L’orto elementare

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L’orto elementare


di Gian Carlo Cappello*

Nell’orto è più appropriato un comportamento estemporaneo da arricchire nel tempo con l’esperienza pratica, da non confondere con la faciloneria o peggio l’impreparazione, atteggiamento mentale proprio di chi si affida ai preconcetti


Da anni non prendo più appunti sui tempi di semina e sui vari lavori fatti e da fare nell’orto. Niente giorni né orari di lavoro prefissati e ripetitivi. A chi mi chiede cosa vuol dire coltivare, rispondo: “Esserci”, come sentenziò John Lennon rispondendo a “Cos’è per te il Rock?” e come direbbe un passerotto che stia facendo il nido.

Fare ciò che è giusto

Dopo 40 anni di lavoro professionale come agrotecnico, dove il referente è una committenza spesso più esigente di un padrone, adesso la mia socia è Madre Natura, anche se in realtà siamo tutti soci dalla stessa Grande Azienda Famigliare. Ormai quando entro nell’orto mi ritrovo a fare ciò che è giusto fare, senza arrovellarmi il cervello, senza progettazione al tavolino e senza apprensione, con tanto impegno, ma fermandomi sul limite dove inizia la fatica. Razionalizzare una coltivazione naturale presumendo di saperla progettare al tavolino è un controsenso, semmai siamo noi ad essere una piccola parte del Grande Progetto della Natura: progettare la Natura in un orto è come pretendere di partorire la propria madre. Un suggerimento che vorrei porgere a tutti coloro che vogliono coltivare un orto elementare è di non iniziare subito a darsi da fare appena varcato il cancello: fermatevi, immaginate che il tempo si dilati all’infinito, distogliete l’attenzione dai tempi di semina e dalla preoccupazione per l’accumularsi dei lavori da svolgere. Solo così riusciamo a sintonizzarci con i tempi naturali; poi le piantine sembreranno essersi trapiantate da sole e ci ritroveremo la pacciamatura sistemata, i semi distribuiti in filari perfetti e il raccolto nel cesto.

Nelle mani della Natura

Mi hanno fatto notare che durante il caldo torrido dell’estate del 2015 pur non irrigando non ho mai manifestato segni di preoccupazione per la sorte delle piante, laddove l’annaffiatura è un’attività quotidiana per chi coltiva lavorando la terra. Anche in questo come in tutto il resto mi rimetto semplicemente e con serenità nelle mani della Natura, senza timore di restarne deluso. Le mie assenze estive dall’orto sono durate anche tre settimane e al rientro ho sempre trovato tutto perfetto e pronto per il raccolto. I processi della Natura non sono scanditi dallo stesso nostro metro di misurazione del tempo e non ci è dato di conoscerli: dovremmo solo diventarne parte. Nell’orto siamo tutti in grado di percepire intuitivamente dall’ambiente circostante quando è il momento di esserci per fare questo o quello, ma ciò avviene solo se l’ambiente non è falsato dalle lavorazioni al terreno e dalle altre pratiche agricole convenzionali: solo in condizioni ambientali naturali diventiamo noi stessi parte della Natura produttiva, altrimenti ci allineiamo tra i parassiti, il peggiore tra di essi. Tutto questo non dovrebbe essere considerato come una eccentricità “New Age”, lo vedo piuttosto come un adeguamento delle pratiche di coltivazione ai nuovi scenari aperti sul piano scientifico dalla fisica quantistica, certo non l’unico. Per quel poco che posso aver capito, così come la quantistica è una “non scienza” rispetto all’impostazione della scienza tradizionale, la coltivazione elementare estemporanea è una “non agricoltura” rispetto alla coltivazione subordinata al raziocinio. Una prima intuizione in questo senso apparve nell’apparente ossimoro: “agricoltura del non fare”, sempre molto trendy, ma anche molto malintesa.

Siamo tutti una stessa cosa

 Penso che l’attuale momento evolutivo sia caratterizzato dal superamento del pensiero raziocinante, anche se in questo passaggio usiamo proprio il raziocinio per capire cos’è e come può esserci utile l’estemporaneità. Per non perdere il passo con i cambiamenti in atto gli studi agrari dovrebbero non solo riformare in senso ecologico il programma delle materie specifiche e scientifiche, ma anche metterle appropriatamente in relazione con altre materie umanistiche, cioè con quelle peculiarità dell’essere umano che poi finiscono per incidere nel rapporto con la Natura produttiva. Solo per portare un esempio, la mitologia è soprattutto, certo non solo, il racconto della genesi e dell’evoluzione dell’agricoltura attraverso i millenni. Credo sia chiaro come ciò possa incidere per decidere quale atteggiamento prendere oggi nel coltivare. Succubi del retaggio culturale millenario che accompagna l’agricoltura, non è facile accettare il nuovo principio per il quale l’efficacia della coltivazione possa dipendere da qualcosa al di fuori della scienza, della tecnologia e del materialismo. Ma poi succede: nell’orto elementare si inizia a intuire che non siamo noi a coltivare la terra e che non è la terra a coltivare noi, ma che siamo tutti una stessa cosa.

*Gian Carlo Cappello, autore del libro La civiltà dell’orto, si dedica  alla coltivazione naturale sperimentale. Promotore della “decrescita felice”, porta la propria pratica di coltivazione orticola naturale presso realtà sociali rivolte all’autosufficienza alimentare: ecovillaggi, comunità, orti urbani condivisi, orti didattici, ecc.

Per maggiori informazioni sulla Coltivazione Elementare potete visitare il sito: https://www.coltivazione-elementare.org

https://www.macrolibrarsi.it/libri/__la-civilta-dell-orto-libro.php