Castelluccio, mon amour

0
592

Quando anche l’ultima curva scivola via, lo scenario che si apre dinanzi è quello dei dipinti di Monet. Queste immense valli dei Monti Sibillini, su cui è incastonata Castelluccio, sono una immensa  opera d’arte a cielo aperto. Capolavori possono essere definite anche le sue specialità gastronomiche, dai sapori intensi e generosi, come i salumi,  i formaggi, le lenticchie, che qui si coltivano e che ne sono divenute l’emblema.

Cenni di storia

Le origini di Castelluccio di Norcia sono lontanissime ed incerte. Una leggenda narra di una colonia ebraica allontanata da Roma dall’imperatore Vespasiano ed insediatasi fra queste vallate, mentre le prime testimonianze scritte  risalenti al XIII secolo,  raccontano di un piccolo insediamento denominato “Castello De’ Senari”, dal vocabolo longobardo “senàita”, che aveva il significato di confine,  limite. In altri documenti ci si riferisce al borgo con il nome di Castel  di Monte Precino, collegato al termine “presa”, che aveva l’accezione di prato,  appezzamento di terreno. L’attuale nome di Castelluccio pare, invece, fosse già utilizzato nel 1518. La storia di questo insediamento ed il suo progressivo sviluppo è legata indissolubilmente alla pastorizia e il primo documento certo che ne attesta l’esistenza risale all’anno 1118. In questo anno, il conte Roberto II di Loretello ne fece dono al Capitolo della Chiesa di Bovino. Successivamente, sotto la dominazione sveva di Federico II, il paese divenne a tutti gli effetti una masseria.  Alla morte di Federico II e con la fine della sua dinastia, avvenuta nel 1273, il feudo venne assegnato ad Ugo di Brienne, conte di Lecce e duca di Atene. Nel 1324 il re Roberto d’Angiò riconferma al Capitolo Bovinese la donazione. Forte della sua posizione strategica,Norcia iniziò a prevaricare sempre più i diritti del contado,  rimpadronendosi a poco a poco dei territori assegnati. Questo dette il viaad aspre battaglie alternate a tregue di durata più o meno lunga , per sfociare poi nella questione dell’assegnazione del Pian Perdutoe nell’ omonima battaglia.  Norcia ebbe la peggio, pur disponendo di un esercito più potente rispetto alla nemica Visso.Negli anni, il paese ha subito varie fasi di spopolamento,dovute principalmente all’emigrazione all’estero e a un terremoto che nel novembre del 1980 danneggiò  gran parte degli antichi edifici. La storia contemporanea ha visto lentamente risorgere il piccolo borgo grazie alla fiorente attività di ricezione turistica, pur contandoancora oggi  poche unità di abitanti stanziali.

Un giro in centro

Dopo aver percorso  a piedi l’ultimo tratto di salita, ci si affaccia su di un ampio piazzale su cui si affollano diversi negozi di norcineria e  prodotti tipici, dove osservati da inquietanti cinghiali impagliati, è possibile farsi preparare panini ed altri piatti succulenti. Un dedalo di piccole strade che salgono e scendono portano al piccolo borgo,che è dislocato su più livelli. Le case in pietra sono abbarbicate l’una sull’altra, quasi a volersi difendere dallo sferzare del vento gelido che soffia in queste vallate.  Lo stesso vento che asciuga d’estate i bianchi lenzuoli appesilasciandoliaccarezzare e scaldare dal sole come si faceva un tempo.  Arrivati alla sommità del colle, una volta chiamato “le pitture”,  si giunge al nucleo più antico del paese dove è possibile ammirare l’unica porta rimasta delle antiche mura che sorgevano attorno. Adiacente è situata la Chiesa di Santa Maria Assunta edificata nel XVI secolo,il principale monumento artistico, all’interno della quale è  custodita una pregevole scultura lignea, raffigurante una Madonna, attribuita a Giovanni Antonio di Giordano da Norcia. Originariamente il paese aveva una altra chiesa, oggi chiamata Chiesa del Sacramento, situata nel centro storico. All’interno del suo campanile si trovano due campane, una piccola e una grande.Pare lo Stato Pontificio avesse imposto l’obbligo di suonarle incessantemente.Per indicare la strada ai viandanti durante i mesi invernali completamente ammantati di neve e per scandire, più semplicemente, lo scorrere del tempo e raccogliere la comunità in preghiera.  Su una di queste campane venne fatto incidere “Annuncio le feste, piango i defunti, dissipo i venti, spezzo le folgori” in modo che il suo suono diffondesse o protezione, o gioia  o conforto a tutti coloro  l’avessero udita.

Natura, essenzialmente natura

Il borgo si trova in cima ad una collina, al centro di un altopiano e di fronte la sagoma del Monte Vettore. L’altopiano si suddivide a sua volta in tre piani; Piccolo, Grande e Perduto. Queste immense vallate da maggio a luglio,a seconda delletemperature, regalano una delle più spettacolari fioriture d’Italia. La natura va in scena con nastri di fiori gialli, che fanno spazio a margherite, seguite da papaveri, orchidee selvatiche, lenticchie, fino all’onda azzurra dei fiordalisi. I profumi che si mescolano inebriano i sensi, storditi definitivamente dalcontinuo volteggiare di piccoli insetti, che si precipitano sui minuscoli fiori per catturarne il nettare.Castelluccio è la San Remo dei fiori spontanei e come tale attira, nel periodo di massima fioritura, una grande quantità di persone, che giungono fin qua per ammirarli, fotografarli, spesso raccoglierli,non rispettando però i delicati equilibri di questi luoghi. Gli scenari, come in una opera teatrale, cambiano a seconda delle stagioni, in un paesaggio che non conosce  monotonia. I colori dei fiori si mischiano in una immensa tavolozza impressionista che nella tenue luce del mattino appare cristallina, per poi divenire più calda ed aranciata man mano che il sole si inclina.  Con il variare delle temperature le fioriture lasciano spazio agli ampi pascoli, che diventano prima tenere erbette e poi gustoso fieno per i numerosi animali che ancora oggi qui vengono allevati. Con l’arrivo della stagione fredda, che da queste parti fa scivolare le temperature, tutto ancora si modifica e si trasforma inuna sconfinata distesa di soffice e candida neve, ricoprendo ogni cosa e portando ovunque una ritrovata pace. Proprio sopra il Pian Grande è ben visibile,inoltre,un particolare boschetto a forma di Italia. Venne piantato in occasione del centenario dell’Unità d’Italia, nel settembre del 1961 e in contemporanea alla decima festa della montagna di Castelluccio. Il 2 luglio 1972 è stato inaugurato il Sentiero Europeo E1 lungo oltre 6000 km. Questo percorso recentemente ridotto per l’inagibilità di alcune tratte, univa Capo Nord a Capo Passero ed attraversa l’intero continente vedendo proprio come  tappa finale di questo itinerario il paese di Castelluccio.

Le scritte sui muri

C’è un codice quasi segreto che serpeggia sui muri delle case di Castelluccio, indecifrabile ed affascinante al tempo stesso. Erano gli anni sessanta, precisamente una mattina d’estate quando le prime scritte bianche, disegnate con la calce comparvero sui muri del paese. Incomprensibili ai più per il dialetto usato e per le frettolose modalità di scrittura, queste frasi finirono comunque sulla bocca di tutti facendo in breve il giro del piccolo borgo. La loro interpretazione richiedeva una profonda conoscenza dei luoghi e dei suoi abitanti, le frasi infatti adducevano a screzi avvenuti, e molto spesso si riferivano alle belle paesane. In seguito alla prima scritta notata, le frasi sui muri si moltiplicarono, e nessuna ronda notturna portò mai veramente a scoprirne gli autori. Fu l’inizio di una nuova era, questa forma di satira che traeva le sue origini dalle antiche “sature”divenne in breve molto popolare. Le frasi sempre più articolate e complesse, divennero vere e proprie composizioni poetiche che si intessevano di fatti realmente accaduti. Gli autori, spesso irriverenti, ma mai realmente offensivi, avevano trovato un nuovo modo di raccontare le abitudini e le gesta degli abitanti del piccolo luogo, che per gran parte dell’anno rimaneva in completo isolamento. A causa dei numerosi interventi strutturali subiti dalle abitazioni, molte scritte furono irrimediabilmente distrutte. Le poche rimaste, seppure scolorite dalle intemperie e dall’incuria,sono  ancora osservabili sulle facciate di alcune case affacciate sulla piazza del paese.

Le Lenticchie

La lenticchia di Castelluccio  chiamata dagli abitanti del luogo “lènta” è il prodotto più rappresentativo, quello che ne incarna il simbolo gastronomico. Divenuta ormai famosa in tutto il mondo, ha ottenuto  il riconoscimento IGP (Indicazione Geografica Protetta). Viene coltivata nella pianura che si affaccia sotto lo sperone di roccia dove sorge il paese e i  suoi contadini  sono considerati  dei  veri  e propri precursori dell’agricoltura biologica: ogni anno nello stesso terreno vengono alternate coltivazioni di lenticchie con quelle di frumento e pascolo senza l’utilizzo di prodotti chimici. E’ una pianta annuale che viene seminata dopo che la neve si è definitivamente disciolta. La sua raccolta, la “carpitura”, non va oltre il mese di agosto, e, una volta, veniva eseguita esclusivamente a mano.  La sua produzione resta piuttosto limitata, rendendola un prodotto di nicchia. Le lenticchie di Castelluccio si differenziano da tutte le altre per la loro delicatezza e per le loro dimensioni; il diametro medio di questa varietà è di circa tre millimetri. Inoltre la loro buccia sottile e tenera ne consente direttamente la cottura senza la fase di ammollo. Nei baccelli si possono trovare da uno a tre semi dalla forma tondeggiante e appiattita e dall’aspetto tigrato, con colore che varia dal verde al marrone chiaro. Possiedono indiscutibili qualità nutritive,  per il loro contenuto di proteine,  di vitamine, sali minerali, fibre e, soprattutto, per l’assenza di grassi.

Castelluccio e dintorni

Il piccolo borgo dista in linea d’aria solo una trentina di chilometri da Norcia ed è inserito nel Parco Nazionale Monti Sibillini istituito nel 1993, con lo scopo di salvaguardare l’ambiente e promuoverne lo sviluppo. Il grande altopiano nacque circa un milione di anni fa quando una distensione tettonica fece separare ed allontanare fra loro grandi blocchi di roccia, creando una ampia depressione in principio formata da un lago. Queste montagne scrigno di natura, tradizioni e leggende sono sicuramente fra le più misteriose del centro Italia. A causadella loro asprezza, data da precipizi, gole, torrenti, particolari fenomeni carsici e l’isolamento in cui hanno versato per decenni,si sono formate attorno ad esse  miti e leggende. Alcune località hanno dei nomi che sembrano alimentare queste credenze.   Dal Pizzo del Diavolo, alla Fossa dell’Infernaccio, alla Valle Scura, al Passo Cattivo,  al Passo delle Streghe, senza trascurare l’infinità di fonti, sentieri, strade discese dedicate alle fate. Le vette che si ergono più imponenti sono la cima del Redentore con i suoi 2449 metri, e il monte Vettore 2476 metri, il più alto dei Sibillini. Fra i due, il lago di Pilato ospita al suo interno un singolare gamberetto privo di guscio, chiamato chirocefalo del Marchesoni.Catelluccio dispone di una propria stazione metereologica per monitorare il suo clima, che risente moltissimo delle grosse escursioni termiche:le gelate e le abbondanti precipitazioni nevose si contrappongono a estati piuttosto miti. Nel marzo del 2005, a seguito di una discesa d’aria fredda dalla Siberia, venne registrata sul Pian Grande una temperatura minima di -32 gradi,che rappresenta ad oggi una delle temperature più basse mai registrate nella nostra Nazione.

Gli sport praticati

Castelluccio è il paradiso del volo libero. Frequentato da appassionati provenienti da mezza Europa, che considerano questi cieli in cui volano aquile, falchi, allodole, aquiloni il luogo, dove anche gli uomini, possono rendere possibile questo sogno. La specialità più praticata è quella del parapendio, facilitata dagli alti picchi delle montagne e dalla quasi assenza di tralicci. Nel periodo che va dalla primavera all’estate, uno degli sport maggiormente diffusi è l’equitazione, al quale questi altopiani  prestano scenari incantati ei lunghi percorsi. Sono quindi,  in continuo aumento anche i maneggi, che oltre ad incoraggiare questa disciplina, mettono a disposizione accompagnatori ed animali. Tanti anche gli escursionisti che, armati di bacchette o attraverso l’ ausilio di muli, intraprendono passeggiate in questa natura incontaminata. Infiniti e ben segnalati sono i sentieri, che si sviluppano ai piedi del paese. Ce ne sono di complessi, per veri e propri appassionati di trekking,  ma anche quelli adatti a bambini e famiglie e di più specifici per passeggiate con le mountain bike. D’inverno, quando l’altopiano si ricopre di neve lo sci diviene lo sport predominante. Le specialità preferite sono la discesa e naturalmente il fondo. Grazie alla presenza di numerosi fiumi e torrenti, si è diffusa soprattutto fra i giovani la pratica del rafting. La specifica conformazione carsica delle rocce che crea anfratti  diventa l’ambientazione ideale per i corsi di sopravvivenza, ogni anno avvicinati da un numero sempre  crescente di persone. Non possiamo inoltre dimenticare sport come il birdwatching, il tiro con l’arco e le arrampicate su roccia.

Fra miti leggende e tradizioni

Secondo la versione originaria della leggenda, la Sibilla che ha dato il nome ad una di queste montagne, era una fata veggente e incantatrice. Deteneva le  più alteconoscenze della medicina dell’astronomia,della magia ed era sempre circondata da una aurea  di fascino e mistero.  Viveva  in una grotta assieme ad altre fate e ancelle. Pare che una sera le fate sue coinquiline le chiedessero il permesso di uscire, per recarsi ad un ballo notturno. Il permesso fu loro accordato ma avrebbero dovuto fare molta attenzione:non sarebbero dovute rientrare prima dell’alba. Purtroppo rapite e estasiate dalle danze, non si resero conto del sorgere del sole. Nell’affannata corsa alla loro grotta a causa dei loro piedi caprini segnarono irrimediabilmente il versante meridionale del monte Vettore determinandone  così il “sentiero delle fate”. Una altre leggendanarra invece che lo stesso sentiero fu composto dai corpi delle piccole fate trasformate in pietra proprio a causa dalla intensa luce del mattino.

Anche il lago di Pilato, situato a quota m.1940 e adagiato in un vallone morenico,  la cui forma ricorda un paio di occhiali, è protagonista di una delle tante leggende che ammantano di mistero queste montagne. E’ la storia riportata da Antoine de La Sale, scrittore francese del XV secolo, autore del Paradis de la reineSibylle, secondo cui, il corpo di Ponzio Pilato dopo l’esecuzione della sentenza di morte pronunciata dall’imperatore Vespasiano, venne collocato su un carro trainato da bufali, che giunti alle falde del monte Vettore, ne salirono i ripidi versanti, tuffandosi poi nelle acque gelide del laghetto, trascinandone in profondità il cadavere.

Fra le tradizioni più antiche e rispettate ancora oggi, vi è quella che vede le donne di Castelluccio recarsi in pellegrinaggio ogni anno, alla fine del mese di giugno, alla Chiesa di Santa Scolastica presso Norcia, per propiziare la pioggia sui raccolti. Fino a quindici anni fa, il pellegrinaggio veniva fatto a piedi e l’ultimo tratto e l’entrata in chiesa percorsi in ginocchio recitando il rosario. Al  ritorno questepiedonne solevano fermarsi  a raccogliere fiori di ginestra, che venivano solitamente appesi alle porte e lasciati per  circa un mese.

Vivere oggi a Castelluccio

Castelluccio oggi rappresenta una scelta di vita più che una necessità abitativa, anche se, andarsene da questo luogo, parrebbe per alcuni la soluzione più semplice.  Non sono rimasti in molti qui, ma sono sempre di più coloro che tornano, quelli che scelgono questo luogo come opportunità lavorativa, o come luogo di ritiro per coltivare arti. Il paese comporta alcuni sacrifici in termini di comodità: non ci sono né una banca, né una posta e neppure  uno sportello bancomat. Non c’è un forno e, in inverno, la sola macchina spazzaneve non riusce a coprire tutta la zona. Nonostante tutto, per chi ha deciso di fissare qui la propria dimora, è sufficiente affacciarsi dalla piccola finestra di casa e osservare le vallate circostanti per sentirsi completamente appagato.

Antonio, un pensionato incontrato in un bar, racconta delle sue esperienze di vita all’estero e di come non sia mai riuscito a mettere radici altrove. E’ tornato diversi anni fa perché questo è l’unico posto che realmente lo fa sentire a casa.

Antonella, detta “Lella”, che gestisce l’Hotel “La Baita” sul monte Prata, ci spiega, invece, della sua esperienza lavorativa in queste valli. Ci racconta che da ottobre a aprile tutto rallenta e ci confessa della battaglia che da anni sta conducendo per convincere altri albergatori a rimanere aperti almeno durante le festività per incentivare  il turismo invernale.  La sua struttura è agevolata proprio perché situata sul piazzale di arrivo di una stazione sciistica e  vanta al suo interno un ottimo ristorante, curato personalmente, che riesce a mantenere una continuità stagionale.

Appoggiato ad un robusto bastone, con parlantina schietta e a tratti veloce, Giuseppe ci accenna invece del PIR, il “Piano integrato di recupero”, che la Regione Umbria descrive come lo strumento operativo per la ricostruzione di centri e nuclei abitativi di particolare interesse storico, paesaggistico ed economico. Ci racconta che sono passati almeno dieci anni dalla discussione del progetto, che prevedeva agevolazioni per interventi di prima necessità, come la costruzione di una strada a nord dell’abitato,  rimasta sentiero, per consentire una circolazione a senso unico e una serie di parcheggi sotterranei, così da evitare il forte impatto ambientale e garantire una maggiore funzionalità. Giuseppe spera che tutto questo un giorno potrà finalmente trovare una realizzazione, in modo da creare i presupposti di un maggiore indotto per le realtà aziendali rimaste. Sicuramente i castellucciani, (così si chiamano gli abitanti di Castelluccio) tanto legati e fieri delle proprie tradizioni, non consentiranno mai che si perdano le tracce del loro passato. In questi luoghi, dove le stagioni si susseguono più lentamente che altrove, sarà possibile vivere una ulteriore fioritura e vedere di nuovo tanti bimbi che giocano a rincorrersi per le scoscese vie del paese.

Come arrivare

Castelluccio, dista 152 km da Perugia e 29 km da Norcia. In auto: se arrivate dalla A1, da Firenze o Roma, uscite al casello di Orte e prendete la superstrada in direzione di Terni. Dopo circa 35 km, appena superato Spoleto, girare per Norcia-Cascia. Seguire poi sempre le indicazioni per Norcia. A Norcia seguire le indicazioni per Castelluccio. Potete arrivare a Norcia in Bus partendo da Roma, Spoleto e  Ascoli Piceno. Le stazioni ferroviarie più vicine sono quelle di Spoleto,  Terni e Ascoli Piceno