Uomini e tigri

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Uomini e Tigri

di Enrico Ceci

Bracconaggio e perdita di habitat mettono a rischio la sopravvivenza delle tigri. In India, un controverso piano di conservazione caccia dalle riserve i popoli indigeni, veri custodi della foresta, e spalanca le porte ai turisti


Negli ultimi 100 anni il numero degli esemplari di tigre è costantemente diminuito in tutto il mondo.

Con il Project Tiger,il piano nazionale di conservazione deciso dal governo indiano e sostenuto dal WWF che ha portato all’istituzione di 15 nuove riserve, la popolazione di tigri nel subcontinente è aumentata del 30%.

Un progresso, certo, che però allontana solo di poco il rischio di estinzione: tra bracconaggio e, soprattutto, perdita di habitat al di fuori delle riserve sul pianeta restano solo 3.890 le tigri libere.

Un successo, quello indiano, che qualcuno ha pagato a caro prezzo.

Secondo l’organizzazione Survival International, il movimento che sostiene i diritti dei popoli indigeni e tribali, dopo che le foreste sono state dichiarate aree protette molti villaggi sono stati trasferiti fuori dai parchi e alle popolazioni indigene è stato impedito l’accesso alle risorse forestali.

Tribù minacciate

Anche se per legge i re-insediamenti delle popolazioni tribali possono avvenire solo su base volontaria l’organizzazione afferma che, in realtà, le espulsioni sono state imposte con la corruzione e le minacce.

Dalla Riserva di Kanha, nel 2014, sono stati allontanati centinaia di individui delle tribù Baiga e Gond e sono forti le minacce che pendono sulle tribù che vivono nella Riserva di Achanakmar e in quella di Amrabad.

Per resistere alla minaccia di sfratto di due comunità Baiga che vivono in un “corridoio” di animali selvatici nella Riserva di Achanakmar, le tribù Baiga di oltre 70 villaggi che vivono in un’area di 1.500 chilometri quadrati, si sono unite nella protesta per impedire che vengano bandite.

Le comunità vicine sanno che la stessa minaccia incombe su di loro e che uscire dalla foresta significa andare incontro a sfruttamento e miseria.

Sanno dei  centinaia di indigeni Khadia sfrattati dalla Riserva di Similipal nel 2013 e che da allora vivono in una baraccopoli perché hanno ricevuto solo una parte del risarcimento promesso.

Sanno che le “compensazioni” non consistono in terra, casa e sostegno ma in una somma di denaro con la quale dovrebbero acquistare terreni. Un concetto incomprensibile per chi ha vissuto per tutta la sua vita nella giungla.

Sfratti inutili

Ma la conservazione di un animale meraviglioso e fragile come la tigre, e quindi la preservazione del suo habitat, ha bisogno che vengano violati i diritti i popoli indigeni? Salvare le tigri impone di cacciare dalla loro terra i popoli tribali?

Le espulsioni vengono motivate con l’accusa, rivolta agli indigeni, di danneggiare la fauna selvatica. Eppure la vita di queste tribù è da sempre intrecciata con quella della foresta. Essi da generazioni condividono spazio e risorse con la tigre e con le altre specie animali. Il fatto stesso che così tante tribù vivono in quelle che ora sono le riserve delle tigri non significa forse che questi popoli sanno come convivere con i grandi felini?

Molte tribù, come i Chenchu, venerano questi animali e li considerano sia una divinità sia un membro della loro grande famiglia spirituale che include anche altre specie come pantere e orsi. Per altre, la tigre è un compagno con cui condividere la foresta.

Per gli indigeni la fauna selvatica non rappresenta un pericolo o una minaccia, essi  sono stati in grado di conservarne la straordinaria vita vegetale e animale perché vivono quell’ambiente come un’unità di foresta, animali e tribù. La foresta non è solo casa, cibo, medicina e per questo viene trattata con rispetto e amore.

Le tribù vivono con la foresta una relazione intima e profonda,  fondata sulla reciprocità, sul rispetto dei cicli naturali e sulla responsabilità verso le generazioni future. Dalla foresta non si prende mai più di quanto è necessario e nulla di quanto preso deve andare sprecato.

Molte delle loro regole di vita sono fondate sul principio della restituzione alla natura. I Soliga, quando raccolgono il miele, ne lasciano una parte a terra per le tigri che “non possono arrampicarsi sugli alberi e raccogliere il miele”. I Baiga raccolgono legna solo dagli alberi più vecchi mentre  gli arbusti vengono lasciati crescere perché possano sostituirli e considerano l’uso dell’aratro un atto ripugnante, come graffiare il petto della madre terra.

La verità è che i popoli indigeni sanno come prendersi cura del loro ambiente e la loro sapienza millenaria li rende i più adatti a proteggere le tigri e le loro foreste. I Solinga, che utilizzano tecniche di coltivazione a rotazione, erano soliti accendere fuochi controllati per frenare la diffusione della lantana, un’erba molto infestante. Le pratiche di conservazione imposte dal Dipartimento delle foreste hanno vietato questi incendi con la conseguenza che ora la diffusione della lantana è fuori controllo e sta riducendo il cibo a disposizione degli animali.

Basterebbe un dato: nelle aree in cui le tribù Solinga non sono state cacciate, il numero delle tigri è aumentato più che nella media nazionale.

Allontanare queste comunità dalle loro terre significa espellere i veri custodi delle foreste e disperderne il sapere. Gli sfratti non proteggono gli animali ma, anzi, li danneggiano.

ps. Nessuno si sorprenderà nel sapere che, contestualmente all’allontanamento degli indigeni accusati di “disturbare”gli animali, sono state spalancate le porte ai turisti e ai loro fuoristrada.