Islanda, l’isola del ghiaccio. Ice climbing grotte , “mulini” e cascate di ghiaccio. Con Angelika Rainer tra il ritiro dei ghiacci, la forza della natura e la sua debolezza

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MatteoMeucci

Ice climbing in Islanda con Angelika Rainer tra grotte, “mulini” e cascate. Un incontro con la bellezza della natura, la sua forza ma anche la sua debolezza

Di Angelika Rainer

Il nome inglese “Iceland”, la terra del ghiaccio, può solo che far sognare chi, come noi, è amante di questa materia. Già dall’oblo dell’aereo, la vista dell’isola dipinta di rosa dagli ultimi raggi di sole era qualcosa di magico. Nessuno di noi tre era mai stato in Islanda, né io, né il mio compagno Marco e neanche l’amico Maurizio che ci ha accompagnato in questo viaggio. La curiosità era grande.

Preso il nostro Defender 4×4 e incontrato Matteo Meucci, una guida locale che da 7 anni abita in Islanda, ci siamo avviati verso il sudest dell’isola in direzione del parco nazionale del Vatnajökull, dove volevamo trascorrere i giorni successivi. Il Vatnajökull, con i suoi circa 8.100 km² è per volume la più grande calotta di ghiaccio non solo dell’Islanda ma dell’intera Europa e la quarta al mondo dopo la calotta dell’Antartide, quella glaciale della Groenlandia ed il Campo de Hielo Sur in Patagonia.

Per percorrere i 340 km che separano Reykjavik dal parco nazionale, occorrono in auto circa 5 ore di su strade che in inverno sono spesso ghiacciate e che richiedono una guida molto attenta ed esperta. Nonostante la voglia di scalare fosse grande, non abbiamo comunque rinunciato ad una breve sosta alla “Black Beach” di Reynisfjara con la sua sabbia nera, le sue fantastiche colonne di basalto e i famosi faraglioni, un passaggio obbligato per chi passa da quelle parti.

Grotte, mulini e cascate

Il nostro obiettivo per questo viaggio era quello di scalare tre tipologie diverse di ghiaccio: le grotte di ghiaccio, i cosiddetti ‘mulini’ ovvero dei buchi verticali nei ghiacciai, e le classiche cascate che si trovano anche nelle nostre montagne. Già durante i preparativi del viaggio Matteo ci aveva spiegato che i mulini in inverno avrebbero potuto essere tappati dalla neve, cosa che si è rilevata vera, ma comunque, volevamo verificare con i nostri occhi prima di abbandonare l’idea. Purtroppo, sia i mulinelli trovati quel pomeriggio, che quelli del giorno successivo in un’altra parte del ghiacciaio, erano chiusi dalla neve. Non c’era modo di entrarci per scalarli. Ci hanno dato, comunque, la possibilità di ammirare un ghiacciaio fantastico e di camminare per l’intero giorno attraverso dune di ghiaccio e di neve che creano formazioni meravigliose. Certo, però, la delusione per non poter entrare e scalare nei mulini verticali, è stata parecchia. Si tratta, infatti, di una formazione speciale e di un’arrampicata molto rara. Questi canali tubulari vengono formati dall’acqua che penetra dalla superficie di un ghiacciaio e si creano, generalmente, nelle zone pianeggianti dei ghiacciai che sono percorse da crepacci trasversali. Possono raggiungere profondità di decine ma anche centinaia di metri, fino in fondo al ghiacciaio. Ci si può calare con la corda per poi tornare in superficie arrampicando con piccozze e ramponi e l’idea di immergerci nel buio all’interno del ghiacciaio ci aveva affascinati moltissimo.

Dato che il nostro piano era quello di scalare non solo sul ghiaccio perenne ma anche su cascate di ghiaccio che gelano solo in inverno, abbiamo scelto di compiere il nostro viaggio tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. In questo periodo le temperature dovrebbero essere ancora basse a sufficienza per avere buon ghiaccio sulle cascate e le giornate sono già notevolmente più lunghe rispetto al periodo tra dicembre e gennaio. Il momento giusto per entrare e arrampicare nei mulini invece sarebbe l’autunno, prima delle nevicate abbondanti di inizio inverno. Insomma, abbiamo dovuto accettare il fatto che unire tutti i nostri desideri in un unico viaggio non era possibile.

Matteo, allora, in alternativa ai mulini ci ha suggerito di provare il vero off-road Islandese.  Raggiungere questo posto di arrampicata è stata parecchio avventuroso. La pista di neve battuta e sterrato era disseminata di buche e pozze delle quali non si capiva la profondità e spesso l’acqua raggiungeva le portiere del fuoristrada. Al nostro arrivo, però, la vista di un muro di ghiaccio compattissimo ci ha lasciato senza fiato! Questo muro di 30 metri, che si è formato all’estremità del ghiacciaio, solitamente pianeggiante e finisce con un’inclinazione dolce. In questo caso, invece, la natura ci ha donato una parete non solo verticale ma persino strapiombante, molto interessante da scalare. Battere piccozze e ramponi in questo ghiaccio vecchio circa 200 anni sembrava quasi un sacrilegio. Per fortuna Matteo ci ha spiegato che i buchi che si generano al nostro passaggio si richiudono velocemente, con la neve fresca ed il sole, in pochi giorni, senza lasciare alcuna traccia della nostra salita. Qui abbiamo scelto due linee dove scalare, entrambe avevano la parte finale strapiombante, come se fosse una vela gonfiata dal vento, ed il colore del ghiaccio, passava dal nero sul fondo, per via della cenere lavica, al blu sulla parte superiore: uno spettacolo unico della natura, una vera e propria perla per noi amanti di questa disciplina.

Il giorno seguente Matteo e Maurizio hanno deciso di scalare l’unica cascata in zona che era rimasta in condizioni adatte dopo gli atipici giorni caldi della settimana precedente. L’idea che abbiamo dell’Islanda, data la sua posizione poco a sud del circolo polare artico, ci fa immaginare inverni rigidissimi con temperature costanti sotto zero per settimane e mesi interi. Trovandosi però sul percorso della corrente nord-atlantica il clima è più temperato di quanto la latitudine lasci immaginare ed è notoriamente variabile. Nelle pianure a sud dell’isola la temperatura media in inverno è di 0 gradi, si possono avere -10 gradi per alcuni giorni, per poi passare a +5 gradi nel corso di un solo giorno, come è successo appena prima del nostro arrivo.

Io e Marco invece abbiamo optato per andare in avanscoperta con l’obbiettivo di verificare gli accessi di altri ghiacciai e per usufruire del lato panoramico del viaggio. La visita alla laguna è stata d’avvero unica: enormi iceberg si staccano dal ghiacciaio e piano piano si fanno strada verso il mare, attraversando tutta la laguna che si è creata grazie all’acqua che sgorga dal ghiacciaio stesso. Alcuni di questi pezzi di iceberg vengono ributtati sulla spiaggia dalle onde. Qui, grazie al sole, sembrano diventare diamanti di varie dimensioni e forme dando vita ad una spiaggia meravigliosa, la “Diamond Beach”.

Ciò di cui eravamo sicuri invece è che avremmo trovato la grotta di ghiaccio, indipendente dalla neve e dalle alte o dalle basse temperature. Detto fatto, la prima vista di questa ice cave naturale, è stata d’avvero mozzafiato. Un lungo tunnel blu creato dal ruscello che fa il suo ingresso rumoroso nella lingua del ghiacciaio. Ghiaccio luccicante sui bordi e sempre più buio verso l’interno. Affascinati da questa possibilità di scalata su ghiaccio strapiombante, ci siamo subito messi al lavoro per attrezzare una linea con i chiodi da ghiaccio e abbiamo tentato una prima scalata.

Il giorno dopo siamo tornati alla grotta di ghiaccio per tentare la libera della nostra via. Sono partita motivatissima ma a metà via mi si è incastrata una piccozza che non usciva più dal ghiaccio perché, probabilmente, l’avevo posizionata toppo in profondità. Ho lottato per diversi minuti nel soffitto quasi orizzontale della grotta, prima di riuscire a togliere la piccozza con una mezza mossa di karate, per poi continuare la scalata fino in catena. Ero contentissima di aver potuto scalare per la prima volta in vita mia questo tipo di formazione, bellissima, difficile, con un ghiaccio molto compatto. Anche Maurizio è riuscito a chiudere la via, quindi, diversamente dagli altri giorni, non siamo tornati a casa col buio e abbiamo sfruttato il tempo del tardo pomeriggio per cucinare una bella coscia di agnello islandese con patate locali al forno. Anche la cucina è un aspetto importante durante un viaggio in un luogo così remoto.

Il ritiro dei ghiacciai

Per il nostro viaggio ci eravamo ispirati da foto e video di alcuni scalatori che avevano arrampicato nelle grotte e nei mulini dei ghiacciai islandesi qualche anno fa. Alla ricerca di queste mete, Matteo ci ha spiegato che la grotta che avevamo pensato di cercare, scalata 5 anni fa da una spedizione nordamericana, non esisteva più perché il ghiacciaio in questa zona si è ritirato per decine di metri. Portandosi via anche la grotta. I ghiacciai dell’Islanda sono aumentati nel 17esimo e 18esimo secolo in quello che viene definito una piccola era glaciale, per raggiungere la loro estensione massimale nel 1890. Negli ultimi 130 anni, i ghiacciai si sono ritirati più o meno velocemente, anche se negli anni ’70 e ’80 alcuni erano addirittura ricresciuti leggermente. È però dal 2000 che i ghiacciai di sbocco del Vatnajökull si sono ritirati in maniera particolarmente veloce e la loro perdita di volume è tra le più alte registrate al mondo, perdendo in questo periodo tra il 15 ed il 50% della loro massa.

Ritorno a casa

Quando sei in Islanda è indispensabile tenere sotto controllo le previsioni meteo. Da giorni era prevista una giornata con molta neve e quando improvvisamente è arrivata con l’aggiunta di un vento fortissimo, intorno ai 150 km/h, ci è subito risultato chiaro che quello sarebbe stato un perfetto giorno di riposo. Data la visibilità limitatissima e il pericolo di rottura dei vetri delle macchine a causa del vento violento, la protezione civile locale ha chiuso completamente tutte le strade. Durante la notte si sentiva il vento fortissimo che soffiava incessantemente, ed al mattino abbiamo trovato la nostra porta d’ingresso chiusa dalla neve portata dal vento. La prima analisi del meteo per i giorni successivi ha svelato quella che sarebbe stata la grande delusione, per l’avvicinarsi di un’altra perturbazione, peggiore anche della prima. È risultato subito chiaro che l’unica opzione per essere sicuri di arrivare in aeroporto e dopo tre giorni di poter ritornare a casa, era quella di partire subito verso Reykjavik. Abbiamo sfruttato al meglio questi nostri ultimi due giorni visitando posti panoramici come il geyser e il centro storico di Reykjavik, perché scalare nella bufera di neve sarebbe stato impensabile. In Islanda la bellezza della natura è illimitata, ma lo è anche la forza della natura. Un grazie va a Matteo per averci fatto da guida in questa terra così ostica.