Everglades, un Paradiso a Termine

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La Florida delle Everglades, un patrimonio devastato della biodiversità che non sarà possibile far rivivere, nonostante il progetto di recupero ambientale più impegnativo della storia

testo e foto di Simone Sbaraglia

Attendo con impazienza che i primi raggi del sole illuminino la Shark Valley, nella sezione nord dell’Everglades. E` sempre con un misto di trepidazione ed angoscia che torno in Florida. Trepidazione per lo spettacolo cui spero di poter assistere ancora una volta, angoscia per il timore che lo spettacolo non ci sia, che gli attori abbiano abbandonato per sempre il palcoscenico. Qualche ibis bianco comincia ad alzarsi in volo. Si intravede la sagoma del grande airone azzurro, il “Great Blue” come lo chiamano da queste parti.

Ecosistema unico

Ecco un ecosistema unico al mondo che, pur nel dissesto attuale, ospita oltre 350 specie animali, 68 delle quali a rischio di estinzione, 45 specie di mammiferi, 10 specie marine, 50 specie di rettili e poi naturalmente gli uccelli, i veri padroni del parco. Fino al 1930 gli uccelli nidificanti nel parco erano milioni, oltre 300.000 trampolieri (soprattutto ibis bianchi) imbiancavano le mangrovie a perdita d’occhio. Centinaia di alligatori e coccodrilli vivevano fianco a fianco. Oggi questi numeri sono scesi di oltre il 90%.

e impatto umano

Oggi l’Everglades, questo incredibile capolavoro della natura, ha raggiunto il limite massimo di assorbimento dell’impatto umano. Per oltre un secolo abbiamo utilizzato questo prezioso ecosistema per i nostri scopi, drenandolo e sottomettendolo con canalizzazioni, dighe, argini, bacini artificiali, campi da golf, strade, case. L’ambiente è stato ridisegnato e stravolto da una rete di strutture il cui scopo dichiarato era quello di imbrigliare, annullare e ridurre alla ragione il flusso naturale dell’acqua piovana, consentendo così lo sviluppo economico della Florida meridionale. Una cosa è certa: l’umanità ha bisogno dell’Everglades. Le sue paludi sono alla base di una piramide che alimenta un ecosistema complesso da cui dipendiamo noi stessi. Come risultato di questa aumentata sensibilità è stato avviato in Florida il più ambizioso progetto di recupero ambientale mai concepito. Il “Comprehensive Everglades Restoration Plan (CERP)” che dovrebbe parzialmente recuperare l’Everglades e garantire al tempo stesso lo sviluppo della Florida meridionale. Si tratta di un immenso progetto la cui realizzazione richiederà 40 anni e costerà oltre 10 miliardi di dollari.

Prima dei drenaggi e delle canalizzazioni un immenso strato d’acqua, profondo solo pochi centimetri, copriva quasi interamente la Florida meridionale per centinaia e centinaia di chilometri. Senza barriere naturali né artificiali l’acqua poteva fluire da lago a lago, tracimare dai fiumi e disperdersi in una immensa pianura alluvionale. Oggi nessuno ricorda come fosse l’Everglades prima dei drenaggi della fine dell’800 ma è presumibile si trattasse di un immenso mosaico di paludi e canali, sempre pronti a tracimare. Questa enorme distesa d’acqua, né fiume né palude, si allargava e restringeva secondo il ritmo delle stagioni, alimentando un’incredibile varietà di specie animali e vegetali.

Tradizionalmente il clima della Florida meridionale viene descritto come tropicale, con due stagioni: una secca, da Maggio a Novembre, ed una umida, da Dicembre ad Aprile. Una stagione secca prolungata porta spesso un periodo di siccità che può durare un anno o più e che inaridisce l’Everglades creando le premesse per violenti incendi. Oppure una prolungata stagione umida crea un innalzamento delle acque che penalizza i trampolieri che non possono più nutrirsi.

Le oscillazioni del clima portano il nibbio ed il tantalo a trovarsi agli opposti dell’arco meteorologico: la stagione umida e le prolungate inondazioni favoriscono il nibbio, che si nutre principalmente di lumache, mentre la stagione secca e le prolungate siccità favoriscono il tantalo, che si nutre del pesce concentrato nelle poche pozze rimaste. Le oscillazioni del flusso delle acque sono alla base dell’incredibile biodiversità dell’Everglades.

Eventi periodici e catastrofici come uragani ed incendi hanno l’effetto di resettare il parco, rilasciando nutrienti nel terreno e ristabilendo l’equilibrio naturale. Non c’è forza al mondo più potente di un uragano: un enorme motore che si nutre del calore dell’oceano. Un uragano può raggiungere i 1000 Km di diametro ed orchestrare oltre un milione di chilometri cubi di atmosfera, modificando il paesaggio con la forza di una esplosione nucleare. Tutto questo devastante potere, è tuttavia una forza indispensabile in natura, che contribuisce a dissipare l’eccesso di energia accumulata nelle zone tropicali in seguito al riscaldamento ed a ristabilire un corretto rapporto di temperatura tra gli oceani e la terraferma. Se convertita in elettricità, la quantità di energia dissipata da un uragano in un solo giorno potrebbe alimentare gli interi Stati Uniti per tre anni. La Florida meridionale ha convissuto per millenni con questo straordinario potere dirompente, utilizzandolo in chiave produttiva piuttosto che distruttiva. Oggi, tuttavia, metà dell’Everglades è stato convertito in terreno coltivabile ed edificabile e l’acqua alluvionale ha a disposizione un’area limitata su cui drenare. L’effetto degli uragani è quindi diventato devastante, sia per l’ambiente che per la popolazione.

I prolungati periodi di siccità, che interrompono talvolta il ritmo naturale delle stagioni, favoriscono gli incendi, che purificano la flora, eliminano le specie invasive e rigenerano il terreno. Nel corso del secolo scorso tuttavia, il progressivo abbassamento del livello delle acque ha portato ad un parallelo incremento degli incendi, che bruciano più caldi e più a lungo di prima dei drenaggi.

I problemi per l’Everglades iniziarono alla fine del 1800, quando i coloni scoprirono il potenziale economico della Florida. Tuttavia, prima che la penisola potesse essere sfruttata adeguatamente per l’agricoltura e l’urbanizzazione, doveva essere eliminato il fastidioso strato di acqua che la ricopriva per buona parte dell’anno. Un ambizioso ingegnere, Hamilton Disston, pensò di avere il piano perfetto: eliminare il problema alla radice deviando la sorgente principale delle acque, il fiume Kissimmee. Eliminando il fiume e sostituendolo con un canale artificiale, Disston pensò di poter risolvere tutti i problemi. In un colpo solo l’intero Everglades e l’area a nord del lago Okeechobee sarebbero state drenate, esponendo migliaia di ettari di terra fertile da vendere.

Disston, complice una tecnologia non ancora all’altezza, riuscì solo parzialmente nel suo intento. Nel 1920, una serie di uragani causarono un innalzamento delle acque che portò all’esondazione della maggior parte dei corsi d’acqua, con ingenti danni per la popolazione. Nel 1928 un altro uragano, ancora più violento dei precedenti, colpì West Palm Beach. Oltre 3000 persone persero la vita in un solo giorno. Con il supporto del 98% dei cittadini vennero costruiti altri canali e dighe.  Il colpo finale venne inflitto dopo la seconda guerra mondiale dal Genio Militare Americano che completò definitivamente il progetto di Disston. Nel 1947 piogge torrenziali rovesciarono quasi tre metri d’acqua sulla Florida meridionale, inondando la gran parte dei centri abitati che rimasero sott’acqua per oltre sei mesi. Migliaia di persone furono evacuate. Il Genio Militare eseguì il piano di Disston su vasta scala: il fiume Kissimmee venne completamente eliminato e sostituito da un canale artificiale lungo 90Km e profondo 9 metri. La Florida meridionale venne imbrigliata in 3000 Km di canali, 200 dighe e stazioni di controllo delle acque, 16 stazioni di pompaggio. Furono creati immensi argini ed una moltitudine di canali per portare l’acqua dal lago Okeechobee direttamente al mare, evitando che finisse nell’Everglades.

Quello che né Disston né i geni del Genio Militare avevano previsto era l’effetto sull’ambiente della canalizzazione del fiume. Prima della costruzione del canale l’acqua era libera di esondare e, drenata dal terreno, veniva lentamente ripulita delle sostanze inquinanti, in particolare il fosforo usato massicciamente come fertilizzante. Avendo eliminato il letto del fiume e negato all’acqua il tempo per rigenerarsi, l’inquinamento del lago Okeechobee aumentò esponenzialmente. Dal lago, i canali artificiali iniziarono a versare acqua inquinata direttamente nel mare, annientando la barriera corallina e l’ecosistema marino. Un’autostrada di canali portava ora le sostanze inquinanti direttamente al mare. Il fosforo non drenato favorì la crescita di specie di piante invasive, ostruendo i canali naturali, impedendo ad uccelli ed alligatori di nidificare, favorendo la crescita di alghe che utilizzano gran parte dell’ossigeno dell’acqua, bloccano la luce solare ed annientano in questo modo la vita, riducendo la palude ad una immensa “dead zone”. Avrebbe richiesto agli studiosi di tutto il mondo decine di anni per comprendere a fondo il disastro ambientale che questo approccio aveva causato. Quando il canale fu finalmente completato, nel 1971, la comunità internazionale era unanime nel ritenere che non avrebbe mai dovuto essere costruito.

Con la costruzione delle dighe e dei canali centinaia di ettari di palude vennero trasformati in terreni agricoli. Quella che una volta era una vasta pianura alluvionale, sulle sponde del lago Okeechobee, è oggi dominata da coltivazioni di canna da zucchero a perdita d’occhio. Ufficialmente denominata “Everglades Agricultural Area”, questa immensa distesa è nota semplicemente come “Big Sugar”. L’aggettivo “big” denota non tanto la dimensione delle piantagioni quanto la potenza economica e politica dell’impero. E questo impero si chiama Flo-Sun, la multinazionale fondata dagli esuli cubani Alfy e Pepe Fanjul. A partire dal 1962, con l’imposizione dell’embargo a Cuba, il governo degli Stati Uniti fece l’impossibile per favorire i Fanjul e la lobby dei coltivatori. Il governo si assunse tutti i costi per mantenere la Everglades Agricultural Area irrigata nella stagione secca e sgombra dall’acqua nella stagione umida.

Il problema della coltivazione dello zucchero è che è totalmente fuori fase rispetto alla natura dell’Everglades. Infatti, a detta di molti studiosi, “piantare canna da zucchero in Florida e` come sperare di far crescere banane in Minnesota”. Il suolo dell’Everglades è estremamente povero di nutrienti. Il falasco, una pianta simile al giunco, ha colonizzato le paludi della Florida sin da tempo immemorabile proprio grazie al fatto che il basso livello di fosforo nel terreno ha impedito per secoli a tutte le altre piante di germogliare. Al contrario la canna da zucchero ha bisogno di un terreno ricchissimo di fosforo. In assenza di qualsiasi parametro da rispettare, gli agricoltori avviarono dunque in modo estensivo l’uso del fosforo come fertilizzante. La canalizzazione delle acque fece il resto, impendendo al terreno di purificare l’acqua e trasportando il fosforo direttamente al lago Okeechobee e di qui al mare. In breve tempo la concentrazione di fosforo nell’Everglades passò da 5-7 parti per miliardo ad oltre 500 parti per miliardo. L’inquinamento annientò totalmente il parco, le pianure ed i mari circostanti causando un disastro ambientale di immani proporzioni. Per questi motivi la lobby della canna da zucchero viene spesso indicata come responsabile del declino del parco. In tutta onestà, tuttavia, non è possibile indicare un unico responsabile. La richiesta di terre per l’agricoltura, l’aumento esponenziale della popolazione della Florida meridionale, con conseguente domanda di terreni edificabili ed acqua potabile, la convinzione che fosse dovere dell’uomo imbrigliare l’acqua e ridurla alla ragione sono tutte forze che contribuirono al dissesto.

Dopo decenni di abuso è stato avviato alla fine degli anni ’90 il più ambizioso progetto di recupero ambientale della storia dell’umanità, il CERP (Comprehensive Everglades Restoration Plan): un immenso progetto, costituito da oltre 60 sottoprogetti, che dovrebbe richiedere 40 anni per il suo completamento e costare complessivamente oltre 10 miliardi di dollari. Ma il processo di recupero, tuttavia, non è del tutto chiaro. Tanto per cominciare nessun ritorno al passato è possibile: metà dell’Everglades originario è persa irreparabilmente. Quei terreni sono oggi abitati e coltivati da quasi 20 milioni di persone e non c’è modo di restituirli alla natura. Inoltre, anche se si riuscisse a ristabilire l’equilibrio idrogeologico originario, l’acqua che scorre in Florida oggi è talmente inquinata che non potrebbe essere immessa nell’Everglades, pena la definitiva distruzione del parco. E` necessario creare un mix opportuno (e nuovo) di piante per riuscire a dissolvere il fosforo in eccesso. Naturalmente, trattandosi di specie non originariamente previste nell’ecosistema, nessuno sa come l’ambiente risponderà a questi cambiamenti. Una ulteriore complicazione è che nessuno ha conoscenza diretta di come fosse l’Everglades prima dei drenaggi della fine dell’800. I primi dati certi risalgono alla metà degli anni ’30, quando l’ecosistema era già fortemente compromesso.

Mentre scriviamo queste righe, la popolazione della Florida continua ad aumentare di 1000 persone al giorno. La Florida è solo il ventiduesimo stato per estensione ma il quarto per popolazione. Nessun governo, per quanto avveduto dal punto di vista ambientale, ha intenzione di porre un freno a questo sviluppo. O di porre un freno ai coltivatori di canna da zucchero. Oppure allo sviluppo industriale. In queste condizioni è lecito nutrire qualche dubbio sul risultato finale. Ciononostante il progetto è in marcia ed ha ottenuto qualche buon risultato: gli scienziati hanno verificato che il livello di fosforo nell’acqua deviata secondo il corso originario del fiume è sceso significativamente e l’ambiente ha cominciato a rifiorire.

Marjory Stoneman Douglas, scrittrice ed ambientalista che dedicò la sua vita alla protezione dell’Everglades, scrisse: “Ci deve essere sviluppo. Ma dobbiamo chiederci che tipo di sviluppo vogliamo e che prezzo siamo disposti a pagare. Vogliamo distruggere tutto quello che c’è di bello nel mondo e contaminare l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo?”. Sarà necessario molto più che un programma governativo per rimediare al danno. Sarà necessario che ciascun individuo accetti il proprio ruolo e sia determinato a fare ciò che è meglio non per sé stessi, ma per i propri figli e nipoti.