La rubrica di Firmino. Plutarco, l’arguto ecologista

0
5827

La rubrica di Firmino. Plutarco, l’arguto ecologista

Di Marco Melillo

Il filosofo greco individuò nella cupidigia umana, contrapposta alla temperanza degli animali, la causa che avrebbe portato il mondo della natura alla rovina. Duemila anni dopo non possiamo che dargli ragione

Plutarco, filosofo e storico greco vissuto tra il 46 e il 120 d.C., fu autore di grandi opere biografiche, raccolte nelle Vite Parallele, che lo resero famoso nel mondo greco-romano, visto che dal II secolo a.C. la Grecia era diventata una provincia dell’Impero Romano. Accanto alle opere storiche, Plutarco si interessava di retorica, politica, religione, scienza e letteratura, e produsse circa 80 scritti che vennero raggruppati, più di mille anni dopo, dal bizantino Massimo Planude sotto il titolo di Moralia (Ethikà in greco). Tra gli scritti dei Moralia ce ne sono tre che riguardano gli animali.

CARNIVORI E VEGETARIANI

Il De esu carnium (Sul mangiare carne), dove Plutarco riflette sull’accettazione degli animali come cibo, giungendo alla conclusione che gli esseri umani non dovrebbero mangiare carne poiché gli animali sono esseri dotati di ragione e sensibilità. Plutarco, ritenendo che uccidere e mangiare animali fosse immorale e inumano, intimava agli uomini di vivere in armonia con tutte le forme di vita. L’uomo non era stato creato per la caccia giacché gli dèi non gli avevano dato denti aguzzi, né velocità nei movimenti e nemmeno la capacità di digerire carne cruda. Come poteva essere paragonato a una grande fiera carnivora creata, essa sì, per la caccia? Le conclusioni del primo libro sono piuttosto crude: “Il corpo degli esseri umani che mangiano carne è simile ad un sarcofago e quando quelle carni sono sepolte nel nostro corpo provocano gravi pesantezze e nocive digestioni”. In pratica ci considera come una bara di queste carni. Tra i filosofi del mondo greco la pratica vegetariana era molto diffusa a partire da Pitagora, considerato il primo vegetariano della storia. Ma anche Eraclito, Empedocle, Platone, Socrate, Teofrasto sconsigliavano il consumo di carne per motivi morali e di salute. La Roma antica annovera come vegetariano Ovidio. Tuttavia il problema del mangiare animali non era particolarmente sentito poiché, almeno fino al tempo della Repubblica, la dieta era in gran parte vegetariana. Persino i legionari, che in teoria avrebbero avuto bisogno di un grande apporto di proteine animali, mangiavano quasi esclusivamente cereali, frutta e verdura, legumi e formaggi, integrati a volte da un piccolo pezzo di lardo.

IMPARARE DAGLI ANIMALI

Nel secondo libro, De sollertia animalium (Dell’abilità degli animali), l’autore  tenta di offrire dimostrazioni delle virtù animali, sottolineando la loro superiorità sull’uomo, determinata dalle qualità fisiche come la velocità, l’acutezza visiva, la sottigliezza dell’udito e la sopraffina capacità dell’odorato. A conferma delle sue tesi, Plutarco porta la saggezza degli elefanti, la forza dei leoni, la velocità dei cavalli e la fedeltà dei cani. Esplorando la relazione tra gli esseri umani e le bestie, ci fornisce un’interessante prospettiva sull’importanza di imparare dagli animali a sviluppare l’abilità per vivere in armonia con loro e con la natura.

ULISSE E IL MAIALE

Il terzo scritto, Bruta animalia ratione uti (L’intelligenza degli animali), è sicuramente il più godibile da leggere. La storia si svolge a Eea, dopo che la maga Circe ha liberato i marinai di Ulisse trasformati in maiali. Oltre ai suoi marinai, la maga ha tramutato in bestie altri greci e Ulisse, che non può sopportarne la vista, chiede anche la loro liberazione. Qui Plutarco inizia la demolizione di Odisseo poiché l’eroe greco non chiede la liberazione dei suoi compatrioti per spirito di carità ma, come confessa candidamente a Circe, per tornare in Grecia da eroe. La maga rimane disgustata. Lo accusa di voler trascinare nelle sue sciagurate avventure anche quei poveri animali solo per la sete di successo, ma alla fine gli propone un patto: potrà riavere i greci se riuscirà a convincerli a tornare alla forma umana. Ulisse stupito accetta, quale creatura rinuncerebbe a riprendere la sua forma umana? Circe se ne va e lo lascia con Grillo, un simpatico maiale a cui ha dato facoltà di parola. Così Ulisse si avvicina a Grillo e lo compiange per la sua condizione di uomo trasformato in maiale. Ma Grillo subito lo interrompe e passa all’attacco: accusa Ulisse di essere un pavido e di temere il cambiamento di forma senza saperne valutare i vantaggi e si dichiara pronto a dimostrargli che la sua vita da bestia è di gran lunga migliore di quella di uomo. Inizia col parlare delle virtù degli animali, della loro schiettezza e del loro coraggio. E continua a punzecchiare Ulisse. A lui, che con l’inganno ha conquistato una città, contrappone la spontaneità degli animali che senza sotterfugi, senza che nessuno glielo ordini, agiscono e lottano con valore. Animali che non prendono per schiave le bestie vinte e non si sottomettono facilmente agli umani. Plutarco ne esalta inoltre la purezza perché essi non sono corrotti dalla cupidigia, al contrario degli uomini disposti a tutto per una manciata d’argento.

CONFRONTO DIALETTICO

Ulisse è piuttosto irritato. Convincere Grillo doveva essere una passeggiata e invece il maiale sofista lo travolge con innumerevoli esempi di bestie che sorpassano in virtù il più probo degli uomini. A questo punto Odisseo si gioca l’ultima carta: ”Fai attenzione Grillo, che non sia una cosa orribile e feroce voler accordare intelligenza a una creatura che non ha in sé l’idea di Dio”. Ma Grillo gli obietta che anche a lui non era stata instillata l’idea di Dio, visto che era figlio di Sisifo, l’uomo che si era fatto beffa degli dei. Il racconto termina qui, con la sconfitta dialettica di Ulisse. L’aspetto più interessante de L’intelligenza degli animali, oltre al godibile confronto dialettico tra il savio maiale e Ulisse, sta nell’individuare gli uomini come i corruttori della natura. Sebbene nel bacino del Mediterraneo al tempo di Plutarco vivessero meno di 40 milioni di abitanti, contro i 520 milioni di oggi, e la terra fosse fertile e ricoperta di foreste e non vi fossero segnali della catastrofe ecologica dei nostri giorni, Plutarco individuò nella cupidigia umana, contrapposta alla temperanza degli animali, la causa che avrebbe portato il mondo della natura alla rovina. Duemila anni dopo non possiamo che dargli ragione.