Ultratrail: Correre in montagna, avvicinare la natura

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Ultratrail: Correre in montagna, avvicinare la natura


di Roberto Cavallo

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Ultratrail: di corsa lungo la Via degli Dei; lo spirito è guardarsi intorno, imparare a distinguere alberi e rocce; così si passa dalla padronanza del proprio corpo alla conoscenza di geologia, flora, fauna.


 

Dopo essermi avvicinato alla corsa in montagna, ho incominciato a partecipare a qualche gara, più per avere una data fissata sull’agenda, un riferimento temporale, che mi costringesse ad alzarmi e a indossare scarpette e zaino e correre nella Natura.
In realtà il successo mediatico della mia “corsa contro i rifiuti”, Keep Clean And Run, di cui ho parlato su InNatura nei mesi scorsi, ha attirato l’attenzione di numerosi organizzatori di trail e ultratrail, fino a ritrovarmi addirittura invitato alle competizioni tra i top runner.
Dal punto di vista sportivo mi distanziano ore e ore dai primi arrivati, ma lo spirito delle diverse tipologie di corsa in montagna è ben altro. Chi frequenta skyrace, vertical, trail, ultratrail, fino agli endurance trail si accorge presto che c’è molto di più del gesto sportivo. Così se nella corsa su strada chi inizia afferma che si trasforma presto in una sorta di droga, nella corsa in montagna è semplicemente impossibile smettere!

Questo perché la corsa in montagna lascia lo spazio alla camminata veloce quando la pendenza diventa eccessiva; quando i percorsi sono lunghi si trova anche il tempo addirittura per brevi soste a inquadrare e scattare immagini; correre sui sentieri richiede un supplemento di conoscenza, dal proprio corpo alla geologia, alla fauna, alla flora, fino al saper leggere una cartina. Quando la nebbia ti avvolge e il sentiero resta visibile solo grazie alle bandelle o ad una traccia elettronica sul proprio dispositivo GPS riconoscere un faggio e poi un larice ci aiuta a capire a quale altitudine siamo, così come distinguere un nardeto da un curvuleto, ovvero i pascoli caratterizzati da specie diverse di fiori e erbe, ci aiuta a capire quanto manca alla neve. Sapere su quale roccia si stanno appoggiando i piedi ci aiuta a sapere se possiamo rischiare un’andatura più veloce o è meglio proseguire con una maggior prudenza a costo di perdere qualche minuto, ma a salvare ginocchia, caviglie e, a volte, anche le spalle.

L’ultratrail della Via degli Dei
Succede così che il mio coach, Roberto Menicucci, un giorno mi invia un link di presentazione della prima edizione di una corsa tra l’Emilia e la Toscana, tra Bologna e Firenze. Sono subito stato attratto dal valore storico culturale dell’iniziativa e dalla grande attenzione ai temi dell’ambiente da parte degli organizzatori. Sensibilità evidenziata dall’aver aderito alla campagna “io non getto i miei rifiuti” e alla raccolta differenziate delle pile che utilizziamo ancora per le nostre frontali, ma anche dell’essersi avvalsi dell’aiuto dei locali circoli di Legambiente. Il volontariato è l’anima del successo degli ultra trail e il volontariato ambientale ne accresce il valore.

Scrivo così agli organizzatori e subito nasce un legame con la mia “corsa contro i rifiuti” Keep Clean And Run. Mi ritrovo con top runner del calibro di Alexander Rabensteiner che alla fine risulterà vincitore assoluto o Giulia Vinco, il cui cognome è una garanzia di successo! Siamo nelle classiche ore prima della partenza a scambiarci opinioni, suggerimenti o anche solo semplicemente a farci i classici “in bocca al lupo” per la gara. Oltre trecento atleti animano Piazza XX settembre e la scalinata del Pincio. Qualcuno azzarda qualche passo di corsa, ma i più attendono concentrandosi sugli oltre 130 chilometri di gara che ci attendono. L’accoglienza è in un posto suggestivo la velo stazione Dynamo di Bologna. Alcuni locali, tipo garage, all’interno della scenografica scalinata di accesso alla Montagnola.

Incuriosito dalla passione che anima questo luogo avvicino qualche persona dello staff e con loro mi intrattengo, scoprendo che la velostazione “è un’idea dell’associazione Salvaiciclisti-Bologna. Nel 2012 un gruppo di ragazzi, ispirati dalla nascita del movimento nazionale #salvaiciclisti, fondano Salvaiciclisti-Bologna. Il gruppo, impegnato nel dibattito pubblico sulla mobilità urbana su social media e giornali, si dedica anche a campagne di comunicazione, eventi di promozione e difesa del ciclismo urbano. Dalla necessità di un parcheggio custodito per bici in zona Stazione, nasce l’idea di un luogo che unisca servizi ai ciclisti, socialità, cultura e divulgazione. Selezionando il progetto tramite il bando Incredibol, il Comune di Bologna mette a disposizione i locali al di sotto della scalinata del Pincio per ospitare la Velostazione”.

Mi sento già ricco prima ancora di partire!

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L’itinerario Ultratrail – il tracciato

La notte è scesa su Bologna. Lo start è previsto per le 22, così da approfittare del fresco della notte almeno per alcune ore. Muovo nervosamente le gambe e penso.

“Correre su un percorso millenario sarà estremamente affascinante e con la mia partecipazione voglio sottolineare come le gare non siano solo una prova con sé stessi, ma un vero impegno di rispetto per gli altri e l’ambiente che ci accoglie. Siamo tutti sulla linea di partenza con la voglia di arrivare in fondo e fermare il prima possibile il cronometro, ciascuno con le proprie aspettative e i propri limiti, ma questo non ci deve impedire di pensare alle comunità che attraverseremo, al delicato equilibrio naturale degli ambienti che ci accoglieranno, ai secolo di storia che prima di noi sono passati sulle stesse pietre”.

Prendo in mano il road book, strumento indispensabile per chi si appresta a correre per oltre 100 km in sentieri che non ha mai attraversato prima, e ripasso il tracciato.

Subito è Bologna, il suo centro storico, i suoi monumenti, il porticato di San Luca che con i suoi 666 archi e i circa 4 chilometri è il più lungo d’Europa. Un lungo tratto costeggia il fiume Reno, dal parco Talon alla chiusa di Casalecchio che da oltre 800 anni regola il flusso delle acque del fiume. Passiamo sul ponte di Vizzano e raggiungiamo il primo ristoro è a Sasso, la città natale di Guglielmo Marconi.

Prendo il telefono in mano e trovo il tempo per postare qualche foto che nel frattempo ho scattato e ricordare che una ragazza andava incontro a Venditti nella sua “Bomba non bomba”.

Da Sasso Marconi si incomincia a salire. Corriamo su terreno sabbioso. Accuso un po’ di stanchezza e mi fermo a lato del sentiero in mezzo alla salita verso il Monte Adone. Le tante ore passate con mio padre a cercare fossili e setacciar terreni mi fa riconoscere di essere seduto su sabbie plioceniche. Con la pila frontale faccio brillare la sabbia e riconosco pure qualche frammento di conchiglia fossile, che abitava un mare poco profondo 3-4 milioni di anni fa.

Arrivo al secondo check point di Monzuno che ormai albeggia. Il primo è passato da quasi 3 ore. Qui è ancora salita, sotto begli esemplari di castagno. Attraversiamo l’antico borgo delle Croci con colorati murales che inquadro e fotografo. Supero il terzo check point a Madonna dei Fornelli, nome che probabilmente deriva dall’elevato numero di carbonai che nei secoli hanno lavorato in questi boschi. Mi ritrovo a correre su lastre di arenaria giustapposte e consumate dal tempo: ecco la millenaria via “Flaminia Militare”.

Rallento, mi fermo, contemplo e fotografo: quanta bellezza e il viaggio si arricchisce ancora. Qui incontro i primi trekker che percorrono gli stessi sentieri godendo dei paesaggi dell’Appennino, e del profumo della storia. In tutto il percorso ne conterò alcune decine, per lo più stranieri e mi dico che con tutto il rispetto di cammini famosi, in Italia abbiamo percorsi che se solo sapessimo valorizzare aiuterebbero le comunità locali con un’economia che non necessariamente fa rima con crescita.

Finalmente mi godo qualche tratto in discesa e arrivo al Passo della Futa.
Il sentiero sbuca sulla statale proprio in corrispondenza dell’ingresso dell’ imponente cimitero di guerra dove sono sepolti quasi 35mila tedeschi caduti nelle cruente battaglie lungo la Linea Gotica che per 2 anni era ferma proprio su questo crinale. Siamo per boschi. Numerosi sentieri si intrecciano, ben segnalati. Incrocio volontari di Legambiente che presidiano il percorso e ci offrono da bere acqua di sorgente, fresca. Scambio due parole con loro e li ringrazio per il loro impegno: di oggi ad aiutare i corridori e di tutti i giorni a preservare e valorizzare questo territorio; se non ci fossero loro la Flaminia Militare se ne starebbe sotto metri di terreno, i sentieri non sarebbero così curati… e metà dei corridori si sarebbe già perso!

Superiamo località Osteria Bruciata che, come dice il toponimo, evoca ricordi di soste a volte luculliane, ma che oggi non è che un mucchio di pietre. Siamo nel cuore pulsante del Mugello, fortunatamente non si odono motori rombanti, ma solo canti d’uccelli provenienti dal vicino Lago del Bilancino. Il caldo è al limite del sopportabile, siamo vicini a 40 gradi e di correre ormai non se ne parla più, almeno per me. Cammino veloce cercando di passare da un’ombra all’altra. Alcune file di pioppi mi aiutano e arrivo al check point di San Piero a Sieve.

Sono al centesimo chilometro, almeno stando al mio GPS.
Qui le comitive di escursionisti sono diverse tutte in cerca dell’ostello e di sistemazioni alberghiere: ormai è tardo pomeriggio, ma io ho ancora almeno 30 chilometri e un’ultima faticosa salita. Stringo i denti, anche la terza maglietta è ormai madida di sudore e raggiungo il Monte Senario, ultimo baluardo prima della discesa o quasi! Ci dissetiamo rapidamente, non tanto al ristoro quanto alla secolare fontanella che sgorga dalle pareti del monastero. Un’antica costruzione che venne edificata da 7 Santi dell’ordine dei Servi di Maria su questo monte donato nel 1241 dalla famiglia dei potenti Ubaldini al Vescovo di Firenze.

Per me cala la sera, i top runner sono ormai a riposo da ore con la medaglia al collo. Passiamo da Vetta le Croci “un luogo dove si narra siano stati sepolti in una fossa comune 200.000 barbari uccisi nel 405 d.C. nella battaglia di Montereggi”.
Siamo davvero sull’ultima salita, quella al Pratone, da dove finalmente è solo più discesa verso il teatro romano di Fiesole che ci accoglie per l’arrivo.

​Sono gli ultimi passi.

Ripenso rapidamente alle migliaia e migliaia di persone che hanno calpestato le stesse pietre di una strada antica quanto l’uomo.
Prima gli Etruschi tra il VII e il IV secolo avanti Cristo, poi i romani che proprio sul tracciato etrusco posarono le lastre di arenaria per costruire la prima vera e propria strada transappenninica attorno al 187 a.C.
Ripenso ai monti che abbiamo superato: Monte Adone, Monzuno (Mons Junonis), Monte Venere, Monte Luario (dea Lua)… insomma la Via degli Dei.

Siamo partiti in oltre trecento e siamo arrivati in 166 superstiti, forse un po’ “dei” anche noi.

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di Roberto Cavallo

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