Rewilding, conservare non basta più

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Rewilding, conservare non basta più

Di Andrea Natan Feltrin e Eleonora Vecchi*

Nonostante decadi di sforzi conservazionisti, l’umanità ha traghettato la biosfera in un vortice di distruzione. E’ il momento di passare all’azione per restaurare una larga porzione degli ecosistemi terrestri

Siamo sul baratro della Sesta Estinzione di massa da quando la vita ha avuto origine su questo Pianeta. Su scala globale infatti le specie stanno scomparendo ad una velocità dalle cento alle mille volte superiore al tasso d’estinzione di fondo e la causa di tale morìa sono una molteplicità di fattori antropogenici: crescita della popolazione umana, diffusione di specie invasive, perdita di habitat, cambiamento climatico, eccessivo prelievo venatorio e bracconaggio, inquinamento da plastica… per citare i più noti. Come rispondere a tale emorragia di biodiversità? Conservare non è più abbastanza, urge passare all’azione per restaurare una larga porzione degli ecosistemi terrestri. Come? Attraverso quell’approccio scientifico e filosofico noto con il nome di rewilding.

IL REWILDING: COSA E

Il rewilding è un orientamento propositivo alla conservazione che, sebbene possa assumere connotati molto differenti, mira al cuore della ferita ambientale con l’obiettivo di ricreare le dinamiche essenziali all’omeostasi e all’evoluzione creativa degli ecosistemi. In altre parole, dal Pleistocene in avanti la nostra specie, Homo sapiens, ha contribuito a depauperare la rete della vita, di cui fa parte, con un processo di defaunazione, cominciato ben prima dell’agricoltura con l’estinzione della megafauna. Oggi abbiamo il compito di riparare, sebbene parzialmente, al danno fatto e per ciò non basta salvare il salvabile in un mondo in cui il 99% della biomassa di vertebrati è composta da noi e dagli animali domesticati, ma occorre “rinselvatichire” il globo per aumentarne diversità e resilienza (https://populationmatters.org/biodiversity). Qui entrano in gioco le proposte concrete del rewilding, riassumibili con le 3C: cores, corridors e carnivores.

PROPOSTE CONCRETE

I cores sono cuori ecologici di biodiversità dalle ampie dimensioni – come i grandi parchi nazionali americani – che, secondo la legge descritta da Edward O. Wilson sul rapporto proporzionale non lineare tra superficie e numero di specie, rappresentano un requisito essenziale perché la vita e la diversità possano prosperare. Gli studi di Wilson sulla biogeografia delle isole, infatti, indicano come siano preferibili poche e grandi aree protette rispetto a più numerose ma di modeste dimensioni. Queste isole di biodiversità, necessitano tuttavia di collegamenti sicuri, corridors, che consentano migrazioni, ricolonizzazioni e scambio di materiale genetico onde rendere tali realtà più resistenti a fattori di stress, primo su tutti il rapido riscaldamento terrestre. Sin qui la ricetta del rewilding consiste, forse banalmente, con la creazione di più aree protette che siano il più possibile interconnesse. Nella proposta di Wilson, l’ambizione di tutelare la diversità non dovrebbe fermarsi prima di aver destinato metà del globo terracqueo alle altre specie, pena non fermare la sesta estinzione (https://www.half-earthproject.org/). Manca, però, il terzo e più complesso ingrediente! Carnivores, ovvero grandi carnivori capaci di esercitare un profondo impatto top-down su tutta la catena trofica con una ricaduta regolatoria su specie erbivore e mesocarnivori. Questa è stata la geniale intuizione dei biologi americani Michael Soulé e Reed Noss, primi teorici del rewilding, che riscontravano come l’effetto di specie quali Canis lupus fosse decisivo per il mantenimento di dinamiche ecologiche sane e resilienti.

MISSION IMPOSSIBLE?

Ovviamente, ovunque nel mondo, proteggere popolazioni di grandi carnivori è un’ardua missione e reintrodurli in luoghi dove sono stati localmente estinti rasenta l’impossibile per via della resistenza sociale, si pensi al dibattito sulla reintroduzione del lupo nelle Highlands scozzesi. Ad ogni modo, il successo della reintroduzione del lupo grigio nello Yellowstone National Park, risalente al 1995, è ancora oggi un caso di successo dalla portata mediatica internazionale che getta una luce positiva sulla missione del rewilding nel resto del mondo. Da ultimo, occorre precisare che la scienza della conservazione che la stessa Conservation Rangers Operations Worldwide Inc. promuove, ha riconosciuto un ruolo essenziale non solo a molti grandi carnivori, come i già menzionati lupi, bensì ad una più ampia gamma di specie, le cosiddette keystone species, che includono anche architetti ecologici quali i castori.

*ricercatori e parte del Team di biologi di Conservation Rangers Operations Worldwide