C’è grande crisi! La questione alimentare

0
4942

C’è grande crisi! La questione alimentare

Di Clara Litti

Il cibo non scarseggia ma i prezzi sono ormai improponibili. La guerra in Ucraina ha assestato il colpo di grazia a una situazione già gravemente compromessa

Farina, pane, pasta, grissini, cracker, torte e potremmo continuare l’elenco ancora per un bel po’. Il grano e i suoi derivati sono elementi fondamentali nella dieta non solo di noi italiani ma di quasi tutto il genere umano. È un fatto che il mondo si sfami soprattutto grazie ai cereali, in particolare al grano che fornisce una notevole varietà di alimenti che possono essere anche conservati a lungo. Ma passeggiando tra gli scaffali del supermercato ci rendiamo conto che non è solo un problema di cereali, i prezzi sono ormai lievitati su quasi tutto. Sono in molti ad additare l’aumento del costo dell’energia come causa primaria e in larga misura hanno ragione. Se aumenta il costo del carburante che serve a produrre e trasportare “cose” è chiaro che queste aumenteranno di conseguenza. Non fa una piega. Ma c’è dell’altro. La matassa non è semplice da sbrogliare ma possiamo provarci tentando di non semplificare o generalizzare troppo. Le aree principali da considerare sono quattro: eccole.

CAMBIAMENTO CLIMATICO

Da anni ormai esperti di diversi settori si sgolano su quello che potrebbe diventare un default alimentare senza precedenti, almeno nel nostro cosiddetto mondo civilizzato e moderno. In primo luogo i climatologi, ignorati da sempre e che ora stanno avendo la loro amara rivincita. In Italia, dopo un “inverno” senza pioggia, si è registrato il maggio più caldo di sempre e nel resto dell’Europa la situazione non è migliore. I risultati sono terreni aridi, scarsità d’acqua per irrigarli e raccolti di cereali, frutta e verdura inferiori in quantità e qualità. Si stima un danno intorno al miliardo di euro, per essere ottimisti. La novità non è la siccità, periodi più o meno lunghi senza piogge ci sono sempre stati, ma in base a un rapporto pubblicato dalle Nazioni Unite, sembra che dal 2000 ad oggi siano aumentati di quasi il 30% in termini di quantità e di durata, che non è poco. In più, quando i meteorologi annunciano la tanto agognata pioggia, sarebbe meglio farsi il segno della croce sperando che cada davvero acqua e non chicchi di grandine grossi come uova di papera. Ci sono fior di rapporti che indicano la mano dell’uomo come responsabile principale di tutto questo, grazie all’accelerazione della produzione industriale sostenuta dai combustibili fossili con cui abbiamo banchettato fino adesso. Se ne discute da decenni ma i numeri ora cominciano a preoccupare: nel 2021 un rapporto avvisava di un calo pari a 4 milioni di tonnellate nella produzione mondiale di grano rispetto all’anno precedente e tra ondate di calore e alluvioni la situazione peggiora sempre di più. Il clima dunque sembra essere al primo posto, ben prima dell’avvento di Putin. Siamo nelle mani dei governanti e di come decideranno di procedere per far fronte a questa annosa questione. Più avanti, vedremo le loro soluzioni.

GLOBALIZZAZIONE

L’abbiamo messa al secondo posto ma solo per un soffio. Sono già passati molti anni da quando il buon Corrado Guzzanti, nei panni dell’allora ministro Tremonti, metteva in guardia l’Italia da quello che aveva definito “il cetriolo globale” che gira sempre e ogni tanto si abbassa mietendo vittime. La globalizzazione è un processo di interdipendenza tra i popoli che punta ad unificare la sfera economica, alimentare e sociale di tutti i Paesi del mondo. Questo sistema economico ha spinto molti Paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, a specializzarsi sulla produzione di pochi prodotti destinati perlopiù all’esportazione per poi dover importare tutto il resto. Insomma, io produco il grano, tu produci il pomodoro, Tizio si occupa esclusivamente di parmigiano, Caio coltiva solo basilico e poi li scambiamo tra di noi. Se tutto va bene, una buona pastasciutta alla napoletana non mancherà a nessuno, ma se per caso (vedi siccità e alluvioni di cui sopra) la produzione di uno o più di noi si blocca, l’intero sistema potrebbe sgretolarsi. Se fosse un sistema basato su un aiuto reciproco e non solo su una rigida specializzazione, potrebbe anche funzionare: Caio è stato alluvionato, quindi io, Tizio e gli altri forniamo l’equivalente delle quote di raccolto perso e tutti alla fine mangiano qualcosa. Ma quando alle spalle c’è una logica esclusivamente economica, Caio diventerà l’ennesima vittima del cetriolo globale e noi resteremo senza basilico. È il caso di Paesi dell’Africa sub-sahariana, ad esempio, specializzati nella produzione massiccia di caffè o cacao e obbligati a importare tutto il resto. E se i prezzi di “tutto il resto” aumentano a dismisura e loro non possono permetterselo, pazienza. Il problema non è la mancanza di cibo, si stima che almeno il 17% venga semplicemente sprecato, ma l’accesso che non è garantito a tutti. È aberrante dover distruggere del cibo solo per aver sforato le quote consentite di produzione stabilite in nome di accordi di esportazioni. Questa non è l’unica causa di spreco: pensiamo anche a quanta frutta e verdura viene eliminata perché esteticamente bruttina e quindi poco adatta a essere impacchettata e venduta nei supermercati. Non sono in pochi a invocare sistemi alimentari più forti, più resilienti e capaci di combattere anche condizioni climatiche avverse. In una parola, occorrerebbe cominciare a pensare in termini di sistemi territoriali in grado di corrispondere la produzione di cibo adatta a ciascun territorio e alla sua popolazione. Anche in questo caso, siamo nelle mani di chi ci governa.

PANDEMIA

L’arrivo del Covid ha drasticamente peggiorato la situazione, soprattutto quella di chi non aveva un lavoro stabile. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, circa due miliardi di persone sono occupate in quella che viene chiamata “economia informale” (senza contratti, senza diritti), ovvero circa il 62% dell’intera forza lavoro globale. Per le misure contenitive e preventive messe in atto dai governi per contrastare l’avanzata del virus, i “lavoratori informali” non potevano recarsi sul posto di lavoro e guadagnare la giornata. Incalcolabili i danni economici in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi già fragili e in quelli che vivono principalmente del settore turistico alberghiero, ma le ripercussioni si sono registrate in tutti i settori. Per quanto riguarda quello alimentare, l’accesso al cibo è diventato ancora più difficile per le fasce di popolazione meno abbienti che diventano sempre più ampie. Sono stati erogati finanziamenti per cercare di arginare questa situazione drammatica ma è innegabile che il Covid abbia messo in ginocchio le economie locali e che sia stato e continui ad essere un moltiplicatore di miseria, povertà e disuguaglianza.

GUERRA

In fondo alla lista, ecco finalmente Putin, sicuramente responsabile di tanto ma non di tutto. La guerra in Ucraina ha comunque assestato il colpo di grazia a una situazione già gravemente compromessa di suo. Al momento sono in corso dei negoziati per sbloccare diverse tonnellate di grano ferme da mesi nei silos ucraini, in particolare a Odessa. Si cerca inoltre di agevolare le esportazioni russe di grano e fertilizzante, di cui il mercato mondiale ha disperatamente bisogno. Russia e Ucraina da sole, garantiscono circa un terzo di tutta la quantità di grano esportata a livello mondiale. Se i silos non saranno svuotati il prima possibile, il grano rischia di marcire, senza contare che non ci sarà posto per stoccare quello dei prossimi raccolti. Le nuove tornate di grano sono state già annunciate inferiori di circa il 20% per via della vicinanza dei campi alle zone calde del conflitto, per mancanza di manodopera, per la distruzione delle infrastrutture e per la carenza di acqua e energia. Preoccupa anche la questione dei fertilizzanti, da cui l’agricoltura industriale è dipendente e di cui la Russia è il principale esportatore.
Una parola sull’aumento di elettricità e gas: gli aumenti sono cominciati ben prima della guerra, con rialzi abbastanza modesti nel corso del 2021 fino a quelli molto più eclatanti (circa il 30% in più) di febbraio 2022, quando il conflitto era iniziato da appena pochi giorni. Dovendo limitare l’uso di gas e corrente elettrica, ci si potrebbe rivolgere al pellet e alla legna per scaldarci ma è in arrivo un’altra bella sorpresa. Chi in questi giorni è andato a fare il consueto carico per l’inverno, scoprirà che il prezzo del pellet è letteralmente triplicato: da un costo medio di 4 euro a sacchetto, adesso siamo sugli 8 e i venditori assicurano che presto si arriverà ai 12 euro. Per la legna non va tanto meglio: da un prezzo medio di 14 euro al quintale adesso siamo sui 17, sempre con la promessa di ulteriori aumenti nel corso dei prossimi freddi. Se il conflitto dovesse terminare in tempi brevi, forse una soluzione parziale potrebbe profilarsi.
Al momento quindi siamo nelle mani di un invasore e di un invasato che invoca la terza guerra mondiale appena qualcuno gli porge un microfono.

IN CONCLUSIONE

Il cibo non è un’arma di ricatto o un qualcosa che può fluttuare a seconda del tempo che fa o dei conflitti in corso, è un diritto primario. In natura ce ne sarebbe per tutti, se solo una manciata di gente non prendesse decisioni sulla testa di miliardi di persone con il solo obiettivo di generare profitti. Il sistema globalizzato, che già aveva mostrato i suoi limiti in tempi di pace, appare insostenibile con una o più crisi in atto, da quelle climatiche a quelle causate dalle guerre.
Il tono di urgenza dato alla conferenza mondiale sul clima, lo scorso novembre, si era concretizzato con un generale impegno di tutti i Paesi, chi più chi meno, (l’Italia meno, naturalmente) a dismettere al più presto l’uso di combustibili fossili a favore di un massiccio impiego di rinnovabili per contrastare i disastrosi cambiamenti climatici di matrice umana. Petrolio e gas andrebbero quindi abbandonati il prima possibile. E quale soluzione è stata escogitata? Eccola qui: a distanza di pochi mesi dalla conferenza sul clima, il gas è stato inserito nella lista di energie pulite tra cui figura anche il nucleare. No, non è stupidità, probabilmente sanno molto bene quello che fanno.
Peccato che noi comuni mortali capiremo il fine ultimo quando ormai sarà troppo tardi.