Fuori di Terra. Salviamo il pianeta spostando le produzioni inquinanti nello spazio?

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Fuori di Terra: salvare il pianeta spostando le produzioni inquinanti nello spazio?

di Enrico Ceci

Forse sbagliamo, noi abitanti del pianeta Terra che abbiamo a cuore il futuro del pianeta, a preoccuparci della nostra impronta ecologica, dello sfruttamento delle risorse, del cambiamento climatico.

Sbagliamo quando gridiamo che dobbiamo preservare il nostro piccolo ancoraggio terracqueo, riscaldato da una piccola stella periferica di un altrettanto piccola e periferica galassia.

Siamo, in definitiva, un’umanità che si preoccupa inutilmente delle nostre industri inquinanti, di come renderle ambientalmente compatibili o come fare per eliminarle, mentre ben altre menti hanno già visto la soluzione? Una soluzione che a noi, per mancanza di visione, sfugge?

Quando sentiamo parlare di produzione fuori terra, noi pensiamo all’idroponica, alla coltivazione delle piante fuori suolo. Quanto siamo banali.

Altre Menti, quando parlano di produzione fuori terra, pensano proprio di spostare le produzioni inquinanti fuori dal pianeta Terra.

Jeff Bezos, fondatore e presidente di Amazon, nonché fondatore e amministratore delegato di Blue Origin, una società attiva nei voli spaziali, durante il suo volo spaziale ha avuto un’illuminazione. La vista del pianeta azzurro ha commosso il suo cuore.

Intervistato dalla NBC News ha affermato che “quando sei lassù ti accorgi di quanto la Terra sia fragile” e ha lanciato la sua una visione: “dobbiamo prendere tutta l’industria pesante, quella che inquina, e spostarla nello Spazio”

Il nostro pianeta, dunque, è una gemma e va salvato. Ma non certo, come noi ingenuamente pensiamo, attraverso un cambiamento nei modelli di produzione e consumo. Giammai!

Occorre, invece, avviare una transizione delle industrie inquinanti nello spazio.

Pensateci bene, molti materiali estratti sulla Terra sono disponibili anche nello spazio. Gli asteroidi, ma anche la Luna, contengono acqua e propellenti che possono essere utilizzati per le infrastrutture spaziali.

Soprattutto osservate di quanto è sceso il valore di mercato dell’industria mineraria, passata in dieci anni, dal 2010 al 2020 de 1,6 trilioni di dollari a 656 miliardi. Potreste accettarlo Oppure leggete il rapporto di Goldman Sachs – leader mondiale nell’investment banking, nel trading di titoli e nella gestione di investimenti- che afferma come l’estrazione da asteroidi ha costi “paragonabili alle miniere tradizionali”.

Certo, si tratta di costruire sistemi complessi e carichi di sfide da affrontare ma la commercializzazione dello spazio è una frontiera aperta. Mentre le spese per i voli spaziali continuano a diminuire, l’interesse e gli investimenti nell’industria spaziale globale non fanno che aumentare.

Bezos ha già annunciato investimenti per un miliardo di dollari l’anno in Blue Origin. Le società di venture capital stanno riversando valanghe di denaro nelle startup spaziali. Secondo i dati recenti di Space Capital, negli ultimi dieci anni le società di infrastrutture spaziali hanno raccolto quasi 38 miliardi di dollari. Per la banca d’affari Morgan Stanley si può affermare che l’industria spaziale globale genererà oltre 1,1 trilioni di dollari entro il 2040, rispetto ai 447 miliardi di dollari di un rapporto del 2020 della Space Foundation.

Nonostante gli sforzi comunicativa dell’impresa aereospaziale, rassicurante come solo quelle del tabacco e dei combustibili fossili hanno saputo essere, ci restano però dei dubbi. Quello di Bezos è un obiettivo che impiegherà decine di anni per essere raggiunto. Quindi, anche a voler essere d’accordo, cosa succede nel frattempo?

No, perché, intanto partono i razzi. E per realizzare questi progetti ne dovranno partire molti. A spingerli nello spazio ci pensa una miscela di metano e ossigeno. E quando una molecola di metano viene ossidata produce una molecola di CO2 e due molecole di H2O. Il lancio di un solo razzo genera, così, circa 1.342 tonnellate di CO2. Quanto 292 auto in un intero anno.

Certo, qualcuno può ribattere che si tratta di un’inezia in confronto alle emissioni prodotte dall’agricoltura, dall’allevamento, dall’industria. Tutta roba inquinante e non certo affascinante come un viaggio nello spazio.

E allora, è proprio questo il problema. Vista l’attuale condizione del pianeta, non abbiamo bisogno di un “più uno”.

Il nostro problema è che la “piccola gemma” che ci ospita è, e resterà per decenni, il nostro unico pianeta. Non c’è un pianeta B.

Perciò la riduzione delle emissioni è una priorità immediata e l’abbandono dei combustibili fossili una questione di vita o di morte.

Quello che è stato fatto fino ad oggi è certamente troppo poco. Tanto che, nonostante l’esplosione dell’industria delle energie rinnovabili, ci ritroviamo, dopo due decenni, con l’eolico e il solare a coprire solo l’1,4% del consumo energetico mondiale.

Forse saremo solo spaventati. O forse ragioniamo così perché non siamo grandi Menti. Restiamo però convinti che sarebbe assai meglio utilizzare quel carico di conoscenze e tecnologie che si vorrebbero convogliare su un sogno alla Star Trek, per stabilizzare l’atmosfera del pianeta. Per fermare le emissioni e catturare il carbonio nell’aria.

Saremo banali ma preferiamo tenere pulito il nostro pianeta anziché andare ad inquinare altri mondi.