenee regioni andine, che ospitano una rapsodia di terrazzamenti secolari e vasti altipiani custoditi dall’abbraccio di cime che svettano oltre i seimila metri. Qui, in epoche che sfuggono alla storia, l’uomo apprese i segreti per coltivare mais e quinoa persino a quattromila metri di altezza. Ancora oggi il Perù è uno dei principali produttori di questo pseudocereale, di cui l’Europa sembra essersi invaghita soprattutto negli ultimi anni. Infine, nell’entroterra, l’esercito verde della foresta amazzonica riesce ancora a resistere alla sfibrante guerra di trincea a cui il contingente umano lo sottopone da secoli.

«In realtà – puntualizza la nostra guida – il territorio peruviano è caratterizzato da una una grande molteplicità di microclimi, fondamentali per la biodiversità. Solo per fare esempio, sul nostro territorio contiamo oltre tremila varietà di tuberi». La delicata biodiversità di flora e fauna rappresenta forse il vero tesoro del Perù, ma nonostante le leggi che tentano di salvaguardarla – per limitare il più possibile le contaminazioni è vietato per esempio salire a bordo di un aereo con frutta e verdura – la strada verso un’idea condivisa di tutela del territorio è ripida e costellata di divari profondi come canyon, che affondano le radici nella storia stessa di questa nazione, lacerata dallo scontro tra istanze diametralmente opposte: nella tradizione andina, ancora viva e presente in molte comunità, non è concepibile l’idea di possesso applicata al territorio. Il terreno è gestito dalla collettività e spetta alla collettività coltivarlo, preservarlo e custodirlo per il bene comune. L’irrompere del concetto occidentale di proprietà privata ha avuto un impatto sconvolgente su queste popolazioni, abituate a vivere un rapporto simbiotico con l’ambiente, a considerare divini i monti (Apu) e sacri il condor, il puma e il serpente.

Un esempio virtuoso sembra essere rappresentato dalle Islas Ballestas, punta di diamante della Riserva Naturale di Paracas, dove da anni si sperimenta un equilibrio possibile tra necessità economiche e tutela della natura. In quest’area, protetta già dal 1975, trova rifugio una consistente varietà di uccelli, tra cui la specie rara e minacciata del pinguino di Humboldt. Ed è proprio qui, sotto cieli letteralmente coperti da nuvole di sule, pellicani e cormorani, che viene raccolto un guano estremamente ricco di azoto, considerato un formidabile fertilizzante naturale. La sua importanza è tale da essere stato oggetto di aspre contese tra Perù e Cile, sfociate sul finire dell’Ottocento nella Guerra del Pacifico. Fino a quando la raccolta del guano e il sostenuto flusso turistico si dimostreranno vantaggiosi per questa regione, è lecito ipotizzare che la Riserva di Paracas rimarrà un baluardo per la tutela della fauna e un esempio concreto di come la conservazione della natura possa realmente contribuire anche allo sviluppo economico.

Abbandonata Arequipa, la meravigliosa Ciudad Blanca incastonata come una perla iridescente tra le cime di tre monumentali vulcani, ci inerpichiamo tra ripide viuzze che s’ingarbugliano tra i quartieri poveri, in un acquerello caotico e sgargiante di bancarelle, bandiere rosse e bianche che campeggiano su abitazioni appena accennate e una selva di armature in ferro che sgorgano da ogni dove a graffiare il cielo, come per imprigionare i sogni di tutta questa umanità, quando nelle intenzioni dovrebbero invece proiettarli in un futuro fatto di felicità regolamentata, acqua potabile ed elettricità, nella speranza che entro qualche anno, anche questi agglomerati abusivi vengano regolarizzati.

Mentre le molecole si diradano al pari delle ultime tracce di presenza umana, una vigogna ci attraversa la strada in un paesaggio grafico ed essenziale, quasi un quadro astratto. Il resto del percorso è un lirico susseguirsi di epifanie: alpaca, lama e un’infinità di specie di uccelli – fenicotteri, ibis, oche andine – entrano in scena come attori in un palcoscenico di terra rossa, gialla, verde e viola. Nella Pampa di Toccra, nel bel mezzo della Riserva Naturale di Salinas y Agua Blanca, le vigogne, che i conquistadores avevano letteralmente decimato, vivono oggi in uno stato semi-selvatico, protette da leggi che impediscono la caccia e regolamentano rigidamente la tosatura. Prerogativa delle famiglie nobili già al tempo degli Inca, la lana che si ricava dal manto della vigogna ha una qualità altissima, paragonabile a quella del cachemire e – insieme a quella meno pregiata ma estremamente diffusa dell’alpaca – gioca un ruolo determinante nell’economia.

È anche su questo, credo, che un viaggiatore ha il dovere di riflettere quando – dopo un estenuante arrancare su di una striscia di polvere che si divincola tra i baratri del Canyon del Colca – approda alla Cruz del Condor per osservare il volo soprannaturale dell’avvoltoio divino, che nella cosmogonia Inca aveva il compito di riportare al sole le anime dei defunti per perpetrare il ciclo vitale: parte della conservazione del delicato equilibrio naturale peruviano passa certamente anche attraverso le responsabilità di chi visita il Paese. Il Perù si è aperto al turismo di massa solo nella sua storia più recente e queste decadi potrebbero essere cruciali. Se i turisti sapranno dimostrare interesse e sensibilità verso i tesori naturali di questa nazione, se capiranno che è la biodiversità il vero El Dorado, allora contribuiranno, almeno in parte, a un meccanismo virtuoso sul lungo termine: è facile ipotizzare che solo se per il governo risulterà vantaggioso investire nella salvaguardia di un habitat, si muoverà in questa direzione.

Un paio di giorni dopo la visita al Canyon del Colca approdiamo ad Aguas Calientes, campo base obbligatorio per raggiungere il sito di Machu Picchu. L’impatto è sconcertante: epilettiche insegne al neon, pietre posticce in cartapesta e statue in plastica di guerrieri Inca prostituiscono ai turisti l’identità, la cultura e la storia di questi luoghi. Ci stringe il cuore constatare che il centro abitato più vicino all’ombelico profondo e autentico del Perù rappresenti l’esatto opposto: una colonia sistematicamente sottomessa a noi turisti conquistadores, che invadiamo queste terre ogni giorno. Eppure passare qualche ora immersi nel chiasso di queste vie è forse l’esperienza più rivelatrice per comprendere appieno le proprie responsabilità di turista: se il Perù che desideri non è altro che un pacchetto in stile menù da fast food, con giusto una spruzzata di atmosfere etniche condite da qualche brivido d’avventura che non metta mai in discussione le tue sicurezze, lo troverai facilmente. Ti si presenterà davanti agli occhi festante e pieno di colori sgargianti, in forma di guanti peruviani ma cinesi, guerrieri in plastica da abbracciare per un selfie e tanti souvenir di Machu Picchu made in Taiwan. Quando infine te ne andrai, devi essere consapevole che è questo Perù, quello che hai contribuito a far proliferare.

Se intendi scoprire un Perù più autentico, dovrai scoprirti un po’ anche tu. Dovrai essere disposto a confrontarti con la diversità e a restituire qualcosa agli dei, alle valli e agli abitanti di questi luoghi. È macinando questi pensieri che decido di compiere la mia personale e modestissima offerta alla Pachamama – la benevola Madre Terra che ancora oggi si cela spesso dietro al culto della Madonna: eviterò le navette turistiche che colonizzano la montagna come asfissianti parassiti e mi guadagnerò interiormente il diritto di accedere al sito, sacrificando polmoni e quadricipiti al Machu Picchu sul ripido sentiero che in un paio d’ore copre circa quattrocento metri di dislivello, per dare un senso vero e mio a questa esperienza.

«Siete tra gli ultimi fortunati a poterlo vedere così – spiega la guida conducendoci verso il cuore delle rovine – molto presto le visite saranno limitate, perché a causa dell’afflusso di turisti, sprofonda di qualche centimetro l’anno». Mentre rientriamo, attraversando una Valle Sacra irrorata dalla luce arancio del sole al tramonto che accende di riflessi madreperla le Saline di Maras, rivedo nella mente l’immagine del Machu Picchu che sprofonda nella montagna e ritorna nel ventre della Madre Terra. Chissà che gli Inca non l’avessero in qualche modo calcolato. Chissà che non sia un segno, un monito: ci sarà dato ammirare la meraviglia del Perù solo fino a quando dimostreremo di meritarla.

Lascia un commento