Hasankeyf , fine di un villaggio millenario

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Hasankeyf, fine di un villaggio millenario

Testo e foto di Fabio Conti

Un intero villaggio sommerso per far posto alla costruzione di una grande diga. Una comunità umana sradicata ma che intende difendere la propria identità. Un’opera nata non per l’energia elettrica ma per il controllo dell’acqua. Accade in Turchia, a soli 15 km dal confine siriano


Lo scenario è surreale: dalle acque spuntano gli ultimi edifici rimasti visibili. Sotto quell’immensa superficie d’acqua torbida esisteva un villaggio chiamato Ҁattepe. Una madre di famiglia di mezza età è lì presente. Si toglie le scarpe e immerge i piedi in quello che una volta era parte del suo paese natio. Non ha mai accettato l’idea di aver dovuto abbandonare i propri ricordi in maniera così drastica. “Adesso viviamo in città, ma quando veniamo a vedere il nostro villaggio sommerso siamo molto tristi. Da quando abbiamo perso la nostra casa ci sentiamo dei rifugiati”, confida la donna. “Sono nato qui. Ho passato tutta la mia vita in questo villaggio. Vederlo così, sott’acqua, mi rende triste”, ribadisce il marito poco dopo.

Questa è la sorte che è toccata ad Hasankeyf e altre centinaia di villaggi presenti nel territorio curdo di Bakur, nel sud-est della Turchia, a meno di 150 chilometri dal confine siriano.

Hasankeyf, che vanta 12mila anni di storia, è stata chiusa nel novembre 2019. I suoi abitanti sono stati costretti a lasciarla a malincuore, non senza averla vissuta fino all’ultimo istante, restii ad abbandonare le proprie radici. Entro la metà del 2020 Hasankeyf sarà sommersa dalle acque della diga Ilisu: un progetto iniziato nel 1959 e interrotto diverse volte dai vari governi in carica fino al 2002, con l’avvento di Recep Tayyip Erdoğan. Da allora i lavori della costruzione della diga non sono stati più sospesi. Alcune banche straniere hanno inizialmente finanziato il progetto per poi decidere di ritirare gli investimenti a causa dei possibili danni ambientali. Tutto questo non ha fermato l’attuale presidente della Turchia, che ha continuato il suo operato con l’ausilio di alcune banche nazionali.

Guerra dell’acqua

Secondo il governo turco la diga Ilisu serve per la produzione di energia elettrica. “La diga produrrà solamente l’1,4 percento dell’elettricità di tutta la Turchia”, spiega Ridvan Ayhan, attivista dell’associazione Keep Hasankeyf Alive. “Diversi studi hanno evidenziato come in quest’area si potrebbe produrre il 5,5 percento di energia elettrica di tutta l’intera nazione con lo sfruttamento dell’energia eolica e solare”. A fronte di questi dati, ci si chiede dunque il perché di determinate scelte da parte di Erdoğan. Una delle ipotesi più accreditate riguarda la guerra dell’acqua, un’anticipazione di guerre future nel mondo per accaparrarsi questo bene prezioso e sempre più indispensabile, non a caso denominato anche oro blu. Gestire il flusso del Tigri a proprio piacimento potrebbe voler dire controllare gli altri stati limitrofi in cui passa il fiume (Siria e Iraq). Una strategia politica, quella del ricatto, al quale il presidente turco non sarebbe nuovo.

Identità a rischio

“Molte persone sono venute qui per protestare. Hanno rilasciato delle dichiarazioni chiedendo che i lavori venissero fermati. Lo stesso hanno fatto alcuni partiti politici, Ong e associazioni”, racconta Ridvan. “L’ultima volta anche molti giovani sono venuti qui ma la polizia li ha arrestati. E’ andata avanti così per tre giorni. Abbiamo fatto il possibile ma adesso protestare è proibito, per cui cerchiamo di far sentire la nostra voce tramite i media locali e internazionali”. Non a caso Ridvan ha scontato un anno e mezzo di carcere dopo essere stato arrestato nel 2012 durante una manifestazione. Nato nel 1963, ricorda sua madre che si svegliava prima del sorgere del sole per andare a lavare i panni nelle acque del Tigri, poi preparava la colazione per tutta la famiglia. La loro vita si svolgeva all’interno delle grotte. Era un’esistenza umile, sicuramente più selvaggia. Questo almeno fino agli inizi degli anni Settanta, quando ad Hasankeyf vennero costruite le prime case e la gente locale abbandonò le grotte per stabilirsi al centro della città. “Quella fu la prima migrazione, e adesso siamo di fronte alla seconda. Il passato ci definisce, ma presto noi non ne avremo più uno. Stanno cancellando la nostra storia per farci dimenticare chi siamo”.

Impatto ambientale

Quando il progetto della diga Ilisu sarà concluso definitivamente il clima locale muterà diventando più umido. Quell’immensa massa d’acqua sconvolgerà la fauna e la flora locale. Molte specie viventi rischieranno l’estinzione, altre migreranno. “Non è mai stata realizzata una valutazione di impatto ambientale da parte del governo perché la legge stabilisce che un simile studio non è necessario per progetti che sono stati approvati prima del 1993, e quello della diga Ilisu risale agli anni Cinquanta”, spiega Ercan Ayboga, ingegnere ambientale e attivista. “Le uniche stime sono quelle effettuate dall’European Export Credit Agency nel 2005, quando la Turchia fece richiesta per aprire una linea di credito, ma si tratta di ricerche non vincolanti per lo stato turco e che non sono più nemmeno reperibili online”. Ercan sottolinea come il calcolo dei danni ambientali non possa essere valutato esattamente a causa della mancanza di studi specifici, ma fa notare come probabilmente basterebbe andare a vedere quel che è accaduto nel bacino dell’Eufrate, in cui sono presenti cinque dighe. “Lì il clima ha subito un drastico cambiamento. Nevica molto meno sulle montagne e tutto ciò ha avuto conseguenze sull’agricoltura, così come sulla biodiversità”, spiega Ercan. “C’è anche il rischio che malattie come la malaria ritornino a causa dei cambiamenti climatici e della cattiva qualità dell’acqua”, conclude.

Abitata fin dai tempi del Neolitico, Hasankeyf detiene nove dei dieci requisiti stabiliti dall’Unesco per essere inserita nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Questo avrebbe potuto salvarla dal suo triste destino ma il ministro del Turismo non ha mai presentato una simile richiesta. Ormai è tardi. Alcuni monumenti sono stati spostati, altri saranno sommersi. I suoi abitanti, dopo aver dovuto dissotterrare i propri defunti e spostarne le tombe, sono stati costretti a trasferirsi  in una nuova città, distante circa tre chilometri dalla vecchia. Ma questo sistema non ha funzionato per tutti. Sono stati in molti a non aver avuto diritto a una sistemazione. Per loro, ora, è una situazione di estrema emergenza.

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