E berta volava…

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Sulle coste italiane vive uno degli uccelli marini più affascinanti e meno conosciuti, la berta maggiore. Nota agli antichi per il suo canto lamentoso, divenne la sirena nei miti greci. Oggi la stiamo aiutando affinchè ritorni a volare nei nostri mari.

testo Stefano Picchi, foto Michele Mendi

 

E’ una calda serata di fine luglio di qualche anno fa. Il sole è appena tramontato davanti alla piccola isola di Linosa, un fazzoletto vulcanico di pochi chilometri quadrati a nord di Lampedusa. Jacopo e Ca

rlo si stanno vestendo, ma non per un aperitivo sulla spiaggia: sui pantaloni lunghi montano due ginocchiere molto rovinate e in testa indossano una lampada frontale, come quelle degli speleologi. Come ogni sera, in estate, da qualche anno, stanno andando a visitare gli anfratti vulcanici dove la berta maggiore (Calonectris diomedea) nidifica, per avere dei dati certi su questa specie poco conosciuta.

 

La berta condivide il mare mediterraneo con l’uomo da millenni. Già i greci la collocarono nei loro miti trasformandola in sirena, che ammaliava e attraeva i marinai con un canto melodioso. Si trattava di un avvertimento: il mito tramandato nei secoli serviva a istruire i marinai a tenersi lontani da questo canto se lo avessero sentito durante la navigazione notturna. Le berte emettono infatti un forte richiamo lamentoso nei pressi del nido, in particolare nelle notti senza luna, quindi in condizioni di pericolo per le imbarcazioni che si sarebbero potute arenare rovinosamente contro gli isolotti rocciosi dove nidifica. Il canto serve alle berte per ritrovare il proprio piccolo che attende nascosto tra le rocce l’arrivo dei genitori con il cibo.

 

La luna è calata, i due ricercatori avanzano al buio nelle distese di roccia lavica che emettono aria calda che sa di finocchio di mare e lava. Cominciano a sentirsi i primi canti delle berte che, dal mare, stanno ritornando al nido, approfittando dell’oscurità totale che le difende dai predatori. La luce delle torce ogni tanto intercetta qualche uccello che compie dei voli attorno all’area del nido emettendo un forte richiamo, per identificare con certezza l’anfratto di roccia dove il piccolo attende il suo pasto. L’atterraggio è goffo: le berte sono tanto eleganti e precise nel volo quanto impacciate a terra: le zampe corte e palmate e le lunghe ali non aiutano a incedere tra gli arbusti e le pietre aguzze. Nei cunicoli lavici raggiungono il piccolo, dove mesi prima avevano deposto un solo uovo: e’ un grosso batuffolo di piumino grigio ben dotato di becco, che è meglio non spaventare, visto che la sua difesa si basa sul rigurgitare sul malcapitato resti di pesce indigerito e maleodorante. Dopo aver accertato che la berta abbia nutrito il suo piccolo, Jacopo e Carlo catturano l’animale all’uscita dal nido e, in pochi secondi, assicurano sulle penne dorsali un piccolo “zainetto” ipertecnologico: un “gps data logger” che registrerà posizione e attività dell’animale nelle settimane successive e che permetterà finalmente di fornire ai ricercatori dei dati utili per proteggere la specie.

Isole, zattere e protezione

In effetti, delle berte non si sapeva molto prima che venisse avviata la ricerca condotta dalla LIPU e dall’ISPRA ( l’istituto nazionale per la protezione ambientale) e quello che si è poi appreso dalla raccolta dei dati registrati dagli “zainetti” è affascinante: durante la cova, quando la coppia si alterna sul nido, le berte linosane raggiungono il mare antistante la Tunisia per procurarsi il cibo, normalmente piccoli pesci, per poi tornare dopo qualche giorno a dare il cambio all’altro partner. Quando il piccolo è nato, le richieste di cibo aumentano e le zone di pesca sono molto più vicine al nido, per potere tornare ogni notte a nutrire il pulcino. In questo periodo così intenso per le coppie, c’è tuttavia un momento del giorno dedicato al riposo e alla socialità: al tramonto le berte si ritrovano a migliaia nella porzione di mare di fronte alla colonia, dove galleggiano vicine formando quasi delle zattere sull’acqua, che a Linosa costituiscono un’ attrazione turistica.

La ricerca non ha riguardato solo le berte di Linosa, benché lì vi sia la colonia che in Italia conta più coppie, circa 10mila. Le altre colonie italiane si trovano nelle isole Tremiti, a nord del Gargano, ma anche nella Sardegna settentrionale e in Toscana, in particolare nell’arcipelago della Maddalena e nell’arcipelago Toscano. Grazie alle ricerche, negli anni dal 2008 al 2013, è stato possibile individuare 4 grandi aree marine particolarmente importanti per la specie, che sono state riconosciute internazionalmente come “Important Bird Areas” e per le quali è stata richiesta l’istituzione di aree europee Natura 2000, riserve europee che potranno garantirne ufficialmente la protezione.

Affascinanti stranezze

Parente degli albatros che solcano gli oceani australi, la berta appartiene alla famiglia dei Procellaridi che nel mediterraneo conta poche specie, tra le quali l’uccello delle tempeste e la berta minore, ma che nel resto del mondo ne annovera oltre una cinquantina tra le quali le procellarie, i petrelli e i fulmari. Sono considerati uccelli marini, dato che trascorrono la maggior parte della loro vita in mare aperto, fino al punto di compiere enormi spostamenti durante l’anno, come dei veri cittadini del mondo: dopo la fase riproduttiva, le nostre berte si trasferiscono nel sud dell’atlantico per trascorrere l’inverno, per poi tornare nel mediterraneo in primavera. Questo è possibile anche grazie al minimo sforzo che compiono nel volo planato che sfrutta il cosiddetto “effetto suolo”: volando a pelo d’acqua le ali comprimono l’aria sottostante formando un cuscinetto d’aria che sostiene l’uccello nel volo, migliorando l’efficienza e diminuendo la necessità di battere le ali. E’una delle caratteristiche che permettono di distinguerli dai gabbiani, oltre al colore che nelle berte è grigio nella parte superiore: i gabbiani preferiscono veleggiare a vari metri dalla superficie e raramente volano in alto mare, a differenza delle berte che, ad esempio, è possibile avvistare facilmente da qualche traghetto per la Sardegna, mentre volano sfiorando l’acqua senza quasi battere le ali.

Un altro risultato della ricerca è stato svelare l’enigma sul modo in cui le berte si orientano in alto mare, dove non esistono punti di riferimento. A quanto pare sarebbero capaci di identificare la giusta direzione grazie a una mappa di odori prodotti dal fitoplancton presenti in diverse concentrazioni nell’aria del mare, come una sorta di navigatore olfattivo che permette loro di ritrovare il percorso giusto per migrare, nutrirsi e tornare al nido. Un’altra qualità delle berte che non conoscevamo.

Ratti killer e progetti europei

Ma le nostre sirene hanno un nemico che ne preda uova e pulcini: il ratto nero. Introdotto inconsapevolmente sulle isole dall’uomo è anch’esso dotato di un olfatto fine che gli permette di individuare piccoli e uova negli anfratti costieri e predandoli, causa il crollo del successo riproduttivo di intere colonie. E’successo anche alla più rara berta minore (Puffinus yelkouan), nelle isole di Montecristo,  Zannone, Ponza e anche a Tavolara, dove nidifica la metà della popolazione mondiale. Questa situazione non poteva che essere risolta se non con misure drastiche e definitive, nonché già sperimentate in varie parti del mondo in contesti simili: l’eliminazione del ratto da queste isole e da Linosa attraverso l’uso di rodenticidi specifici. Quasi contemporaneamente, in corrispondenza delle principali colonie, varie istituzioni, associazioni ambientaliste ed esperti hanno presentato a Bruxelles richieste di finanziamento per la tutela delle berte, nel quadro dello strumento di aiuto europeo alla tutela della natura LIFE, ottenendo l’approvazione dei progetti e soldi per raggiungere questo obiettivo. L’Europa infatti dispone del più avanzato sistema al mondo di legislazione per la protezione della natura e finanziamenti specifici.

I risultati non hanno tardato ad arrivare: a Montecristo, dopo l’eradicazione del ratto nero, i pulcini di berta minore involati sono passati da 0 a circa 900, e così è avvenuto all’isolotto della Scola vicino a Pianosa dove ora le coppie di berta maggiore nidificanti con successo sono circa 200 ma anche a Zannone, Giannutri e Molara dove negli anni scorsi sono stati attuati con successo interventi simili per entrambe le specie. Sono invece in corso gli interventi che a Ponza, a Linosa e a Tavolara porteranno risultati nei prossimi anni, grazie ai progetti LIFE Ponderat, Pelagic Birds e Puffinus Tavolara.

In un certo senso, stiamo restituendo il favore che le berte ci hanno fatto all’alba della storia, quando, prima dei radar, ci avvisavano con il loro canto degli scogli che avremmo potuto incontrare durante le nostre coraggiose traversate in mare. Nei prossimi anni, potremo vederle più spesso planare in mare aperto e ricordarci la giusta direzione per non commettere gli errori del passato nel relazionarci con la natura.

*Stefano Picchi, naturalista, si occupa di progetti europei per la tutela della natura, è docente all’Università di Bologna e consigliere della Lega Italiana Protezione Uccelli. Cura il blog europanatura.blogspot.it