Tutto è uno. Induismo e ambiente

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Tutto è uno. Induismo e ambiente

Di Stefania Plini – Lilamaya Devi

Il pensiero induista insegna che un’unica energia vitale unisce il mondo umano, animale e vegetale. L’armonia è essenziale perché ogni cosa è interrelata con le altre, in un indissolubile legame di interdipendenza

Molto più antico della più recente scienza dell’ecologia, l’induismo ha da sempre nel suo DNA l’amore per la natura tutta e la coscienza che “tutto è uno”, spingendosi a tentare il superamento del dualismo tra genere umano e ambiente circostante.
Perché l’induismo ritiene che non si possa prescindere dal rispettare e sacralizzare l’ambiente e tutto ciò che ci circonda? Innanzitutto, bisogna ricordare che la base della cultura induista è il Dharma, quell’insieme di norme universali ed eterne, di doveri e di giuste azioni che deve animare la nostra coscienza, improntare i nostri comportamenti e che sostiene l’armonia suprema, il non nuocere.
Si dice nell’induismo che se soffre il più piccolo essere ne soffrirà il cosmo intero. Per vivere nel rispetto del Dharma, dunque, si deve proteggere il mondo e godere tutti dell’armonia della creazione dell’universo.

Non violenza, equilibrio e piacere

Ne discende logicamente che la prima norma sia ahimsa, la non violenza. Che senso ha praticare la violenza, ferire gli esseri viventi o distruggere la natura. Nessuno, eppure la distruzione avviene. Per avidità, per cecità, per ignoranza, o a causa di un certo modello di sviluppo economico, pur necessario per la sopravvivenza ma distante dalla luce del Dharma.
L’eccessivo materialismo si contrappone a una visione che sappia cogliere gli aspetti spirituali ed etici dell’esistenza. L’equilibrio tra questi opposti è detto artha, uno degli scopi della vita, ovvero l’ottenimento dei giusti mezzi per vivere, evitando di accumulare eccessivamente o di nuocere sottraendo beni agli altri.
Anche Kama, il piacere, il desiderio, è compreso nel Dharma: si può e si deve godere della vita. Sono aspetti che definiscono e indirizzano comportamenti umani: tutti devono essere praticati alla luce del Dharma. Il fine ultimo è il moksha, la liberazione dal ciclo dei samsara, l’aspirazione verso l’estinzione dell’ego e l’unità con l’assoluto, l’Atman.

Armonia

È difficile descrivere tutto questo con le parole e senza banalizzarne il significato. D’altra parte l’induismo ci dice che bisogna soprattutto sperimentare e lascia piuttosto in ombra le definizioni teoriche. Diffida degli intellettualismi e alla fine predilige un terreno concreto di dialogo. Non fa proselitismo e quindi non si esercita troppo su aforismi o slogan di facile consumo.
Tornando al nostro tema, se la violenza, la distruzione e la prevaricazione esistono nella realtà ordinaria, cosa dovremmo allora apprendere per accrescere la nostra consapevolezza e contrastare con la nostra azione tutto questo? Il pensiero induista, il Veda, ci insegna che esiste un’unica energia vitale, divina, che unisce il mondo umano, animale e vegetale. Un detto indù così recita: “Dio riposa sulle pietre, respira con le piante, sogna con gli animali e si risveglia nell’uomo”. L’armonia è essenziale perché ogni cosa è interrelata con le altre, in un indissolubile legame di interdipendenza.

L’unione fa la felicità

L’unione non solo fa la forza, in questo contesto, ma dà felicità ad ognuno. La felicità duratura, non quella momentanea che ci viene dal piacere effimero, ma quella che davvero si può definire stabile ed eterna – sat cit ananda – risiede proprio nell’aver sperimentato (non solo compreso intellettualmente) la presenza della Realtà, quella che possiede una sua soggettività inscindibile, che non si differenzia nei singoli esseri anche se questi la potranno diversamente percepire. Per l’induismo la Realtà ultima è l’Atman, l’Assoluto, l’unica realtà davvero esistente e onnipervadente che ogni essere umano ha il privilegio di poter scoprire dentro di sé. È il fine cui mirare.
Il Mahatma Gandhi sosteneva che la vita è una successione infinita di esperimenti. “E’ aspirazione. La sua missione è puntare alla perfezione. Noi siamo deboli e imperfetti, ma non per questo dovremmo perseguire ideali meno ambiziosi”.
Tutto è uno, tutto è sacro per l’induismo, quindi, siamo una sola famiglia, Vasudaiva Ku-tumbakam, recitano le scritture.

Macro e micro

Esistono altre discipline che possono aiutarci a comprendere tutto questo. L’antica medicina ayurvedica ci viene in soccorso mostrandoci la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo. Nel suo principale testo, la Caraka Samhita (tradotta dal dott. Ernesto Iannaccone) si dice: “L’uomo è la misura dell’universo. Le diverse entità che esistono nell’universo sono nell’uomo, e le diverse entità che esistono nell’uomo sono nell’universo”. Qui aprirei una parentesi forse necessaria: la visione ayurvedica non è antropocentrica, qui parla di esseri umani perché li sta analizzando a fini terapeutici e filosofici ma è una medicina che guarda oltre. E così continua: “Purusha, l’uomo è l’aggregato di sei costituenti: terra, acqua, fuoco, aria, spazio e Brahman immanifesto…Dell’uomo la terra è la forma, l’acqua è l’umidità, il fuoco il calore, l’aria il respiro vitale, lo spazio le cavità, il Brahman il Sé interno. Come è il potere del Brahman nell’universo, così è il potere del Sé interno nell’uomo…Ciò che nell’universo è oscurità, nell’uomo è confusione. Ciò che nell’universo è luce, nell’uomo è coscienza. Come è la creazione nell’universo, così è la fecondazione per l’uomo, come è la fine delle ere nell’universo, così è la morte nell’uomo”. E conclude: “La comprensione vera sorge in colui che vede allo stesso modo tutto l’universo all’interno di sé e sé stesso in tutto l’universo.”

Questo sentimento di unione e di sacralità lo ritroviamo anche in storie più recenti, come ad esempio nella vita del Mahatma Gandhi e di sua moglie Kasturba. Durante un periodo di malattia di Gandhi, causata da uno dei suoi digiuni sempre molto drammatici perché mettevano a repentaglio la sua stessa sopravvivenza, vediamo Kasturba assorta in profonda meditazione accanto a una pianta di tulsi, il sacro basilico indiano (in “L’altra metà della non violenza. Kasturba Gandhi. Ba”, a cura di Lilamaya Devi, Laksmi edizioni, 2021). Il tulsi, simbolo di felicità e cura per i disturbi respiratori è, in questa scena familiare, fonte di ispirazione, di sostegno, di amicizia.

Energia della natura

Il rapporto con il mondo vegetale è profondo e intimo nell’induismo. Nella classica distinzione delle quattro diverse fasi della vita (le prime tre sono: quella dedicata allo studio presso il guru, ovvero del brahmacarya, nel quale ci si attiene al celibato; quella della vita da capofamiglia; quindi del samnyasin, il monaco, il rinunciante) l’ultima fase è quella in cui ci si ritira nella foresta, rifugio e luogo energetico ideale per la meditazione. Non è più possibile considerare meri oggetti inanimati le piante. Da Darwin in poi anche il pensiero occidentale ha dovuto cambiare impostazione e oggi sappiamo che le piante si muovono, hanno più organi di senso di noi, hanno più capacità di sopravvivenza di noi, intrattengono relazioni di scambio e reciproco sostegno con le altre piante e con gli animali. E, soprattutto, abitano il pianeta quasi interamente. Noi, in percentuale, siamo nulla, siamo soltanto, paradossalmente, loro ospiti!
Alle piante viene attribuito un ruolo salvifico per le loro qualità e perché possono insegnare paradigmi di relazioni orizzontali e non verticistiche come quelle che siamo abituati a vive-re noi.

Piantare alberi

Yogasri Paramahamsa Svami Yogananda Ghiri nel suo saggio pubblicato sulla rivista “Dipavali” descrive le antiche classificazioni di alberi e piante nell’induismo. Le foreste, o vana, sono descritte come luoghi in grado di favorire la pace mentale e la meditazione e per questo qui vivevano i saggi. Ma anche le mahavana, grandi foreste rifugio di molte specie e shrivana, che donavano prosperità e venivano utilizzate per i riti. Alle foreste venivano anche attribuiti sentimenti: la tranquillità e la pace (shanta), la gentilezza (madhura), l’irosità (rudra), la paura (vibatsa).
Nello stesso saggio si cita un verso del Veda: “Se vuoi godere per centinaia di anni dei frutti e della felicità della vita allora sistematicamente pianta alberi”. La piantumazione appare così come un’antica tradizione accompagnata da una sua specifica ritualità. Anche nei templi i colonnati simboleggiano la foresta sacra e ogni albero è associato simbolicamente a una divinità.
In India molti alberi vengono considerati mitici, spirituali, sono raccomandati ai viaggiatori o ai pellegrini per le loro soste. Il banyan è un albero particolarissimo, con una circolarità delle radici che partono dall’alto delle ramificazioni verso il terreno e un’estensione che arriva fino a 19 km. nel caso unico al mondo di un albero dell’Andhra Pradesh. Abbiamo vissuto con dolore, nonché con allarme per le conseguenze, le distruzioni delle foreste amazzoniche e gli incendi in California, in Australia e in tante altre parti del mondo. La salvaguardia della natura è la salvaguardia anche dell’uomo, ci auguriamo di riuscire a superare la “Grande Cecità”, come l’ha definita lo scrittore indiano Amitav Ghosh in un suo recente libro.