Come una piroga in mare aperto

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Come una piroga in mare aperto


Testo e foto di Jan Claus Di Blasio

La vita dei Vezo in Madagascar. Sono le prime vittime del cambiamento climatico che colpisce la pesca ma stentano a trasformarsi in guardiani di un territorio già impoverito dalle pratiche illegali di deforestazione che penalizzano sopratutto le mangrovie


 

Mi avvicino alla gracile piroga che fluttua sull’acqua; la marea si è alzata nella baia di Ambakivao , è un buon giorno per imparare a portare una lakana, imbarcazione ricavata dal tronco lavorato di rara (e minacciata) Givotia madagascariensis

Con essa i Vezo, pescatori semi-nomadi del Madagascar occidentale, hanno potuto crearsi una vita sulle strette dune sabbiose tra le fitte ed inaccessibili mangrovie e il mare del Canale di Mozambico.

Dopo tre mesi trascorsi nel villaggio di Ambakivao (e cinque mesi totali sull’isola rossa), la piroga dei Vezo ci appare una metafora delle difficoltà di un popolo dinanzi al cambiamento climatico.

Viandanti del mare

Desideroso di saperne di più del nomadismo Vezo mi reco a Belo-sur-Mer ed il Parco Nazionale di Kirindy Mite dove, su dune e isolotti, i Vezo si accampano per lunghi mesi, seguendo da tempo immemorabile i banchi di pesci.

Sulla sottile striscia di sabbia si estende un accampamento improvvisato: ogni nucleo familiare si riunisce intorno alla propria tenda, c’è chi decora la propria piroga con colori sgargianti e anche gli immancabili bambini che trascinano aquiloni e barchette costruiti con materiali di recupero.

Mi avvicino ad un giovane e gli rivolgo la parola: l’ospitalità non viene negata ad uno straniero e la mia curiosità verso il loro modo di vivere sprigiona una loquacità inaspettata.  

“Quest’anno prevediamo di navigare lungo la costa per circa quattro-cinque mesi. Purtroppo dobbiamo spostarci verso sud. A nord la pesca non è più redditizia anche per via dei pescherecci illegali che al largo vengono a depredare le nostre risorse”.

Mi sorprendo che anche moglie e figli accompagnino il capofamiglia in un viaggio così pericoloso: “I nostri bambini in questi mesi non possono frequentare la scuola e preferiamo non lasciarli con i parenti, così li portiamo con noi. Io devo esserci per poter aiutare mio marito a preparare il pescato per gli acquirenti” mi confida la giovane donna.

Il giorno successivo una guardia del parco nazionale di Kirindy Mite mi accompagna in motoscafo presso uno degli isolotti al largo.

Alcuni giovanissimi ragazzi si riposano all’ombra delle palme – sono le 10 del mattino e la calura si fa già opprimente. Dinanzi a loro, sulla sabbia, sono esposti una varietà di pesci di ogni forma e colore. La guardia del parco sequestra un polpo: il territorio delle isole è riserva marina e, nonostante ai Vezo sia concesso di poter soggiornare temporaneamente, alcune specie come i polpi e le tartarughe, sono protette.  Scopriamo altri piccoli gruppi di pescatori che ci riferiscono di aver visto dei delfini e delle tartarughe all’alba.  La pesca è povera e qualcuno mormora la parola “cambiamento climatico”.

La minaccia del cambiamento climatico

Le  prime vittime del cambiamento climatico sono le popolazioni più povere dei paesi del sud del mondo, soprattutto coloro la cui sopravvivenza dipende dall’ambiente che li circonda.

“Negli ultimi tre anni abbiamo assistito ad un incremento della frequenza e della violenza dei cicloni nel Canale di Mozambico, mentre la temperatura media è aumentata di un grado negli ultimi trent’anni” asserisce Andriamahofa Mamisoa, responsabile della stazione meteorologica di Morondava, il più grande centro abitato del Menabe.

Questa località turistica mostra i segni evidenti della violenza del clima che cambia: la spiaggia si è ritirata di un chilometro rispetto a cinque anni prima, e ovunque emergono vestigia di edifici turistici distrutti.

Le stagioni aride si sono prolungate mentre la stagione delle piogge è diventata più breve e più intensa.  All’interno del Menabe la deforestazione illegale su grande scala, sia di foresta decidua che di mangrovie, dovuta alla coltivazione di mais e riso e l’allevamento di zebù, ha amplificato gli effetti locali del cambiamento climatico, colpendo soprattutto le popolazioni agricole che si sono riversate sulle coste.

E’ sufficiente percorrere la strada sterrata che attraversa la celebre “Allée des Baobabs” e poco dopo la riserva di Kirindy (un ecosistema di foresta secca unico in Madagascar che ospita la più grande popolazione di fossa ma oggigiorno sempre più un’isola circondata dalla deforestazione) si apre uno scenario desolante.

Lo stesso avviene per le mangrovie dei delta dello Tsiribihina e del Manambolo, negli ultimi anni severamente compromesse dalla deforestazione illegale (nel solo Menabe diminuite del 40% negli ultimi venti anni).

Dannick Randriamanantena, responsabile dell’ufficio del WWF Madagascar a Morondava, riconosce l’importanza delle mangrovie: “È un paesaggio prioritario per il WWF dove possiamo trovare estese foreste di mangrovie il cui rimboschimento è fondamentale. Questi straordinari alberi, che riescono a ricavarsi uno spazio nelle acque salmastre tra il fiume e il mare, contribuiscono a rafforzare le coste contro l’erosione, a contenere la distruzione dei cicloni e rappresentano le fondamenta di un bioma unico ma minacciato.”

Se i Vezo da un lato guardano al mare, dall’altro dipendono dalle risorse delle mangrovie. Alcuni villaggi si specializzano nella pesca dei granchi e dei gamberetti nei canali interni (dove si trovano anche le zone di crescita di molte specie ittiche), ma tutti i Vezo dipendono da esse per la costruzione di case ed accessori, oppure per procacciarsi il miele selvatico o molti medicinali naturali.

Le mangrovie rappresentano anche un habitat importante per numerosi uccelli endemici e protetti come l’aquila pescatrice del Madagascar (Haliaeetus vociferoides) o l’ibis sacro del Madagascar (Threskioris bernieri), ed attraggono grandi stormi di fenicotteri.

Il cambiamento climatico si fa sentire anche qui – l’erosione ha portato allo spostamento di interi villaggi e anche la linea costiera negli anni è cambiata. Un’eccessiva salinità dell’acqua compromette la sopravvivenza di molte specie di mangrovie e dunque la resilienza di questi ambienti minacciati.

Cosa riserva il futuro

Le organizzazioni internazionali e locali per la conservazione della natura hanno avviato da alcuni anni dei progetti importanti in collaborazione con le comunità locali che prevedono la tutela di alcune specie minacciate (come le tartarughe marine), divieti di pesca temporanei, rimboschimento di mangrovie, sensibilizzazione ambientale, progetti socio-economici e miglioramenti delle tecniche e degli strumenti di pesca (come ad esempio, la sostituzione del legno per le piroghe con la fibra di vetro). L’obbiettivo finale è di trasferire le competenze e la gestione alle comunità stesse.

Tuttavia i Vezo sono un popolo fortemente tradizionalista. Ad Ambakivao le iniziative sono soprattutto dovute all’entusiasmo e alla forza di volontà del presidente della comunità Joseph René: “Il futuro della mia comunità dipende dalla conservazione delle risorse naturali. È importante che i Vezo lo capiscano e si attivino per tutelarle.”

Tuttavia il fatalismo di molti Vezo, e anche l’alto tasso di analfabetismo, che preferiscono vedere nel cambiamento climatico una manifestazione della volontà divina, rappresentano un ostacolo importante; senza contare poi la corruzione e la scarsa presenza delle autorità centrali in queste regioni remote che hanno permesso la proliferazione di attività illegali, come la produzione di carbone o la pesca di specie protette.

Il volto del futuro lo ritrovo nella giovane Jacqueline, una ragazza di 19 anni, che studia al liceo di Belo-sur-Tsiribihina. È una delle rare pescatrici e con la sua piroga raggiunge Ambakivao dalla cittadina a tre ore di distanza: “Una volta si pescava di più in questa regione. Credo sia importante proteggere le mangrovie, sia per noi che per i pesci.” E quando le chiedo cosa vorrebbe fare da grande, senza esitare mi risponde: “La poliziotta! Le donne non possono entrare nell’esercito ma io voglio far rispettare le regole. Tutto ciò è una creazione divina e va difesa”.

 

 

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