La guerra giusta al bracconaggio e al cambiamento climatico

0
3706

La guerra giusta contro il bracconaggio e il cambiamento climatico

di Boštjan Videmšek – traduzione di Kyt Lyn Walken

Donne e uomini impegnati ad affrontare, contemporaneamente, i bracconieri e i crescenti rischi dovuti ai cambiamenti climatici. Testimonianze di istruttori e ranger dal Samburu National Reserve, in Kenya

“Se corri così lentamente da un gruppo di bracconieri, verrai massacrato”, urla Andy Martin, direttore esecutivo dell’organizzazione No Profit Conservation Rangers Operations Worldwide (C.R.O.W. Inc.). I ranger in addestramento presso la Samburu National Reserve, nel Kenya settentrionale, hanno raddoppiato i loro sforzi per seguire le sue indicazioni sotto il sole cocente.

I ranger di Samburu, una delle riserve naturali più belle al mondo, sono in prima linea nella guerra contro il bracconaggio. La loro dedizione, insieme alla legislazione aggiornata che punisce i bracconieri catturati con la reclusione a vita o al pagamento di 20 milioni di scellini kenioti (150.000 euro), ha contribuito a trasformare la riserva in un caso di successo.

Lo stesso si può dire per l’intero Paese. Il 2020 è stato il primo anno nella storia in cui non è stato ucciso un solo rinoceronte in Kenya. Sfortunatamente ciò non significa che la guerra ai bracconieri sia finita.

“Qui a Samburu, nessun rinoceronte è stato ucciso negli ultimi cinque anni. Ma non perché i bracconieri abbiano paura di noi o a causa delle dure pene detentive. La spiegazione molto più semplice e triste è che, cinque anni fa, hanno ucciso l’ultimo”, spiega Gabriel Leparivo, i cui 59 anni lo rendono una sorta di anziano tra i ranger di Samburu.
Con il suo fisico forte ed eretto, sembra avere quindici anni in meno della sua età. È impiegato presso la riserva da quasi trentacinque anni durante I quali ha visto tanto ed è sopravvissuto a tutto.
“Sono cambiate così tante cose da quando sono arrivato qui …” continua Gabriel “ma le conseguenze del cambiamento climatico sono di entità completamente diversa. Molti fiumi scorrevano in questa zona. Adesso ce n’è solo uno. È diventato così caldo e secco che il terreno si sta trasformando in polvere. La vita non è mai stata così dura, sia per le persone che per gli animali”.
All’interno della riserva, Gabriel si occupa dei rapporti con la comunità locale, composta principalmente da pastori. Il costante peggioramento delle correnti d’aria, l’erosione e la conseguente perdita di pascoli hanno portato molti pastori a condurre il bestiame all’interno della riserva di Samburu. Ciò ha determinato un marcato peggioramento del conflitto uomo-fauna selvatica. Una statistica rilevante mostra che l’attuale Kenya sostiene sette volte la popolazione che aveva alla fine della seconda guerra mondiale.
Gli esseri umani e la fauna selvatica del Kenya stanno ora combattendo per la sopravvivenza.
Ed è tutt’altro che una lotta leale.

Abilità ed esperienza

“Negli anni Ottanta, quando ho iniziato come ranger, inseguivamo bracconieri solitari” ricorda Gabriel Leparivo. “Poi sono stati apportati cambiamenti nella legislatura. Ma anche l’intero continente è cambiato: sono scoppiate così tante guerre! Da queste parti abbiamo sentito le conseguenze del conflitto nella vicina Somalia. Gruppi di bracconieri somali ben organizzati ed armati, per lo più affiliati alle varie milizie, iniziarono a fare incursioni nella nostra riserva. Per noi quelli sono stati i momenti più difficili. Eravamo scarsamente equipaggiati e addestrati, mentre loro avevano alle spalle un’intera macchina da guerra.
Sto parlando con Gabriel mentre egli osserva i ranger più giovani esercitarsi nel combattimento corpo a corpo.
Continua raccontando che decenni di lotta ai bracconieri gli sono costati molti amici.

“Oggi” riassume “i bracconieri che cercano di violare i nostri confini sono relativamente pochi e lontani tra loro. Abbiamo la situazione sotto controllo. Siamo anche cresciuti molto professionalmente, aiutati dalla formazione fornita dall’organizzazione C.R.O.W. Inc.
Ora non solo possiamo gestire le situazioni più critiche, ma siamo anche in grado di prevenirle.
Ma i tempi sono ancora duri, poiché la più grande minaccia per la fauna selvatica ora proviene dall’interno, ovvero dalla nostra stessa comunità locale di Samburu. Le persone qui hanno iniziato a vedere gli animali, in particolare gli elefanti, come una competizione diretta per l’acqua e i terreni agricoli. Gli elefanti ora vengono spesso uccisi senza nemmeno preoccuparsi di asportarne le zanne. Alcuni sono stati effettivamente uccisi per vendetta. Ogni due settimane ci imbattiamo in una carcassa fresca. È una cosa orribile, orribile”.

Per un momento, Gabriel smette di lucidare gli stivali militari neri che ha in mano e fissa il terreno con aria desolata. Il ranger più anziano di Samburu è convinto che la forza bruta da sola non possa preservare la precaria simbiosi tra esseri umani e animali. E’ lieto di riferire che ultimamente percepisce molti progressi da parte della comunità locale.
“Solo le persone” sorride malinconicamente “possono impedire che i parchi e le riserve si trasformino lentamente in musei di storia naturale a cielo aperto. Si potrebbe dire che la conservazione della fauna selvatica offre un modello di business illuminato. Con l’aiuto del turismo civile, la gente del posto sarà in grado di sopravvivere. Questo è uno dei motivi per cui la recente pandemia è stata un colpo così orribile per tutti noi”.
Proteggere i deboli
I tre istruttori internazionali, che dedicano il proprio tempo, gratuitamente, all’addestramento dei ranger locali, non sono tipi da ripararsi dal sole cocente. Pazientemente e attentamente, esaminano la lista di esercizi ancora da svolgere. Lettura delle tracce umane e animali, medicina di emergenza, combattimento con il coltello, immobilizzazione del criminale, salto da un veicolo in corsa, autodifesa, formazioni di pattuglia, tiro a fuoco, manutenzione delle armi, tattiche offensive e difensive: l’elenco è lungo.
I ventidue ranger a loro affidati – quattro sono donne – eseguono ogni loro istruzione con la massima dedizione. La disciplina è alta, quasi a livello militare, ma l’atmosfera generale risulta molto più rilassata. Soprattutto, nessuna autorità forzata e obbedienza meccanica. Le uniche cose che contano sono abilità, esperienza e fervore interiore.
“La mia professione – la mia missione – è proteggere i deboli”, ha detto Andy Martin, capo del team internazionale di istruttori. Di origine italiana, Andy ha studiato Biochimica e ha prestato servizio nell’esercito, per poi lavorare per varie società di sicurezza private.

La conservazione è sempre stata la sua più grande passione. Quando ha appreso dei sordidi retroscena connessi al commercio internazionale di avorio e di corni di rinoceronti, ha capito di dover unirsi subito alla lotta.

Nel 2007 si è recato in Sud Africa per seguire l’addestramento da ranger. Negli anni successivi ha prestato servizio in riserve private in tutta l’Africa … Questo principalmente per approfondire tutto ciò che non andava. L’allevamento intenzionale di animali selvatici a scopo di caccia, la corruzione dilagante e la collaborazione dei ranger con i bracconieri erano alcuni degli esempi più agghiaccianti.

Andy ha continuato a perfezionare gradualmente la sua professione di ranger. In maniera emblematica si è reso conto che era inutile lavorare con organizzazioni conservazioniste guidate da persone che non uscivano da uffici dotati di aria condizionata e dominate dai loro dipartimenti di marketing. O almeno gli sembrava inutile, in quanto fondamentalista dedito al lavoro sul campo.

Ogni albero abbattuto

“Volevo riempire un vuoto. E presto ho avuto la mia opportunità. Negli Stati Uniti, dove al tempo lavoravo, è nata nel 2016 l’organizzazione chiamata Conservation Rangers Operations Worldwide Inc.. Conoscevo i fondatori, lavoravo con uno di loro in Pakistan. Nel 2017 sono stato nominato direttore esecutivo” racconta Andy durante uno dei rari momenti di riposo all’interno degli esercizi serrati schedulati per la giornata.

C.R.O.W. Inc. è organizzata attorno ad un gruppo di volontari altamente specializzati. Attualmente, 53 ranger sono annoverati tra i suoi ranghi.
Tutto ciò che chiedono quando vengono contattati dai parchi o dalle riserve nazionali per aiutarli a migliorare l’addestramento del loro personale sono alloggi e aiuto nella gestione della logistica locale. Il resto è organizzato e finanziato da loro stessi, compresa la copertura dei biglietti aerei.

“In C.R.O.W., siamo sempre alla ricerca di persone altamente motivate. Quelli spinti da qualcosa di diverso dal desiderio di guadagnare velocemente. Quindi posso dirti che abbiamo delle persone piuttosto speciali con noi ormai. Molti di loro provengono dal settore militare.
La maggior parte è appassionata della natura, specialmente di quella selvaggia e di tutti i suoi animali. Ad essere sinceri, alcuni di loro non sono davvero tagliati per la vita civile. Posso capirlo, essendo come loro, «sorride l’ex lottatore a cui piace condire i suoi pensieri sulla conservazione della fauna selvatica con citazioni di Voltaire e Dostoevskij.

“Per quanto riguarda l’umanità,” alza le spalle, “ho perso da tempo le mie illusioni. Sarò onesto con te: il mondo degli uomini mi disgusta fino in fondo. Prendermi cura degli animali selvatici è il mio modo di cercare di fare qualcosa di costruttivo. Spero davvero che questi animali sopravvivano a tutti noi. La mia convinzione è che stiamo vivendo nei tempi delle più grandi sfide globali. Temo che potremmo non essere all’altezza del compito”.
Andy Martin, di gran lunga il più socievole dei tre istruttori C.R.O.W. A Samburu, si concede un’ulteriore digressione personale. “Ogni albero abbattuto, ogni bambino abusato e ogni animale ammazzato mi ferisce a un livello molto profondo,” fa una smorfia. “E poi sento solo un’incontenibile necessità di agire. Questo mi rende piuttosto incompreso, almeno per alcuni. Spesso mi sento piuttosto solo, soprattutto quando mi chiedo come mai così pochi vedano o si preoccupino di tutto ciò che c’è di sbagliato al mondo.”
Le parole continuano a sgorgare da questo individuo risoluto. “Dicono che non esista una guerra giusta”, conclude. “Ma la nostra lo è”. Detto questo, si riunisce ai suoi colleghi istruttori. Il tedesco K.D. era un cecchino esperto e l’italiano J.P. un ex carabiniere.
Ridendo al sole, i tre guerrieri esperti sono tornati ad addestrare i ranger locali.
Vita da ranger
Alcuni ranger locali vivono appena al di fuori della riserva nazionale, altri all’interno della riserva stessa. La maggior parte risiede alla periferia di una piccola città in difficoltà chiamata Archer’s Post, situata sulla strada principale che collega il Kenya centrale al nord del Paese.
Un decennio fa, la Banca Mondiale ha partecipato alla costruzione degli alloggi dei ranger, tuttavia essi versano oramai in condizioni piuttosto difficili. Non c’è acqua corrente; le famiglie dei ranger si sono abituate a raccogliere acqua sempre più salata da un pozzo profondo. Inoltre non c’è elettricità, anche se un paio di piccoli pannelli solari forniscono energia sufficiente per ricaricare forse uno o due telefoni cellulari.
Ciò significa che i ranger condividono la stessa vita delle comunità pastorali locali, completamente tagliati fuori dai centri urbani e spesso completamente in balia degli Elementi.
“Quando ho fatto domanda per questo lavoro, sapevo molto poco sul bracconaggio e sulla situazione alla riserva nazionale”, racconta Eunice Lenyakopiro, una delle quattro lady ranger che hanno preso parte all’esercitazione C.R.O.W. “Tutto quello che volevo era aiutare a proteggere gli animali. Ho sempre sentito un forte legame con loro”.
Sto parlando con la venticinquenne Eunice davanti alla sua umile casa proprio, all’ingresso della riserva.
“Ho imparato tantissimo”, sorrise timidamente, “questi esercizi di addestramento mi fanno sentire molto più fiduciosa e preparata ad affrontare quelli che cercano di distruggere ciò che proteggiamo. Sai, là fuori c’è una Guerra”.
Eunice, ex atleta di corsa, si è unita alla riserva nel 2014, proprio come suo marito Joshua Kakai Lesorgol. Durante la nostra visita, Joshua è ancora profondamente scosso dal ritrovamento mattutino di una giovane femmina di elefante morta. Era stata uccisa dai pastori locali con l’aiuto di fucili automatici. “Anch’io ero un pastore” rivela Joshua. “Incontravo sempre gli animali selvatici. Ma non mi sognerei mai di ucciderne uno. Semplicemente non riesco a capire come qualcuno possa fare una cosa del genere. Gli elefanti sono i nostri migliori amici, è uno dei fondamenti della nostra cultura Samburu. Uccidere un elefante è un tabù”.

Joshua Kakai Lesorgol è considerato uno dei ranger più risoluti della riserva. “Abbiamo bisogno di più uomini. Stiamo lavorando praticamente senza sosta. Abbiamo anche bisogno di più armi, veicoli e gas. Non siamo né adeguatamente formati né pagati per il nostro lavoro. È difficile. Ma tutto ciò non intacca la mia motivazione. Faccio quello che faccio a causa del mio profondo amore per la natura. E anche perché voglio fornire una buona educazione ai miei figli. Niente in Kenya è gratuito, ed è solo nelle scuole che i nostri ragazzi possono imparare la vera importanza della conservazione della fauna e flora”.