Imparare dalla natura per evitare l’estinzione della nostra specie

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Imparare dalla natura per evitare l’estinzione della nostra specie

Di Rosario Mascia

La società umana a causa della sua notevole capacità di mutare il suo ambiente, e a seguito della crisi degli ecosistemi, all’estinzione delle specie e al mutamento del clima, potrebbe essere nel futuro prossimo capace di condurre essa stessa all’estinzione, o comunque a far crollare il sistema sociale ed economico che oggi conosciamo? 

L’umanità è costretta ad interrogarsi su questa grande questione. I grandi processi in corso fanno pensare che la specie umana possa arrivare, ed anche in tempi abbastanza brevi, ad esaurire le risorse e gli ecosistemi del pianeta: l’aumento della popolazione mondiale; l’adesione ad una economia consumistica di un crescente numero di paesi (innanzitutto Cina, India, Russia e Brasile); la globalizzazione dei mercati; e infine la digitalizzazione. La velocità di tali processi ha fatto in modo che il mondo di oggi sia notevolmente diverso da quello del 2001, che possiamo considerare un anno di svolta per a seguito dell’emblematica entrata della Cina nella World Trade Organization.

Efficienza e resilienza

Una possibile risposta per invertire queste tendenze è quella di aumentare l’efficienza di utilizzo delle risorse, ed anche dal punto di vista produttivo, alla quale si affianca l’idea di aumentare la resilienza dei sistemi ecologici, territoriali ed anche industriali.

Un approccio interessante è quello che mette a confronto i sistemi naturali con quelli di produzione, immaginando che si possano adattare questi ultimi ai processi ecologici, cercando di comprendere se ciò sia possibile. Su questa idea hanno lavorato un gruppo di ricercatori americani una decina di anni fa.

In un primo articolo[], gli autori hanno combinato termodinamica, teoria delle reti, e misure teoriche dell’informazione con la ricerca sugli ecosistemi della vita reale per creare una misura quantitativa della sostenibilità per qualsiasi sistema complesso di flussi di materia/energia. Un successivo lavoro[2] ha sviluppato l’analisi di come questa metrica e i relativi concetti possono essere utilizzati per fornire una nuova narrativa a lungo termine della salute e della sostenibilità dell’economia. Basata sulla capacità di un sistema di mantenere un equilibrio cruciale tra due fattori ugualmente essenziali, ma complementari, la resilienza e la efficienza, questa spiegazione generica della struttura di rete necessaria per mantenere la robustezza a lungo termine fornisce una spiegazione teorica – che prima mancava – per ciò che costituisce uno sviluppo sano delle imprese, e i mezzi matematici per differenziarlo quantitativamente da meccanismi basati sulla mera crescita, che in sé ovviamente non è sostenibile, essendo le risorse del pianeta finite.

Imparare dalla natura

Abbinando osservazioni di lungo termine sulla vitalità sostenibile negli ecosistemi naturali e negli organismi viventi, il risultato è una comprensione molto più chiara e accurata delle condizioni necessarie per avere una rete di imprese per produrre il tipo di vitalità sostenibile che tutti desiderano, che valorizzi e mantenga in modo affidabile la salute e il benessere di tutti i livelli della civiltà globale e del pianeta.

Ovviamente si tratta di modelli teorici, ma è interessante notare che gli autori arrivano un modello che sottolinea l’importanza di un mercato fatto di reti di aziende diverse, eque e capaci di muoversi in modo resiliente, sottolineando le ragioni del perché le leggi anti-trust sono necessarie: le dimensioni eccessive e l’attrazione delle imprese su concentrazioni (esattamente la tendenza che osserviamo in questi anni grazie – o per colpa – dell’e-commerce), possono essere mortali all’insieme economico – ed ecologico – da cui tutti dipendiamo.

Resta una domanda di fondo: è possibile correggere il modello di sviluppo corrente? Come sottolinea l’ASviS (Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile) è stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, non solo sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Viene definitivamente superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale e si afferma una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Molto spesso ragionando di ambiente, per la nostra stessa struttura psicologica e culturale, tendiamo a concentrarci sulle risposte prossime ai problemi. L’inquinamento dell’aria è causato dalle automobili che circolano, o dagli impianti di produzione dell’energia che utilizzano le fonti fossili come carbone e petrolio; l’estinzione delle specie animali è causato dalla caccia eccessiva (o bracconaggio, se illegale); l’inquinamento delle acque è causato dalle plastiche (e microplastiche) che vengono gettate nei fiumi e nel mare, o in essi trasportati, e non gestite nel ciclo del riciclo e riutilizzo dei rifiuti. Tutto giusto. Ma queste sono solo, appunto, le cause prossime dei problemi, non le cause ultime. Va compreso che l’inquinamento crescente, la modificazione del clima, l’estinzione delle specie e la distruzione e degradazione degli habitat hanno due motori principali, che stanno su un’altra scala rispetto a quanto sopra elencato.

Il primo è la crescita demografica della popolazione umana che richiede sempre maggiore energia, maggiore  produzione alimentare, maggiori risorse ambientali e produce sempre più inquinamento e rifiuti. L’ipotetico “disaccoppiamento” (produrre di più con minori risorse) dovuto alla crescente capacità tecnologica è ancora molto di là da venire.

Il secondo fattore, unito al primo, è il modello consumistico delle nostre economie, inserito nel contesto di un unico mercato globale totale, una specie di Moloch che divora il pianeta a velocità crescente, e al quale parrebbe che tutti (o quasi) i paesi del mondo aspirino. Se non effettuiamo un grande e veloce cambiamento culturale per affrontare questi problemi, sarà difficile invertire la rotta.