Gufi e civette tra leggende e verità

False credenze

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Gufi e civette tra leggende e verità


   Di Marco Mastrorilli

Assiolo - foto M. Mastrolilli

Le limitate conoscenze degli animali crepuscolari o notturni hanno favorito nel corso dei secoli la nascita di grossolane calunnie etologiche e visioni demoniache


Ogni volta che il sole cala sull’orizzonte, la notte prende la scena e si rinnova il millenario spettacolo che elegge a protagonisti i predatori notturni: civette, gufi, barbagianni e allocchi. Uno show che per via dell’oscurità risulta precluso ai nostri occhi, ma capace di generare un caleidoscopio di leggende e maldicenze che hanno screditato l’immagine dei rapaci notturni nel corso dei secoli. Non è un caso, infatti, che i gufi siano associati ad un immaginario collettivo pervaso di stimoli negativi. Le limitate conoscenze degli animali crepuscolari o notturni hanno favorito nel corso dei secoli la nascita di grossolane calunnie etologiche e visioni demoniache che hanno determinato per animali come lupi, rospi, pipistrelli e gufi un destino indissolubilmente legato a segnali di sventura, morte o maledizioni. Ma nel corso della storia millenaria di gufi e civette la percezione dell’uomo verso questi rapaci ha vissuto avuto alterne vicende. Nell’antica Grecia, la civetta (Athene noctua) era contemplata e venerata come un animale “sacro”, tanto da divenire simbolo di Atena, dea della saggezza. Atena raffigurava la sapienza e la prudenza: l’occhio della civetta, si narrava, brillasse nella notte come il saggio emerge nel popolo. Le civette capaci di volare e vedere nell’oscurità quando gli uomini non riuscivano a distinguere nulla, erano divenute l’icona della forza della scienza e del sapere. Ma questa benevolenza verso i rapaci notturni stava per finire e scopriamo insieme come questi animali abbiano vituperato la loro credibilità trasformandosi in simboli negativi. Alcuni celebri autori latini come Claudio Eliano e Plinio, cominciarono ad associare agli assioli ed ai gufi la capacità di portare sventura, iniziando un lungo processo di mistificazione e demonizzazione. Il progressivo disfacimento dell’Impero Romano, mutò radicalmente gli ambienti rurali che abbandonati lasciarono spazio alle foreste. I lupi e molti altri animali furono demonizzati per paure reali ed inconsce, determinate dalla dominante ignoranza etologica. L’avvento dei “bestiari” e della stregoneria durante il medioevo mutò la considerazione popolare verso molti animali. Le pozioni e i rituali contro il “male” crearono proseliti e in questo scenario rospi, pipistrelli, lupi “mangiatori d’uomini”, i serpenti divennero compagni di sventura per i gufi, che assunsero il ruolo di animale iettatore per eccellenza. Persino la tassonomia non ha scordato questo trascorso di sventura millenario.

Strigiformi messaggeri di morte?

L’ordine in cui sono annoverati i rapaci notturni è quello degli Strigiformi, nome che deriva dal latino e significa: Striges = streghe e  formes = forma, quindi uccelli dalla forma di strega!

Le conoscenze naturalistiche dell’epoca erano pressoché inesistenti e i gufi sembravano avvalorare queste credenze. Uccelli dalle forme strane, occhi grandi, canti angoscianti erano le basi di una tradizione così sfavorevole che radicò in molte credenze popolari. Alcune sono giunte fino ai giorni nostri e nel terzo millennio, c’è ancora chi crede a stupide superstizioni.

Cerchiamo ora di restituire credibilità a questi predatori.

Un luogo comune molto radicato nel genere umano è l’associazione tra i rapaci notturni e i segnali di sventura e di morte. Questa correlazione era frequente, poiché il trapasso è un momento misterioso ed i rapaci notturni in virtù di aspetti ecologici sconosciuti incarnavano questo momento luttuoso. I cimiteri, ad esempio, luoghi di riflessione e afflizione sono, se visti dal punto di vista naturalistico, luoghi perfetti per la vita di gufi & soci. Durante la notte, infatti, i cimiteri si tramutano in territori di caccia perfetti per gli Strigiformi che predano roditori e insetti nel silenzio assoluto. Animali misteriosi come i gufi, avvistati nei cimiteri, hanno favorito queste stupide correlazioni. Ma non è l’unica assurda credenza di iattura.

Ascoltando la testimonianza di qualche anziano, si sente associare al canto della civetta un presagio di sventura. In passato nei casali di campagna, le veglie funebri si svolgevano nei porticati e nelle aie.  Ceri e lumi attiravano falene ed insetti trasformando queste serate in un lauto banchetto per i pipistrelli, ma anche per civette, e assioli, che emettendo qualche canto “tradivano” la loro presenza accreditando la correlazione con i funerali.

Civette ed assioli in realtà cantano tutto l’anno ed è facile per i superstiziosi accostare il loro canto ad un segnale infausto, ma ovviamente non vi sono riscontri scientifici.

Allocchi colonna sonora thriller

Cambiando scenari, non muta l’immagine misteriosa di questi rapaci e per comprenderlo immergiamoci nel buio di una sala cinematografica durante la proiezione di film noir o di genere Horror. Registi e sceneggiatori, per queste pellicole, fanno ampio uso di canti di rapaci notturni. Ogni volta che le scene si girano di notte, per accrescere il nostro stato d’ansia e terrore, accanto al protagonista di turno, registi e sceneggiatori affiancano una colonna sonora naturale inconfondibile. E’ la vocalizzazione animale più usata nel cinema: una voce sinistra, simile ad un ululato che rompe il silenzio del bosco: il canto dell’allocco Strix aluco.

Il maschio dell’allocco produce canti udibili anche a grandi distanze, caratterizzati da ripetuti “hoot”, emessi per difendere il proprio territorio. La difesa dell’homerange attraverso l’uso dei vocalizzi è una abitudine peraltro “sfruttata” per svolgere i censimenti di questi uccelli elusivi.  Da decenni, infatti, i naturalisti studiano la distribuzione degli Strigiformi con la “metodologia del playback”. Una tecnica che prevede il contatto di un individuo territoriale attraverso l’uso di richiami registrati di un “conspecifico”, cioè di un uccello della stessa specie.  L’aggressività e la curiosità dell’allocco, ne fanno un predatore spiccatamente territoriale e la sua indole è paradossalmente mal interpretata ed associata ad una nomea poco edificante.  Se assegniamo il nomignolo di allocco ad una persona, quest’ultima potrebbe offendersi, poiché è per molti sinonimo di “stupidità”. L’allocco stimolato con richiami o persino con simulazioni fatte a voce può rispondere mostrando una aggressività, che i profani del verbo etologico, giudicano erroneamente come una dimostrazione di stupidità. Questo è un grossolano errore di interpretazione del comportamento dei rapaci notturni bistrattati da secoli e i cui canti hanno sempre suscitato contrastanti sentimenti stimolando fantasie popolari, spesso assurde.

Civetta e vanità femminile

Nell’immaginario umano, spesso zooantropomorfo, è frequente correlare il termine “civetta” alla donna vanitosa, voluttuosa capace di attrarre gli uomini con un campionario di sguardi e atteggiamenti provocanti e sensuali. Questa “leggenda” riemerge sfogliando i manoscritti di Claudio Eliano, autore latino, che descrisse la civetta come un rapace, utilizzato dai cacciatori del tempo e capace di “attirare” i piccoli uccelli.

La civetta è un animale astuto e assomiglia alle fattucchiere; quando è catturata è in realtà lei che cattura per prima gli uccellatori. Erano le parole usate da Claudio Eliano per mostrare le arti ingannevoli della civetta. La civetteria trova spazio nel linguaggio comune, anche in altre forme: la nave-civetta, l’auto-civetta, i prezzi civetta nei market.

Gufi simboli di saggezza

Dopo un così vasto campionario di maldicenze è positivo scoprire che esista qualche convergenza positiva.  La visione nel mondo anglosassone è notevolmente diversa dalla nostra e vede il gufo divenire simbolo per eccellenza dello studio, come testimoniano migliaia di exlibris nuovi, vecchi ed antichi legati ad università, biblioteche, librerie.

Per fortuna oggi le attenzioni delle nuove generazioni, grazie anche al fenomeno Harry Potter con il suo gufo delle nevi, Edwige, ha ribaltato convinzioni secolari risalenti al medioevo e i gufi oggi sono collezionati come oggetti portafortuna.

I rapaci notturni sono animali all’apice di catene alimentari, simboli del prodigioso percorso evolutivo che permette a questi uccelli la caccia nel buio assoluto. A suffragare l’inversione di tendenza, si tiene in Italia l’evento più grande al mondo dedicato agli Strigiformi: il Festival dei gufi che attira oltre 25 mila visitatori ogni due anni e tornerà nel 2019.

Allocco - foto Carmelo Miluzzo