La transumanza, la via delle greggi

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La grande impresa millenaria dei semplici pastori che ha unito territori diversi tra loro.

La pratica della Transumanza ha attraversato i secoli e i millenni e costituito un elemento fondante delle tradizioni e delle culture dei territori percorsi. Un’attività che ha forgiato un territorio e creato un paesaggio unico, fatto di sentieri calcati da uomini, pecore e lupi, in un costante scambio di sguardi, ora feroce, ora pacifico. Un’imponente rete di grandi vie d’erba, che nei tratti principali erano larghe oltre cento metri,  spazi di un’impresa millenaria che ha segnato la storia e la cultura, anche immateriale, di popoli e territori che attraverso la transumanza hanno operato scambi di saperi ancora oggi fondamentali.

I tratturi sono stati da sempre le strade verdi sulle quali era consentito condurre gli armenti e che erano protetti da sanzioni per chi ne occupasse la pertinenza, tutela ancor oggi in vigore. La prima legge agraria che disciplinò i “tractoria” è del 111 d.C., ma già i Pentri, il gruppo più imponente e importante dei Sanniti, stanziati nell’area dell’attuale provincia di Isernia, nel IV secolo a.C. percorrevano lunghe distanze al fine di raggiungere i pascoli in pianura. Che queste siano le radici dei più recenti tratturi lo testimonia, ad esempio, la presenza di Altilia, la città romana di Sepino che, prima di diventare cittadella dell’impero, era un centro sannita adibito al ricovero e alla sosta delle greggi che vi transitavano.

I tratturi della Transumanza erano anticamente detti anche Via di Mezzo, a indicare quel territorio tra i pascoli invernali e quelli estivi, teatro dei grandi spostamenti di uomini e armenti.

In Italia questa pratica si svolgeva tra l’Abruzzo e il Tavoliere delle Puglie. Le greggi erano condotti dai monti abruzzesi e molisani ai ricchi pascoli del Tavoliere e del Gargano. Quest’attività aveva un’importanza tale da essere gestita da due specifiche istituzioni del Regno di Napoli: la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia e la Doganella d’Abruzzo.

Tratturo magno

Nel XV secolo, circa di tre milioni di pecore e trentamila pastori percorrevano annualmente i tratturi. Nel XVII secolo i capi arrivarono a circa cinque milioni e mezzo. L’impatto economico che la pastorizia esercitava era tale da fornire, direttamente o indirettamente, sussistenza a metà della popolazione abruzzese.

La transumanza rappresentò quindi la principale risorsa per molti paesi attraversati dai tratturi e tale rimase fino alla fine del 1800. Essa aveva bisogno di manutenzione per i tratturi, di accoglienza per i pastori, di assistenza agli armenti e di supporto divino ai viandanti.

La Transumanza tra Abruzzo e Puglia avveniva alla fine della stagione calda, per raggiungere zone in cui passare l’inverno con il bestiame e dove poter trovare dei pascoli in grado di sfamare le numerose greggi.

Con l’arrivo della primavera, all’inverso, era tempo di monticazione, il ritorno verso i pascoli più freschi del Molise e dell’Abruzzo.

Oggi è ancora possibile ripercorrere i tratturi in numerosi tratti, rimasti integri sul territorio a testimonianze di un importante passato e di una ferrea gestione e tutela. Lungo la via non è difficile ritrovare i cippi di segnalazione e i luoghi di culto che vi sorsero per confortare e dare sostegno ai transumanti.

La transumanza in Europa

Molte regioni europee sono state interessate dalla pastorizia transumante: Spagna, Francia, Svizzera, Germania meridionale, Carpazi, Balcani. Il fenomeno della transumanza ha origine quando e, dove le condizioni climatiche non consentono di permanere tutto l’anno in uno stesso luogo, costringendo i pastori a “migrare” con le proprie greggi verso pascoli in arre più favorevoli. Queste migrazioni hanno dato origine a una transumanza orizzontale, detta anche mediterranea, e una transumanza verticale nelle regioni alpine, con diverse conseguenze sociali ed economiche che hanno segnato la storia e le tradizioni dei luoghi interessati da questo fenomeno.

La Transumanza orizzontale è nata in quei luoghi in ci si alternano zone montuose coperte di neve d’inverno e pianure aride in estate ma che possono offrire pascolo dall’autunno alla primavera. La Transumanza verticale, invece, la ritroviamo lungo tutto l’arco alpino in cui, dall’inverno alla primavera, il bestiame pascola in fondovalle e alla fine della primavera parte per la monticazione fino agli alpeggi, dove gli armenti pascoleranno sino quasi all’autunno.

Pastori: uomini e cani

Con il pastore-uomo, ineliminabile protagonista della Transumanza è sempre stato il pastore Maremmano-Abbruzzese, cane da gregge per eccellenza.

Imponente e con un bianco mantello ha attraversato i secoli a fianco dei pastori  come guardiano delle greggi e antagonista dei lupi e degli orsi. Ha pelo abbondante, lungo, ruvido e aderente sul corpo, con un folto collare, più corto sul muso, sul cranio e le orecchie. Il pastore Maremmano-Abruzzese affonda le sue origini in epoca molto remota. Le prime testimonianze risalgono ai tempi dei Romani che citavano la presenza di grandi cani bianchi a custodia delle greggi nelle campagne romane.

La transumanza, che tanto ha inciso su territori, spazi e culture, nei secoli ha operato una selezione anche su questi cani. Essi hanno trascorso la loro vita in aree  geografiche molto diverse e lontane tra loro.

Durante i faticosi percorsi i cani utilizzati nella custodia hanno subito una selezione naturale che è stata fondamentale nella creazione della razza attuale. I soggetti più deboli non resistevano ai lunghi cammini, a volte venivano abbandonati, e non avevano la possibilità di riprodursi. Sono stati, quindi, sottoposti ad una pressione selettiva che ha condotto allo sviluppo di cani forti, resistenti, affidabili e di buona salute.

La lora affidabilità e l’assenza di comportamenti predatori facilitano il lavoro e favorisce una buona convivenza anche nei confronti di altri animali se considerati parte del gregge. Il pastore abruzzese sviluppa, fin da cucciolo, un forte attaccamento nei confronti degli altri cani  nel contatto con il gregge e con i componenti della famiglia. E’ un ottimo amico dell’uomo, capace di  affetto e partecipazione alla vita sociale del suo padrone senza mai  abbandonare quegli aspetti di indipendenza così tipici del suo  carattere. Sono cani dotati di una spiccata capacità di reazione di fronte agli estranei o alle situazioni inconsuete. Sensibili nell’identificare ed avvisare i casi di pericolo. Reagisce con abbai e ringhi fino ad attaccare l’aggressore se questo non desiste dall’intrusione. Oggi il suo lavoro con le greggi continua ma è ben inserito anche in altri contesti per la difesa dei territori e la custodia della casa. Sempre libero, però. Il pastore abruzzese ha bisogno di ampi spazi e di vita all’aperto. La sua vita non può svolgersi in un appartamento.

di Alessandro Piazzi