Hawaii, paradiso ritrovato

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Na Pali Coast - foto di Simone Sbaraglia

Hawaii, paradiso ritrovato


Testo di Roberto Cazzolla Gatti – Foto di Simone Sbaraglia

Le Hawaii racchiudono ancora una straordinaria biodiversità. Qui la Natura lotta per sopravvivere tra cementificazione e turismo di massa


Sarà certamente venuto un colpo al capitano inglese James Cook quando, nel 1778, navigando verso nord dopo esser salpato da Tahiti durante il suo terzo viaggio esplorativo, s’imbatté in una grande isola, con enormi vulcani a bucare le nuvole e acque cristalline a bagnarne le nere coste rocciose. Aveva appena scoperto le Hawaii. A dir la verità, gli europei erano entrati per la prima volta in contatto con quello che si sarebbe rivelato un paradiso ritrovato. Sebbene la seconda apparizione sull’isola del capitano della marina reale nel 1779 fosse stata ben accolta dagli indigeni, che avevano visto in lui e nelle sue navi una sorta di apparizione divina in occasione delle celebrazioni della festa del raccolto chiamata Makahiki, le tensioni tra i conquistatori e i conquistati (resisi finalmente conto delle vere intenzioni dei britannici) sfociarono nell’assassinio di Cook e di quattro membri del suo equipaggio.

CULTURA ANTICA SCOMPARSA

Ormai, però, l’Europa aveva fatto la conoscenza della brutale bellezza di quelle remote isole del Pacifico e, da quel momento sino all’appropriazione dell’arcipelago da parte degli Stati Uniti, per gli indigeni sarebbe iniziato il periodo più buio della loro lunga storia, tra stermini e sopraffazione. Oggi di quella cultura antica e misteriosa restano pezzi da museo, spettacoli per villaggi turistici e qualche racconto dei pochi hawaiiani rimasti sulle isole. La maggioranza della popolazione attualmente residente sulle otto terre emerse, che costituiscono le vette di una grande catena montuosa sottomarina, è composta da americani immigrati dal continente, cinesi (sempre più numerosi, particolarmente nelle aree di Honolulu e dell’isola di O’ahu) e altre etnie asiatiche, sebbene i discendenti degli indigeni costituiscano circa un decimo dei residenti. Con gli stranieri, sulle isole, sono arrivate specie invasive e aliene, come il rospo delle canne, la mangusta asiatica, la tartaruga cinese dal guscio molle, l’eucalipto, il ficus, etc. che hanno colonizzato gli ambienti che l’uomo ha degradato negli ultimi secoli, sostituendo, a volte, le specie endemiche che compongono i peculiari ecosistemi dell’arcipelago.

UN VASO DI PANDORA

Nonostante tutto, le Hawaii continuano a rappresentare una sorta di vaso di Pandora del Pacifico, che racchiude una straordinaria biodiversità di specie e habitat. Per molti, soprattutto per gli statunitensi, le isole sono essenzialmente luoghi dove trascorrere le vacanze tra hotel di lusso e splendide spiagge tropicali, assaporando frutti esotici senza rinunciare agli hamburger degli onnipresenti fast-food a stelle e strisce. Eppure, non lontano delle mondane e solite mete, e a volte persino nelle località più affollate, la Natura con le sue rarità lotta per sopravvivere tra cementificazione e turismo di massa, coadiuvata da un territorio spesso troppo aspro per essere sfruttato completamente dall’uomo.

Certamente, un grande contributo alla salvaguardia delle peculiarità selvatiche delle isole viene dai due grandi parchi nazionali, Haleakala sull’isola di Maui e Hawai’i Volcanoes sull’isola di Big Hawaii che, oltre a preservare i due principali megavulcani che emergono spavaldi dall’oceano, tutelano enormi aree ricoperte da foreste e terre brulle, preservando anche la costa e la barriera corallina che da esse dipendono. Nei confini del parco nazionale di Haleakala ad esempio, è possibile incontrare – con un po’ di fortuna, silenzio e pazienza che spesso manca ai turisti d’assalto – i rari ed endemici fringuelli delle Hawaii (honeycreepers, in inglese), una tribù indigena della sottofamiglia dei cardellini. Questi magnifici uccelli, alcuni facilmente identificabili per il becco ricurvo utile a prelevare il nettare dai fiori a lungo calice degli alberi di koa e ohia, conservano come nomi comuni quelli associati dagli indigeni in base a caratteristiche fisiche o dei loro richiami. Veloci e agili, si muovono di fiore in fiore nella riserva Waikamoi all’interno del parco, gli ‘i’iwi e gli ‘apapane, dal piumaggio rosso brillante, e gli ‘amakini, con le loro penne verdi e gialle.

ESPLOSIONE DI COLORI

Risalendo verso l’enorme cratere del vulcano, che dà il nome a questo parco e che racchiude in sé decine di altre caldere formatesi durante le eruzioni più recenti che hanno rilasciato colate di lava fino alla costa per quasi 3.000 metri sino a solidificarsi come scogliera rugosa e nera come carbone in mare, ci si imbatte in un’altra rarità delle Hawaii: il silversword di Haleakala. Questa pianta dalle foglie grigio brillante (o ʻāhinahina, in hawaiiano) e dall’enorme infiorescenza, cresce unicamente su alcuni versanti del vulcano ed esplode in tutta la sua bellezza durante le effimere fioriture, punteggiando con argentee scintille il paesaggio dal fondo rosso (per il ferro magmatico), giallo (per le emissioni di zolfo) e nero (per la roccia vulcanica). Dalla vetta del cratere, lo spettacolo è a dir poco mozzafiato e, di certo, la fatica del sentiero che scende costeggiando i solchi creati dalla forza (ultraterrena, secondo molti indigeni che identificano in ogni cratere una divinità) della terra è ben ripagata. Proseguendo lungo la sinuosa strada che costeggia l’oceano verso est, dove si alternano meravigliose cascate, come le Seven Sacred Pools di Ohe’o, e spiagge mozzafiato dalle sabbie rosse e nere, non si rimpiange affatto di aver scelto l’esplorazione naturalistica dell’arcipelago al classico turismo da villaggio vacanze.

L’insieme dei vulcani della Grande Isola, nient’altro che figli di grandiosi antenati come Mauna Loa (il primo luogo al mondo dove è stato rilevato l’incremento della CO2 atmosferica post-industriale) e Mauna Kea (il promontorio più alto al mondo, se si considera che i suoi 4.203 m sul livello del mare rappresentano solo la punta di un iceberg – un megavulcano, per l’esattezza –  di 10.000 m di altezza), arricchiscono il paesaggio delle Hawaii di ulteriori unicità. Le colate del ‘700, dell’800 e dei più recenti XX e XXI secolo sono ancora lì, ad abbracciare l’isola, come profonde iscrizioni nel suolo, e creano un’atmosfera surreale lasciandoti l’impressione di essere tornato indietro di quattro miliardi di anni, ai primordi del nostro pianeta.

LA NATURA QUI SI E’ DIVERTITA

D’altronde, la Natura sembra essersi proprio divertita alle Hawaii. Come se enormi vulcani, gechi dai colori brillanti, uccelli dai becchi specializzati e piante uniche al mondo non fossero abbastanza, basta immergersi in una qualunque delle baie che circondano le isole per ritrovarsi in un paradiso di biodiversità sommersa. Per quanto prese d’assalto da orde di turisti ricoperti di creme solari e minacciate dalla crescente temperatura delle acque che ne causa lo sbiancamento, le barriere coralline, in molte aree di costa, resistono rigogliose e colorate.

La mezzaluna formata dal cratere emerso della piccola isola di Molokini, vicino Maui (raggiungibile solo via mare e con piccole imbarcazioni), insieme alla baia di Kealakekua su Big Island (dove una statua memoriale ricorda agli “Occidentali” l’assassinio del Capitano Cook e testimonia, al resto del mondo, lo sterminio degli indigeni da parte degli “Occidentali”), rappresentano due tra le meglio conservate barriere coralline dell’Oceano Pacifico Settentrionale.

Migliaia di specie ittiche iridescenti e multiformi, tra cui pesci palla, pappagallo, farfalla, chirurgo, etc. e poi murene leopardate, stelle marine (tra le quali la Stella Corona di Spine, invasivo e distruttivo predatore della barriera), ricci di mare, coralli calcarei (con scheletro carbonatico e in simbiosi con le alghe zooxantelle), spugne colorate e caravelle portoghesi (sifonofori simili a meduse formati da quattro differenti tipi di polipi specializzati ognuno in una funzione e interdipendenti, alla faccia dell’individualismo e della competizione osannata dagli umani). Di tanto in tanto, tartarughe verdi, delfini striati e acrobatici come le stenelle delle Hawaii, megattere e balenottere in migrazione, e gli squali pinna bianca e pinna nera del reef allietano con la loro presenza l’esplorazione dei sub. Su molte spiagge, le tartarughe tornano a riposarsi dopo lunghe nuotate e a nidificare protette dai selfie dei turisti grazie al controllo attento dei “baywatchers” di turno.

In fin dei conti, le ripetute eruzioni vulcaniche e le invasioni umane, vegetali e animali non hanno ancora distrutto del tutto l’esplosione di vita selvaggia delle Hawaii. D’altra parte, l’incremento del turismo occidentale, l’immigrazione orientale e i cambiamenti climatici globali potrebbero colpire su più fianchi questi giganti, impressionanti ma benevoli, che emergono dall’oceano. Impareremo a distinguere l’eccitazione frivola del turismo da Instagram dalla bellezza di un viaggio esplorativo a passo leggero nella Natura, permettendo alle Hawaii di continuare a prosperare, nonostante tutto?

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D. Biologo ambientale ed evolutivo Professore associato, Biological Institute, Tomsk State University, Russia