Buona Volontà. Ecologia integrale e giustizia sociale

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Buona Volontà. Ecologia integrale e giustizia sociale

di Martina Annibaldi

Contro lo sfruttamento sconsiderato della natura, alla ricerca di un’ecologia integrale che sappia fondere le istanze di salvaguardia ambientale con quelle di giustizia sociale. Dal Global Catholic Climate Movement all’attivismo delle altre fedi religiose.

San Francesco nel suo “Cantico delle creature”, scritto intorno al 1224, innalza una lode a Dio attraverso tutte le sue creature: dal firmamento ai quattro elementi della filosofia antica – aria, acqua, fuoco e terra – in un linguaggio denso di emotività che ci ricorda innanzitutto quanto ognuno di noi sia parte di un tutto.

Quasi otto secoli dopo un altro Francesco, in un mondo completamente mutato, dove quegli stessi elementi nominati dal Santo di Assisi si ritrovano messi a repentaglio dall’azione umana, ha deciso di dar vita ad un’enciclica il cui titolo riprende proprio l’anafora del “Cantico delle creature”.

Quando nel 2015, Papa Francesco rese nota la sua lettera sulla cura della casa comune, un momento di svolta nella storia del rapporto tra fede cristiana ed ecologia venne segnato in modo incontrovertibile. Sei capitoli in cui il Pontefice decise di lanciare un grido di allarme contro i maltrattamenti a cui la Terra è stata sottoposta a causa di quello che già nel 1971 Papa Paolo VI definì come uno “sfruttamento sconsiderato della natura”, la cui responsabilità è da ricercare esclusivamente nell’uomo, incapace di comprende il degrado a cui, dal momento in cui la casa comune viene danneggiata, condanna anche sé stesso. Un monito a prendersi cura del creato e a cambiare i nostri modi di vivere nell’ottica di un’ecologia integrale, che sappia dunque fondere le istanze di salvaguardia ambientale con quelle di giustizia sociale, punto peraltro assai caro anche agli attivisti dei movimenti giovanili per il clima – uno su tutti quello dei Fridays For Future – che sull’argomento della giustizia climatica hanno incentrato gran parte delle proprie rivendicazioni nei giorni caldi della Cop26 di Glasgow.

Un passo dopo l’altro

Certamente quello ambientale non è un tema del tutto nuovo alla Chiesa cattolica: già Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptor Hominis aveva evidenziato come l’approccio dell’uomo moderno all’ambiente si fondi su un principio esclusivamente consumistico, che vede nelle risorse fornite dalla natura o – in una visione in questo caso religiosa – da Dio stesso un mero oggetto di consumo nelle mani dell’uomo, che ne dispone senza porsi alcuna questione in termini di impatto ambientale ed umano. Anche Benedetto XVI nel 2007, durante il discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, criticò il modello economico predominante, basato su quel meccanismo di take-make-dispose che l’economia circolare sarebbe in grado di scardinare, evidenziando in particolare i grossi limiti che un approccio economico-culturale di questo tipo implica, innanzitutto perché dimentico di un dato fondamentale: “il libro della natura è uno e indivisibile”.

Tuttavia le centralità affidata da Bergoglio al tema della riconversione ecologica ha avuto effetti dirompenti sul mondo cattolico (e non, a dire il vero). Improvvisamente gli ambienti che ruotano intorno alla Chiesa di Roma si sono sentiti mossi da un comune afflato, riuniti intorno a quelle stesse parole che il Santo protettore dell’Italia ha impresso nella nostra cultura molti secoli fa. E le risposte non sono mancate ad arrivare.

Conversione ecologica

All’indomani dell’enciclica Laudato si’, in un anno, il 2015, che ha visto il tema della crisi climatica salire alle luci della ribalta non solo per le parole del Pontefice ma anche per la firma dell’Accordo di Parigi, è nato infatti il Global Catholic Climate Movement (Gccm): un movimento che vede coinvolte oltre 700 organizzazioni impegnate a rispondere all’appello del Papa a farsi custodi della casa comune per rispondere “al grido della terra e al grido dei poveri”.

Fondatore e animatore del movimento è Tomas Insua, trentaquattrenne argentino, un master in Politiche pubbliche per il clima ottenuto presso l’Università di Harvard e un passato lavorativo piuttosto diverso da quella che sarebbe poi diventata la sua occupazione principale: Insua ha lavorato infatti per diversi anni come responsabile marketing di Google per l’America Latina e il Sud-Est Asiatico prima di seguire il messaggio lanciato da Bergoglio.

Già vicino agli ambienti dell’assistenzialismo di matrice cattolica – tanto da aver all’epoca fondato un’organizzazione no-profit che si occupava di aiutare e valorizzare le potenzialità dei ragazzi nati nei quartieri più poveri di Buenos Aires – il cambio di passo per Insua avvenne durante uno dei suoi viaggi di lavoro, che nel 2013 lo ha portato nelle Filippine appena devastate dal tifone Haiyan. In un’intervista di qualche anno fa il fondatore del Gccm racconta che in quei luoghi che portavano ancora le cicatrici materiali, ma soprattutto emotive (il ciclone – uno dei più forti mai registrati – causò circa 10.000 morti e 11 milioni di senza tetto) di quanto accaduto si rese per la prima volta conto del fatto che esiste una giustizia climatica che se non rispettata porta con sé conseguenze che ricadono soprattutto sulle fasce sociali più deboli. Il desiderio di fare qualcosa per favorire la giustizia climatica lo spinse dunque a lasciare Google e ad iscriversi ad un master in Politiche pubbliche per il clima; era il 2014 e di lì a poco Insua avrebbe trovato il coronamento della sua ispirazione nelle parole del Papa stesso.

Inizialmente le organizzazioni coinvolte nel Global Catholic Climate Movement erano soltanto quindici, tra di esse figurava anche l’arcidiocesi di Manila, nelle Filippine, e fu proprio il cardinale di Manila, Luis Antonio Tagle, a consegnare nel 2015 a Bergoglio in persona il documento costitutivo del neonato movimento cattolico per il clima.

Oggi quella del Gccm è diventata una realtà internazionale, che mette in collegamento migliaia di persone in tutto il mondo e propone progetti e iniziative da mettere in campo per passare dalle pur ispirate parole espresse dal Papa a fatti concreti che possano realmente condurre tutti, cattolici e non, lungo la strada della conversione ecologica.

Per fare questo e riuscire a lavorare in sinergia con il Dicastero per lo sviluppo umano integrale, Tomas Insua dal 2017 ha deciso di trasferirsi a Roma; da qui, grazie alla rete che si è venuta a creare nel corso degli anni, sono state lanciate importanti campagne che hanno già prodotto evidenti risultati: una su tutte quella relativa al disinvestimento dai combustibili fossili. Il Gccm chiedeva sostanzialmente che diocesi ed enti religiosi si liberassero di obbligazioni, azioni e fondi di investimento legati ad imprese che operano nel settore dell’estrazione di gas e petrolio e la risposta non ha tardato ad arrivare: sono 95 le istituzioni religiose che hanno deciso di aderire alla campagna del movimento. Ma i progetti portati avanti dal Gccm non finiscono qui: basta navigare sul loto sito ufficiale per potersi rendere conto della varietà di proposte messe in campo per rendere la Chiesa cattolica un baluardo nella difesa dal Pianeta. Ci sono indicazioni sullo smaltimento e la riduzione dei rifiuti nelle Chiese, ci sono azioni di sostegno per l’installazione di pannelli solari, c’è la possibilità di dar vita a squadre verdi per la pulizia dell’ambiente ma anche per la coltivazione degli orti parrocchiali e ancora ci sono indicazioni per l’avvio di una catechesi per i bambini che abbia tra i suoi argomenti centrali proprio il rapporto con il creato e il rispetto dell’ambiente.

Da questo punto di vista il fondatore del Gccm insiste sull’importanza di lasciare uno spazio sempre più ampio a queste tematiche anche all’interno della Messa, ad esempio divenendo oggetto delle omelie. In questo senso una prova di sensibilità verso la questione è già stata data dallo stesso Papa Francesco, che in seguito all’enciclica Laudato si’ ha deciso di inserire all’interno della liturgia cattolica il “Tempo del creato”, che ha inizio il 1 settembre e si conclude il 4 ottobre.

Stessa direzione

Va detto che, se il cattolicesimo si sta rivelando un vero capofila nell’impegno delle religioni per la salvaguardia dell’ambiente, questo attivismo riguarda anche altre fedi: dall’ebraismo, al buddhismo – con il monito del Dalai Lama che nel 2020 si è rivolto direttamente ai leader di tutto il mondo per esortali a mettere in campo azioni urgente per contrastare i cambiamenti climatici – passando per l’attivismo forse meno noto degli ambienti di fede musulmana. L’eco-Islam, che vede la sua nascita intorno agli anni Sessanta del secolo scorso,  trova il suo padre fondatore in Seyyed Hossein Nasr, che nel suo libro “La crisi spirituale dell’uomo moderno” sottolinea come il rispetto dell’ambiente e della natura debba essere annoverato tra gli obblighi di qualsiasi buon musulmano.

Le iniziative, gli interventi, le pressioni delle istituzioni religiose ai leader mondiali sembrano essersi moltiplicate nel corso degli ultimi anni, in un dialogo non solo con le istanze ambientali e sociali, ma anche tra fedi diverse, che da diverse prospettive, spesso dal basso, avvertono l’urgenza di spingere in direzione di interventi concreti per fronteggiare quella che è senza dubbio la più grave delle crisi che ci troviamo di fronte.