Appennino perduto. Terre alte, che raccontano le storie degli uomini

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Appennino perduto. Terre alte, che raccontano le storie degli uomini

Di Roberto Gualandri

Deliziosi scorci di terre alte, luoghi d’incanto che raccontano le storie degli uomini che li hanno abitati e modellati nei secoli e che ci riportano le tracce di un passato da non dimenticare

Per molti i profili delle principali vette appenniniche, quello del Gran Sasso, della Maiella, dei Sibillini, del Corno alle Scale, del Monte Amiata, del Terminillo o del Pollino sono familiari ed amati.
Tuttavia queste aree rappresentano solo una limitata porzione di superficie montana rispetto all’estensione globale della dorsale peninsulare e ai più restano ignote la bellezza e la varietà dei paesaggi presenti in molte fasce di territorio, il cui unico difetto è solo quello di non raggiungere quote altimetriche eccelse.
Questa mancata conoscenza è concausa di una progressiva marginalizzazione di queste aree interne che, pur se affascinati, sono condannate a una colpevole e generalizzata indifferenza che influenza e condiziona anche l’impegno e l’attenzione dei vari livelli di governance istituzionale.
Occorre spezzare il silenzio perché questo Appennino, che va dai deliziosi scenari della Lunigiana, del Montefeltro o dell’Alpe della Luna, continuando poi con i massicci del Catria, del Nerone e i Monti della Meta, il Matese, la catena dei Picentini, gli Alburni, l’Orsomarso calabrese e via di seguito merita di essere conosciuto, vissuto, tutelato.
Dobbiamo accendere i riflettori su questi deliziosi scorci di terre alte, luoghi d’incanto donati dalla natura che raccontano anche le storie degli uomini che li hanno abitati e modellati nei secoli e che ci riportano le tracce percepibili di un passato da non dimenticare.

L’Appennino perduto

Partiamo da un’area marchigiana, quella che si interpone tra il versante sud-orientale della catena dei Monti Sibillini e il Fiume Tronto, arrivando fin quasi ad accarezzare la città di Ascoli Piceno. È l’area montana del Monte Ceresa, nota ai camminatori esperti come “L’Appennino Perduto”, locuzione attribuita dalla storica sezione ascolana del CAI che ha inteso dare una specifica identità ad uno splendido lembo di territorio ricadente sotto la giurisdizione amministrativa di quattro Comuni: Arquata del Tronto, Acquasanta Terme, Montegallo e Roccafluvione.
Il principale allineamento montuoso è costituito dalle elevazioni del Monte Ceresa con i suoi 1.494 metri, del Monte Potaceto (1351 metri) e dal Pizzo Cerqueto che raggiunge la quota di 1347 metri. Di estremo interesse risultano anche altre cime inferiori come il Pizzo d’Osoli, il Monte Savucco, o il Pizzo dell’Arco posto sopra l’abitato di Acquasanta Terme, che offre panorami che spaziano dai Monti Sibillini alla Laga, dai Monti Gemelli alla Montagna dell’Ascensione, fino alla città di Ascoli Piceno e al mare Adriatico. Nel mezzo si susseguono valli strette ed anguste a tratti spettacolari, le più note delle quali prendono nome dai torrenti che le percorrono, come quella del Fosso Il Rigo, del Rio di Novele, del Fosso di Tallacano, del Rio Selva e del Fosso d’Arù.

Borghi

Questo è il regno della natura selvaggia, appena disturbata da poche tortuose stradine che si inoltrano per collegare una serie di piccoli borghi rurali abbandonati o semi-abbandonati, sottratti allo scorrere del tempo e custodi di preziose tracce dell’antichità: dagli edifici in pietra locale, ai siti di romitaggi, agli stemmi di antichissimi ordini sacerdotali, ai magnifici portali in pietra arenaria delle chiese ricchi di simbologie a rilievo.
Colpisce l’ubicazione e l’architettura rurale dei borghi, oltra che i paesaggi circostanti caratterizzati dall’estensione dei boschi e dalle originali formazioni delle rocce marnose che sovente offrono scorci emozionanti, come nel caso dei massi erratici di Meschia o dello spettacolare canyon della Tassinara (o “Sasso Spaccato” di Tallacano) sulle cui pareti si rinvengono ancora obituari di persone morte di colera nel XIX secolo.
Per non dire delle costruzioni rupestri favorite dalle particolari conformazioni rocciose: è il caso del Sasso Miglio di Peracchia, della Grotta Casa Casale, o della Grotta del Petrienno. Antiche testimonianze di un’economia locale basata sulle “società comunitarie”, ovvero sul diritto di comuni proprietà delle aree montane.
Sono anche i luoghi dove a partire dal XV secolo, si registrarono i duri effetti della lotta al banditismo, con frequenti rappresaglie governative volte a scovare i rifugi dei briganti anche attraverso il ricorso ad azioni punitive verso le popolazioni locali, ritenute spesso colpevoli di dare loro ospitalità.
Anche i loro toponimi qui rimandano ad epoche trascorse: Peracchia, Capo di Rigo, Agore, Tallacano, Piandelloro; e poi, Poggio Rocchetta, Meschia, Roccareonile, Bovecchia, Perseraca.
Tutta l’area soffre del confronto con le più note e non lontane località turistiche eppure, nella sua riservatezza e nell’accettazione pacata di eventi che non l’hanno favorita, custodisce inimmaginabili ricchezze.
Purtroppo, questi agglomerati rurali così ricchi di storia sono colpiti da anni del triste fenomeno dello spopolamento. Alcuni sono totalmente spopolati. In altri il numero di abitanti, soprattutto anziani, è vicino o sotto la soglia delle dieci unità. Una situazione già grave che è stata ulteriormente peggiorata dal sisma del 2016.
Occorre in ogni modo scongiurare l’abbandono totale e i danni che questo provocherebbe all’intero sistema montano.

La natura

Qui l’osservazione della natura, se attenta, rispettosa e costante, consente di apprezzare una grande diversità vegetale che, come riporta l’inventario Forestale redatto dalla Regione Marche, vanta ben ventiquattro tipologie forestali. La favorevole esposizione tra la fascia costiera adriatica e l’Appennino, l’altitudine variabile tra i circa 1500 metri di altitudine del Monte Ceresa e i circa 200 metri del punto di confluenza tra il Torrente Fulvone e il Fiume Tronto (località Taverna Piccinini), nonché il basso grado di disturbo antropico, sono gli elementi che favoriscono l’ampia e rigogliosa copertura arborea e la grande varietà forestale del territorio, dando vita a cenosi vegetali uniche per l’intero sistema marchigiano.

Rinascita

La situazione, nonostante il valore ambientale e storico dell’Appennino Perduto è dunque difficile ma non mancano segnali di speranza come la nascita del Comitato dell’Ecomuseo del Monte Ceresa, un organismo costituito da Associazioni e da una rappresentanza di singoli cittadini. Un museo immateriale che intende valorizzare e promuovere azioni per la salvaguardia di questi luoghi per sottrarli a quello che potrebbe essere un amaro destino.
L’obiettivo è quello di proporre un concetto nuovo di territorio, incentrato su modelli di intervento che perseguono scopi mutualistici, attuabili attraverso un patto stipulato tra istituzioni e membri della comunità locale, per la cura, la conservazione e la diffusione del patrimonio culturale comune. Primo segnale tangibile di questa porzione di Appennino che vuole tornare a vivere è il Progetto “Gli Spazi Ritrovati” con cui l’Ecomuseo, insieme alle comunità locali, che intende attrezzare e animare i luoghi pubblici di incontro che ogni piccola frazione del comprensorio possiede: dalle fonti ai lavatoi rurali alle edicole per farne i luoghi di riferimento degli abitanti e dei visitatori. Luoghi di incontro per rinnovare quello stesso spirito di condivisione che un tempo animava, proprio in queste zone, le prime società comunitarie.