Oltre il cibo

Agricoltura sociale e integrazione

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Oltre il cibo


Di Martina Annibaldi

 

Quando l’agricoltura diventa sociale, alla produzione alimentare si affiancano nuove finalità di integrazione e di inclusione sociale. Verso un nuovo modello socio-economico


Il concetto di agricoltura multifunzionale è stato introdotto per la prima volta nel 1992 durante l’Earth summit di Rio de Janeiro per poi essere ripreso all’interno della discussione relativa alla politica agricola comune dell’Unione Europea e finire all’interno del pacchetto di riforme, approvate nel 1999, noto come Agenda 2000.

Dal momento della sua apparizione si è sentito sempre più spesso parlare dell’importanza della multifunzionalità dell’agricoltura come strumento di crescita equa e sostenibile. L’idea di fondo è che, al di là della propria funzione primaria (quella dunque di produrre beni alimentari), compito dell’agricoltura sia quello di svolgere attività secondarie che siano connesse a quelle strettamente agricole ma che abbiano nuove finalità.

Le fattorie sociali

Una delle più rilevanti tra queste finalità è quella di creare inclusione sociale per i soggetti che maggiormente corrono il rischio dell’emarginazione, dunque persone con disabilità, ex detenuti, immigrati o, genericamente, individui con disagi sia di carattere economico che psicofisico. Di tutte queste questioni si occupa la cosiddetta agricoltura sociale attraverso le fattorie sociali.

Una fattoria sociale è un luogo che soddisfa allo stesso tempo più bisogni, un’impresa che svolge la tradizionale attività produttiva integrandola con l’offerta di servizi educativi, assistenziali, formativi e occupazionali rivolti per l’appunto ai soggetti più deboli e lo fa attraverso la collaborazione con le istituzioni e con il mondo del terzo settore.

Le prime esperienze di agricoltura sociale prendono vita nel Nord Europa dove, ormai, quella delle fattorie sociali è divenuta una realtà consolidata, tanto che in Paesi come Olanda e Norvegia è il sistema sociosanitario stesso che, riconoscendo le finalità terapeutiche e l’utilità in termini di integrazione e di formazione lavorativa di queste pratiche, si occupa di stanziare i fondi necessari all’avvio e al mantenimento di questo tipo di progetti.

In Italia le prime proposte di agricoltura sociale risalgono agli inizi degli anni Settanta; si trattava perlopiù di iniziative dal carattere informale, legate alla volontà di qualche privato cittadino e non regolate da alcuna normativa. Il crescente interesse nei confronti di questa nuova dimensione agricola ha fatto sì che dapprima le Regioni introducessero proprie norme inerenti le pratiche di agricoltura sociale e, successivamente, con la legge 141 del 18 Agosto 2015, l’Italia si dotasse di una normativa nazionale, definendo pratiche e finalità dell’agricoltura sociale ed istituendo un osservatorio nazionale (OAS) per monitorare e studiare questo fenomeno al fine di creare delle linee guida utili per l’incentivazione di nuovi progetti.

Nuove culture contadine

La volontà di integrare l’ambito agricolo e quello sociale ha poi trovato un ulteriore riscontro nella firma, nell’Aprile del 2016, del Protocollo di intesa tra il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali il cui scopo era quello di realizzare progetti di servizio civile “volti a promuovere lo svolgimento di attività inerenti tematiche sociali, ambientali e alimentari, legate all’agricoltura” conformi con gli obiettivi promossi dalla legge promulgata l’anno precedente.

Nonostante manchi ancora nel nostro Paese una coscienza diffusa sull’importanza della multifunzionalità dell’agricoltura, il fenomeno dell’agricoltura sociale sembra essere in costante ascesa. Secondo le ultime stime, illustrate da Roberto Brioschi nel suo libro “L’agricoltura è sociale. Le radici nel cielo: fattorie sociali e nuove culture contadine”, in Italia il numero delle fattorie sociali ammonterebbe a circa 3000 e queste darebbero lavoro a circa 30.000 persone. Già da uno studio del 2012 era risultato come ormai questo tipo di realtà fosse presente in tutte le Regioni italiane, con una particolare concentrazione nel Lazio seguito da Sicilia e Toscana.

Sempre più imprese agricole, dunque, si dimostrano interessate a dar vita a nuovi contesti di accoglienza e di inclusione socio-lavorativa attraverso la creazione di percorsi pensati appositamente per trasformare le persone svantaggiate da beneficiarie passive di servizi assistenziali e soggetti attivi e dunque partecipi della società in cui vivono.

Valore terapeutico

Recenti studi condotti dal Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’Analisi dell’economia agraria (CREA) si soffermano in particolar modo ad analizzare il valore terapeutico-riabilitativo e la concreta opportunità di inserimento socio-lavorativo che le fattorie sociali costituiscono per le persone con disabilità.

L’indagine, condotta lo scorso anno su un campione di 1197 tra imprese agricole, enti pubblici e cooperative sociali distribuiti sul territorio nazionale, ha rilevato come in Italia il numero di persone con disabilità coinvolte in progetti di agricoltura sociale siano circa 2.039. Si tratta soprattutto di persone con disabilità intellettiva e dello spettro autistico che si inseriscono all’interno di questi contesti con lo scopo di imparare un mestiere. Ben 791 di queste persone hanno un contratto stabile all’interno delle aziende agricole ed il 65% di esse ha un rapporto di lavoro continuativo con mansioni che riguardano prevalentemente la raccolta dei prodotti e le cure colturali.

Lo studio ha consentito non solo di evidenziare le conseguenze che l’incontro tra persone con disabilità e mondo agricolo ha sul piano strettamente lavorativo ma ha fornito interessanti riscontri anche sul valore terapeutico dell’agricoltura sociale.

Già la tipologia di attività in cui si trovano principalmente coinvolti gli individui con disabilità chiarisce uno degli aspetti fondamentali del valore terapeutico che questo genere di progetti possiede: le persone con disabilità, infatti, attraverso la cura rivolta a piante e animali hanno la possibilità di stabilire relazioni a tutto tondo con l’ambiente ma anche con le persone con cui si trovano a lavorare in sinergia. Non solo: la possibilità di osservare direttamente il ciclo vitale, di  toccare con mano il frutto del proprio impegno, che si concretizza con la raccolte dei prodotti o con la crescita degli animali di cui si sono presi cura, favorisce un aumento dell’autostima e del senso di autonomia e consente al soggetto di invertire i ruoli; le persone coinvolte, spesso abituate ad essere oggetto passivo di cure, diventano per la prima volta soggetti attivi, sono loro a dare le cure, loro i responsabili delle proprie azioni, gli artefici del futuro proprio e dell’ambiente di cui si stanno prendendo cura.

Tutto questo, anche quando non esiste una possibilità concreta di inserimento lavorativo (come accade ad esempio nei casi di disabilità grave) favorisce, come è evidente, l’inclusione sociale  grazie ad una partecipazione attiva che porta un enorme benessere nella vita di queste persone.

Un nuovo modello di welfare

I risultati di questa ricerca sembrano inoltre confermare gli enormi vantaggi che l’agricoltura sociale è in grado di apportare non solo in termini di inclusione attiva delle persone con disabilità ma anche in termini schiettamente economici. L’abbandono di un sistema assistenzialista, spesso tanto costoso quanto inefficace, in favore di politiche di agricoltura sociale significa costruire un nuovo modello di welfare in cui gli individui smettono di essere oggetti passivi di assistenza ed iniziano ad essere promotori di sviluppo economico e sociale, dunque risorse concrete per la propria comunità.

Per fare in modo che sul territorio fioriscano sempre nuovi progetti di agricoltura sociale è necessario innanzitutto superare alcune criticità che attualmente costituiscono un enorme ostacolo per la nascita e la sopravvivenza delle fattorie sociali. Si tratta prevalentemente di problematiche legate alla scarsità di risorse finanziare ma anche ad una difficoltà, riconosciuta da circa il 70% dei soggetti presi in considerazione nello studio condotto dal CREA, di formare una rete che unisca le aziende agricole ai servizi pubblici presenti sul territorio. Contemporaneamente sarebbe utile sia avviare dei percorsi formativi standardizzati e riconosciuti a livello nazionale, meglio ancora europeo, per coloro i quali intendono operare all’interno di questi contesti sia creare dei programmi di ricerca europei utili a quantificare il fenomeno delle fattorie sociali e ad identificare dei parametri unificati di valutazione dei miglioramenti ottenuti dalle persone coinvolte in percorsi di agricoltura sociale.

Sopra ogni altra cosa, probabilmente, occorrerebbe insegnare l’importanza e l’utilità dell’agricoltura sociale, a partire dal mondo della scuola, affinché il cambiamento passi dalla coscienza individuale e collettiva ancor prima che dalle normative.