Chiedi alla polvere della discarica di Faladiè

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2022

Chiedi alla polvere della discarica di Faladiè

Testo di Marianna De Padova; Foto di Max De Martino

Bamako, capitale del Mali: viaggio allucinante nella discarica di Faladiè. Tonnellate di plastica, batterie, carta e metalli vengono riversate su un terreno di proprietà privata, dove un perenne rogo cancerogeno brucia il futuro di migliaia di persone inermi e senza diritti


In Africa in genere il cielo è azzurro intenso, come da noi avviene solo nelle giornate fredde. Ma la mattina in cui siamo andati in visita al campo profughi nella discarica di Faladiè, a Bamakò, il meteo informava che il clima era caldo con “polvere diffusa”. Polvere diffusa. Una sottile impalpabile coltre di pulviscolo, che avvolgeva tutto, rendendo il sole quasi osservabile. Già questo bastava a rendere fastidioso respirare, ma arrivati all’ingresso di Faladiè ci siamo subito resi conto che sarebbe stato più salubre indossare una mascherina: in cielo oltre all’ocra della polvere, anche la sfumatura nerastra del fumo da incendio.

La discarica di Faladiè, alla periferia sud ovest della capitale del Mali è situata a pochi chilometri dal suo aeroporto ed accoglie i rifiuti che giornalmente l’infrastruttura produce. Tonnellate di plastica, carta e metallo, principalmente, vengono riversate su questo terreno di proprietà privata, che attualmente si estende su circa diecimilaseicento metriquadri. Ciò ha determinato la creazione di una collina artificiale, fatta, appunto di rifiuti. Rifiuti che se stessero lì, a sedimentare con la polvere, indurita dalle piogge stagionali, avrebbero un impatto ambientale meno devastante, circoscrivendo l’area inquinata solo in quel punto. Ma invece, questi rifiuti vengono bruciati.

L’aria brucia occhi e gola

In continuazione a Faladiè, e dunque su tutta Bamakò, si respira aria bruciata, che sa di acre, annerisce le narici, brucia occhi e gola, ed è altamente cancerogena. La popolazione di Bamakò al 2014 era attestata al poco più di tre milioni di abitanti; a Faladiè gli sfollati attualmente sono quasi millecinquecento, di cui ottocento bambini. Un enorme numero di persone sottoposte alle esalazioni di questi roghi che bruciano incessantemente. E’ talmente caratteristica questa pratica, che se si volesse utilizzare Google Earth per vedere la panoramica della discarica, si nota la concentrazione del fumo di uno di questi roghi.

I fumi sono caratterizzati da molecole di diossine, ovvero le PCDD/F (ne esistono 210 tipi a seconda delle composizioni di idrocarburi), estremamente tossiche per l’uomo, animali e terreno. Infatti le diossine hanno la capacità di penetrare nel terreno, legandosi ad esso, prolungando il tempo del suo naturale smaltimento: 9-15 anni per gli strati di terreno superficiali, 25-100 per quelli più profondi. Secondo uno studio di Meneses et al. del 2002, e come riportato da uno studio del 2006 sulle Diossine dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (oggi accorpato all’organismo governativo ISPRA), la deposizione atmosferica costituisce “la via di contaminazione più significativa, rappresentata dall’assorbimento della fase vapore con un contributo di PCDD/F di circa il 66%, la deposizione secca di particolato presenta un contributo di circa il 13%”. Come a dire, se le molecole di Diossina si disperdono nell’aria, penetrano nel terreno in maniera più attiva. Oltre alla particolare resistenza nel terreno le PCDD/F, queste hanno la caratteristica di essere bioaccumulanti, ovvero si legano chimicamente a ciò che ‘invadono’, modificandone la composizione.

Diossine pericolose

Il Bioaccumolo è una caratteristica che riguarda direttamente anche l’organismo umano: un’esposizione prolungata alle Diossine porta importanti deficit al sistema immunitario ed ormonale linfatico: nell’uomo favorisce l’insorgere di tumori al fegato, al seno e linfomi, oltre al diabete, che tumore non è, ma neanche è un raffreddore. I tempi di smaltimento delle molecole di PCDD/F nell’organismo umano variano da cinque a undici anni, solo per il 50% del totale accumulato. I bambini di Faladiè, ipoteticamente, a 25-30 anni potrebbero essere fuori pericolo.

Fin qui abbiamo illustrato sommariamente gli effetti su terreno e uomini della plastica bruciata, ma abbiamo detto che in quest’area vengono bruciati anche metalli. “Che tipo di metalli” possano essere bruciati non è di facile individuazione, ma deduzione sì. Il Cromo Esavalente, che abbiamo tutti imparato a conoscere grazie a Erin Brockovic, spesso presente come pigmento nei coloranti giallo, rosso e arancio, lo possiamo trovare anche in pentole di acciaio inox o legno trattato con bicromato di rame. Abbiamo poi il piombo, rilasciato dalle batterie di utilizzo quotidiano, ed il cadmio, dal 2011 inserito tra i metalli più nocivi per l’organismo umano, a volte presente nelle saldature di alcune lattine per alimenti.

A Faladiè diossine e metalli vengono bruciati insieme: le loro molecole si disperdono nell’aria, nella polvere, che diventa vettore principale per la sedimentazione nel terreno.

Ma come è stato possibile che oltre millequattrocento persone abbiano deciso di stabilirsi in questo angolo d’inferno in terra, per di più, essendo terreno privato, pagando 1,50 o 2 euro (un chilo di riso di bassa qualità), se la tenda è piccola o grande? La stragrande maggioranza delle persone scappa dalla guerra etnica che si svolge nel nord del paese. Si tratta principalmente di allevatori, di etnia Peul, che con il loro piccolo gregge di bestiame, non sanno più dove andare a cercare rifugio; e come la storia ci insegna, le grandi città fungono sempre da attrattori. A questa gente che scappa dagli attentati, dagli attacchi notturni, che magari ha visto morire amici e parenti sotto gli occhi, una collina maleodorante ma in cui nessuno li ucciderà, pare la salvezza.

Pare. Infatti oltre all’aria cancerogena, essendo il sito una discarica non ha nessun tipo di fonte d’acqua. I suoi ‘abitanti’ devono recarsi a valle della collina, nella periferia di Bamakò, che già di suo non è un posto igienico sanitario raccomandabile per i nostri canoni occidentali. Naturalmente i servizi sono completamente assenti. Nelle tende, che paiono più delle capanne di fortuna, le persone che vi trovano riparo, sono a stretto contatto con gli animali dei loro allevamenti, spesso libere -se si tratta di pochi esemplari-  o raggruppati in piccoli recinti. Gli animali costituiscono il loro unico sostentamento, e scappando è fondamentale portarseli dietro. Dunque tra rifiuti e sporcizia varia, uomini e animali sopravvivono insieme nell’accampamento. Perché solo accampamento possiamo realmente definirlo, non essendo organizzato e gestito da alcun organismo governativo maliano, né della municipalità di Bamakò. I primi a intervenire un anno fa furono dei volontari indipendenti argentini e spagnoli che, con i libanesi residenti in Mali, lamentarono la totale assenza di un intervento governativo e delle Organizzazioni UN. L’unico supporto per questa gente è la struttura sanitaria e sociale installata dall’Organizzazione Umanitaria Bambini nel Deserto, grazie al contributo dell’otto per mille della Tavola Valdese. Alcune strutture in muratura sono state adattate ad uso infermeria, breve degenza, farmacia, magazzino alimentare e uno spazio all’aperto per la scuola, momentaneamente coperto da una tenda. Ai piccoli viene insegnato a leggere, scrivere e far di conto, e a metà mattina ricevono latte, pane e frutta, assicurandosi almeno un pasto giornaliero.  I bambini con gli adulti possono contare sulla presenza di personale medico qualificato, garantito sempre dall’intervento di Bambini nel Deserto.  Grazie alla presenza di questi medici si è potuto ridurre il ricorso alle costosissime ospedalizzazioni e i fondi potranno essere dirottati al mantenimento di questo centro anche durante la stagione delle piogge. La speranza è di riuscire a trovare un altro luogo, realmente attrezzato come campo profughi, ma le difficoltà sono enormi. Il vero augurio è che la guerra nel nord del Mali possa finire presto, sebbene la gestione dei rifiuti rimarrà sempre una grandissima piaga in tutto il continente africano.  (nota: le fotografie sono state scattate a luglio scorso, stagione delle piogge).