Pianura Padana e zootecnia: allevamento intensivo e impatto ambientale

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Pianura Padana e zootecnia: allevamento intensivo e impatto ambientale

Di Gianrico Cevi

In Pianura Padana, non sono più le nebbie la caratteristica distintiva del paesaggio. Oggi quest’area, cuore dell’agricoltura e dell’industria italiana, deve affrontare il complesso intreccio tra le pratiche di allevamento intensivo e il loro impatto ambientale

La Pianura Padana è un’area densamente popolata, cuore dell’agricoltura e dell’industria italiana, e teatro di un complesso intreccio tra le pratiche di allevamento intensivo e il loro impatto ambientale.
Proprio il gran numero degli abitanti e delle attività industriali esacerba le conseguenze dell’inquinamento zootecnico. Gli allevamenti emettono metano – un potente gas serra – aggravando il cambiamento climatico, mentre il deflusso di nutrienti (nitrogeno e fosforo) dai fertilizzanti e dai rifiuti animali inquina le acque superficiali e sotterranee, causandone l’eutrofizzazione e degradandone la qualità. Inoltre, l’ammoniaca e i composti organici volatili prodotti dagli allevamenti contribuiscono all’inquinamento atmosferico e sono fonte di odori sgradevoli, impattando sulla qualità della vita delle comunità locali. E questo dal punto di vista umano.

Se …

Affrontare il tema dell’inquinamento causato dalla zootecnia, però, richiede una riflessione più ampia sul nostro consumo di carne. È noto che ridurlo o eliminarlo avrebbe notevoli effetti positivi sull’ambiente. In primo luogo, diminuendo la richiesta di carne, si riduce la necessità di allevamento intensivo, contribuendo così a una diminuzione delle emissioni globali. Inoltre, l’allevamento necessita di ampie quantità di terra, acqua e cibo: passare a una dieta prevalentemente vegetale potrebbe ridurre significativamente l’uso di queste risorse, favorendo una maggiore sostenibilità ambientale. L’eliminazione dell’allevamento su larga scala, che comporta l’utilizzo di estesi pascoli e porta alla perdita di habitat naturali e alla riduzione della biodiversità, allenterebbe anche la pressione antropica sulle aree forestali. Un altro dei vantaggi di produrre cibo direttamente dalle piante è la gestione più efficiente delle risorse energetiche, con un impatto ambientale ridotto. Inoltre, una dieta ricca di alimenti vegetali può avere benefici significativi sulla salute umana, riducendo il rischio di alcune malattie croniche. Come non bastasse, c’è da considerare che il vegetarianismo è ben più di una semplice scelta dietetica. Esso rappresenta un percorso arricchito da profondi significati etici, filosofici e, per molti, anche spirituali. Nell’attuale società, caratterizzata da consumismo e industrializzazione, che hanno radicalmente trasformato il nostro rapporto con il cibo, il vegetarianismo si afferma come una risposta consapevole e riflessiva, che mette in discussione e sfida le norme consolidate.
Al centro di questa scelta vi è un profondo rispetto per la vita animale, basato sull’idea che ogni essere vivente abbia un valore intrinseco e, di conseguenza, il diritto di vivere senza soffrire. Questa empatia va ben oltre il mero rifiuto di pratiche crudeli, costituendo un riconoscimento emotivo e morale dell’animalità condivisa. Vi è inoltre la tematica dei diritti degli animali, inclusi il diritto alla vita e alla libertà dalla tortura e dallo sfruttamento. In questo quadro, il vegetarianismo diventa un atto di resistenza contro le pratiche che violano questi diritti.
Il vegetarianismo, ancora, si colloca in un contesto più ampio di giustizia sociale ed etica globale. Esso, infatti, considera l’effetto delle nostre scelte alimentari non solo sugli animali ma anche sulle persone e sulle comunità, specialmente in situazioni di povertà e di scarsità di risorse.
La questione, quindi, non riguarda semplicemente ciò che scegliamo di consumare, ma piuttosto il modo in cui interagiamo con il mondo intorno a noi.
Certo, muovere in questa direzione, affrontare una sfida così ampia, implica un cambio radicale nel nostro paradigma attuale. Non solo una trasformazione così marcata nelle nostre abitudini alimentari richiede una pianificazione meticolosa ma, soprattutto, non può che fondarsi su un percorso di consapevolezza individuale.
Dunque, il passaggio a sistemi alimentari più sostenibili può essere efficace solo se è praticabile e inclusivo e non può permettersi di ignorare anche le implicazioni economiche e sociali per coloro che operano nell’industria della carne. Sembra sensato procedere iniziando ad affrontare le questioni, ugualmente complesse ma meno controverse, di riduzione del danno.

L’intreccio

Sicuramente per affrontare l’inquinamento zootecnico c’è bisogno di approcci innovativi. L’adozione di pratiche agricole sostenibili e l’utilizzo di tecnologie avanzate, come la digestione anaerobica per convertire i rifiuti in biogas, rappresentano passi avanti importanti. Allo stesso modo, i sistemi di gestione integrata dei nutrienti possono ridurre l’eccesso di fertilizzanti, limitando l’eutrofizzazione delle acque. E’ anche auspicabile combinare l’agricoltura e la zootecnia in un unico sistema sostenibile, dove i rifiuti degli animali vengono utilizzati per fertilizzare i campi, riducendo il bisogno di fertilizzanti chimici.
Fortunatamente, in molti casi, si tratta di pratiche sostenibili e innovazioni già disponibili o in fase avanzata e che possono contribuire efficacemente ad una svolta sostenibile.
Considerando che una delle principali fonti di inquinamento nella zootecnia è la produzione di gas serra, e in particolare il metano, un report del Global Methane Hub e della ClimateWorks Foundation ha evidenziato che l’innovazione in tre settori chiave del sistema alimentare – l’allevamento (inclusi i cambiamenti nella dieta), la perdita e lo spreco di cibo e la coltivazione del riso – potrebbe eliminare oltre 5,6 gigatonnellate di equivalenti di anidride carbonica entro il 2050. Il report sottolinea il ruolo cruciale dell’innovazione nella riduzione delle emissioni di metano proprio nell’ambito della zootecnia considerando che il 60% delle emissioni globali di metano è generato dai sistemi alimentari. La relazione evidenzia che un incremento quinquennale degli investimenti annuali entro il 2035 potrebbe portare benefici 12 volte maggiori per lo sviluppo di innovazioni a lungo termine. Questi investimenti non solo sarebbero in grado di ridurre notevolmente l’impronta climatica del metano, ma contribuirebbero anche a migliorare la sicurezza alimentare, la salute umana, la conservazione della natura e il supporto agli agricoltori.
Un’altra ricerca condotta dall’Argonne National Laboratory degli Stati Uniti ha mostrato che l’innovazione nelle tecnologie e nelle pratiche agricole potrebbe ridurre le emissioni di gas serra dalla produzione di cereali fino al 70% nei prossimi 15 anni. Questo include l’agricoltura digitale, la controversa genetica delle colture e dei microbi e l’elettrificazione, che promettono di guidare la decarbonizzazione dell’agricoltura mantenendo al contempo la resilienza e la redditività delle aziende agricole.
McKinsey & Company ha identificato le prime 25 misure per ridurre le emissioni nelle aziende agricole, che potrebbero ridurre fino a 4,6 gigatonnellate di equivalenti di anidride carbonica entro il 2050. Queste misure includono tecnologie efficienti in termini di gas serra e pratiche agricole, che toccano quattro categorie principali: energia, proteine animali, colture e coltivazione del riso.
In conclusione, le soluzioni per affrontare l’inquinamento zootecnico includono l’adozione di tecnologie innovative e pratiche agricole sostenibili, la gestione integrata dei nutrienti, il monitoraggio ambientale e il coinvolgimento attivo di agricoltori, istituzioni, ricercatori e cittadini. Tutti approcci che non solo mitigano l’inquinamento ma offrono anche vantaggi economici, migliorano la sicurezza alimentare e sostengono la salute delle comunità locali e l’ambiente globale.

Tutti gli attori

Un cambiamento deciso in questa direzione richiede, dunque, il coinvolgimento attivo di agricoltori, istituzioni, ricercatori e cittadini
Le normative dell’Unione Europea e quelle nazionali possono svolgere un ruolo nella definizione delle pratiche di allevamento, con l’obiettivo di limitare l’uso di fertilizzanti, garantire il benessere degli animali e imporre standard rigorosi per la gestione dei rifiuti. Tuttavia, l’efficacia di queste normative dipende dalla loro effettiva applicazione e dall’adesione degli allevatori.
E’ indispensabile, allora, istituire un sistema di monitoraggio e controllo ambientale che consenta di verificare in tempo reale l’ambiente all’interno delle strutture zootecniche e permettere interventi rapidi per ridurre l’inquinamento. Un tale sistema di raccolta dati, inoltre, è indispensabile per comprendere l’impatto a lungo termine dell’inquinamento zootecnico e per fornire all’analisi scientifica di sviluppare strategie efficaci per affrontarlo.
Sono, poi, necessari dei programmi di educazione e formazione per gli allevatori finalizzati alla promozione di pratiche di gestione sostenibile e in grado di ridurre l’impatto ambientale delle loro aziende e politiche e incentivi governativi che le promuovano, come sussidi per l’adozione di tecnologie pulite o tasse su pratiche particolarmente inquinanti.
Si tratta di passaggi cruciali verso un futuro più sostenibile che potrebbero sembrare piccoli passi rispetto ad una umanità vegetariana.
Ma, come scrive Voltaire nel suo Dictionnaire philosophique, “il meglio è nemico del bene”. Inseguire la perfezione, o il meglio assoluto, a volte può impedirci di intraprendere i miglioramenti che sono già a portata di mano.