Isole Azzorre – viaggio con le balene

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Isole Azzorre - Viaggio con le balene


di Diego Fontana

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A Pico tra cetacei e fringuelli, nell’arcipelago della natura esuberante. Un luogo laboratorio dove dare un senso alla propria vita. Ma l’astore, l’uccello che ha dato il nome all’arcipelago, non abita qui

È acqua ovunque, l'isola di Pico, seconda per grandezza nell'arcipelago delle Isole Azzorre. Dal basso le agguerrite onde dell'Atlantico esplodono schiumanti tra le rocce nere di lava solida, dall'alto le nubi grondano una pioggia sottile, che il vento disperde in triliardi di molecole e trasporta in ogni dove. Sorvegliato a dovere dall'imponente dio vulcano – la montagna più alta dell'intero Portogallo - che affonda i piedi negli abissi oceanici e spinge il capo lassù oltre le nuvole, il ciclo ancestrale che lega le acque marine a quelle celesti funziona a pieno regime e garantisce il proliferare della vita, traboccante di biodiversità. Centinaia di cetacei hanno trovato in questo angolo di universo le condizioni ideali per stabilirsi o sostare qualche tempo rifocillandosi tra una migrazione e l'altra. E se per molti anni sono stati oggetto di caccia per gli abitanti che la fame e la povertà spingevano in mare su esili barche a remi non appena veniva avvistato un capodoglio, oggi le cose sono molto cambiate. L'ultimo esemplare è stato ucciso nel 1987. Da allora il blu ha smesso di tingersi di rosso.

Ma non è tanto all'epica della furibonda battaglia tra l'uomo e i selvaggi leviatani oceanici che penso, mentre infilo la muta per la nostra prima uscita, in cui tenteremo di nuotare insieme ai delfini. Non è tra le burrascose pagine di Melville, che vaga la mia mente. Piuttosto ripesco vaghi ricordi di certi miti, di certe storie iniziatiche dove le acque e le balene alludono all'idea di una nuova nascita, di una riemersione da sé. Gli eschimesi dello stretto di Boering raccontano dell'eroe Corvo (curiosamente è lo stesso nome di un'isola delle Azzorre) che si gettò tra le fauci di una balena, il greco Ercole affronta un mostro marino mandato da Poseidone, mentre il biblico Giona resta chiuso tre giorni e tre notti nel ventre della balena per essere infine rimesso al mondo. Per non parlare di Pinocchio, che si libera dalla pelle d'asino immergendosi nell'oceano e risorge come una persona vera e completa solo dopo aver affrontato la balena che aveva inghiottito il padre.

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Così, mentre Chiara cerca di prepararci alle sensazioni che proveremo non appena ci troveremo a contatto con i delfini, mi chiedo se forse non rappresenti proprio questo, l'isola di Pico: un luogo-laboratorio dove approdano persone da ogni parte del pianeta, attratte dal magnetismo esercitato dall'acqua e dalle balene, in cerca di una possibilità di ricostruire il proprio percorso di vita, inseguendo un'intuizione, una passione o una vera e propria vocazione. Di certo hanno significato questo per Enrico e Dania, fondatori della compagnia di whale watching a cui abbiamo scelto di appoggiarci per questo viaggio. «Per anni, come imprenditore digitale ho raggiunto ottimi traguardi, ma la mia unica passione sono sempre stati i cetacei, – mi racconta Enrico, laureato in chimica come la moglie e studioso di balene da sempre – così, dopo una valutazione scrupolosa, abbiamo trovato in questo luogo le condizioni ideali per dare forma al nostro sogno. Volevamo trovare un equilibrio possibile tra un'attività di turismo sostenibile, che potesse sensibilizzare il pubblico e promuovere la divulgazione scientifica, e la possibilità di fornire contributi utili a università ed enti di ricerca. I nostri dati, per esempio, offrono ogni giorno maggiori conferme rispetto all'ipotesi di una migrazione dei misticeti dai mari del nord Europa alle acque di Capo Verde, dove vanno a riprodursi». In mezzo a questa autostrada marina c'è quella che Enrico definisce, con una freddura che strappa sempre un sorriso ai turisti, l'auto-krill delle Azzorre, dove le grandi balene sostano per rifocillarsi: l'abbondante e nutriente krill, specifico di questo ecosistema, è stato catalogato e documentato proprio grazie alle attività della sua compagnia. Anche per la sorella Patrizia, per Stefano, Caspar, Chiara e per molti altri ragazzi incontrati durante il viaggio pare che l'isola di Pico rappresenti un luogo dove sperimentare percorsi di vita e di lavoro. Chiara è una biologa di Milano. Si è trasferita qui da qualche mese per lavorare a contatto con i cetacei. «Sarà tutto blu, in ogni direzione. Voi, il blu e i delfini. Sarà bellissimo, vedrete» ci incoraggia. Da lì a pochi minuti scopriremo quanto avesse ragione: nuotare in un grembo senza dimensione, tra delfini che appaiono come ologrammi incorporei e privi peso, è un'esperienza vagamente metafisica, che assomiglia molto a un sogno o forse a un'immersione nel proprio inconscio. Stefano, toscano di Sesto Fiorentino, vive qui da sei anni. «Perché hai scelto di trasferirti proprio a Pico?» gli chiedo. «Tu l'hai mai vista una balena?» mi domanda, invece di rispondermi. Sono le parole più eloquenti che possa dirmi. Dopo un paio di cucchiaiate ristoratrici alla zuppa del giorno – una tipica canja de galinha a base di brodo e riso - mi svela qualche altro dettaglio. In Italia si occupava di telefonia, capitò qui anni fa per una semplice vacanza. Tra lui e Pico è stato un colpo di fulmine: ha chiesto subito a Enrico che cosa fosse necessario per lavorare con lui e in tempi record ha conseguito tutte le patenti e i brevetti richiesti, ha imparato un buon portoghese e un discreto inglese. Dopodiché è riapparso sull'isola, chiedendo di essere messo alla prova. Ora, tra un'immersione con gli squali e un'uscita di whale watching, sente di condurre esattamente la vita che desiderava.

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Poco dopo ci troviamo in pieno oceano, con il vento che schiaffeggia il viso e gonfia le mantelle impermeabili. La conversazione con Stefano mi risuona ancora in testa quando avvistiamo, molto più vicina di quanto osassi anche solo immaginare, una balenottera azzurra. È la prima della mia vita. Dopo qualche soffio alto diversi metri, mostra la coda immensa grigio blu, su cui scivolano rivoli d'acqua, prima di immergersi alla ricerca del krill. È l'animale più grande mai apparso sul pianeta, e la sua sopravvivenza è drammaticamente a rischio. Trovarsi al cospetto di questo gigante, così possente e così delicato, ha qualcosa che supera l'osservazione naturalistica e tocca nel profondo, quasi fosse la manifestazione corporea di una qualche forza divina, davanti alla quale non si può che ringraziare e provare un senso di responsabilità. Non abbiamo nemmeno il tempo di elaborare la sensazione, ed ecco apparire due maestose balene comuni. Sembra incredibile, eppure in poco più di un'ora riusciremo ad avvistare anche un piccolo gruppo di capodogli, con il caratteristico soffio inclinato, tursiopi e decine di delfini particolarmente in vena di giochi.

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«La criminalità è praticamente ridotta a zero» ci spiega una mattina Patrizia, sorella del fondatore Enrico. Come Stefano, si è trasferita qui diversi anni fa dopo un periodo di vacanza. Oggi anche una delle sue figlie vive sull'isola. Ci fornisce indicazioni preziose per una visita alla Via delle Vigne, un percorso suggestivo – decretato patrimonio dell'umanità dall'Unesco - tra sentieri di terra satura di rosso e viticci verdissimi, custoditi al riparo dal vento da labirintici muretti neri in pietra lavica, detti currais. Ma anche in questo paradiso, puntualizza, non tutto è davvero perfetto: «Da queste parti i medici scarseggiano. Per curarci siamo spesso costretti a prendere il traghetto e raggiungere Faial, più sviluppata da molti punti di vista, compreso quello sanitario». Un altro problema è rappresentato da alcuni pescatori che, fedeli a metodi tramandati da generazioni, non sono sempre bendisposti verso le limitazioni di legge che tutelano la conservazione delle specie. Esistono anche casi di ristoratori che acquistano pesce sottodimensionato, o pescato in periodi proibiti.

«Un'altra battaglia che sarà fondamentale vincere da qui ai prossimi anni – ci spiega Caspar durante il viaggio in auto sino a Lajes, dove sorge un museo dedicato all'arte baleniera – è quella contro i pesticidi. Gli abitanti ne usano troppi, e con troppa poca consapevolezza, sia per le viti, sia per le altre colture». La cittadina di Madalena, dove ha sede la compagnia di whale watching a cui ci siamo appoggiati, aveva dato i natali a un museo dedicato a un grande studioso dei cetacei: Malcolm Clarke, il cui nome fa capolino anche in un curioso graffito nei pressi della piazza. Ma un insolito e violento fenomeno di mareggiata lo ha distrutto, insieme a una porzione di costa. Quasi che il mare abbia voluto riprendere con sé un sapere che gli appartiene di diritto. Caspar è molto attento al tema dell'ecologia e conosce scrupolosamente la flora e la fauna di queste terre. Al ritorno avvistiamo una sottospecie endemica di poiana comune, unico rapace nidificante a Pico. «I primi coloni pensavano si trattasse di un astore – açor, in portoghese – ed è quasi certo che le Azzorre si chiamino così proprio per questa ragione» mi spiega, mentre mi indica il suo comportamento in volo, caratterizzato da meno volteggi e da più spirito santo rispetto alla poiana comune che abita i venti italiani. In effetti l'astore, pur comparendo anche sulla bandiera ufficiale dell'arcipelago – regione autonoma del Portogallo - pare non sia mai stato presente. Infine, da buon olandese – anche lui si è trasferito qui da qualche tempo, per inseguire la sua passione - Caspar ci fa notare che nella costruzione dei numerosi mulini a vento che costellano i paesaggi dell'isola non possa non esserci lo zampino dei fiamminghi, tra le prime popolazioni ad approdare qui, insieme ai portoghesi.

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Durante la nostra permanenza abbiamo la fortuna di avvistare molte altre balene comuni – in un'uscita distinguiamo con sorprendente chiarezza il lato destro, bianchissimo, della mandibola - e piccoli gruppi di giovani capodogli. Visitiamo anche una vigia, una torretta di avvistamento per i cetacei, attrezzata ancora con gli stessi strumenti risalenti ai tempi crudeli e leggendari della caccia ai capodogli. Una semplice radio trasmittente è l'oggetto più tecnologico che si possa notare. Il resto è demandato a un buon vecchio binocolo e all'esperienza dell'avvistatore nel distinguere una specie da un'altra, semplicemente gettando una rapida occhiata al soffio. Anche i cieli umidi riservano piacevoli sorprese: oltre alla poiana, alle numerosissime berte maggiori e alle piccole ma fiere sterne, ho la fortuna di imbattermi in qualche fringuello delle Isole Azzorre nei pressi del lago do Capitão e in una Ballerina gialla indifferente al maltempo.

Osserviamo Pico rimpicciolire dal traghetto che ci condurrà a Faial, dove esploreremo la celebre caldeira vulcanica al centro dell'isola e l'area surreale di Capelinhos, teatro dell'ultima eruzione vulcanica delle Isole Azzorre, avvenuta nel 1957. È gratitudine, il sentimento che provo verso l'esuberante natura dell'arcipelago, così generosa nel darsi, e verso le persone che hanno condiviso le loro storie con me. Raccontarle è il minimo che possa fare per ricambiare, almeno in parte, quanto ho ricevuto

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