Fresh Kills Park: dalla più grande discarica al parco di New York

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Fresh Kills Park

da discarica a parco a New York

di Francesco Fantera

A Staten Island la più grande discarica del mondo è diventata un parco. La storia di Fresh Kills racconta come un’enorme ferita ambientale possa trasformarsi in un ecosistema vivo

“Qui una volta era tutta campagna”. Alzi la mano chi almeno una volta nella vita l’ha detto, fra il serio e il faceto. Frase proverbiale, al pari di quella sulle mezze stagioni. Ma se vi dovesse capitare di andare a New York, in particolare nel distretto di Staten Island, fate attenzione perché potreste ascoltarne una versione leggermente differente. Qualcosa tipo: “qui una volta era tutta immondizia”. E no, non si tratta di un riadattamento all’americana. Anzi. È una descrizione molto più verosimile rispetto alla nostra. Il motivo è presto detto: il distretto più meridionale della Grande Mela ha ospitato per decenni quella che era la più grande discarica a cielo aperto del mondo. Stiamo parlando di montagne di spazzatura, letteralmente, in un territorio di circa 9 chilometri quadrati. Per avere un’idea delle dimensioni, oltre al classico paragone con i campi di calcio (in questo caso 125), basti pensare che la discarica di Malagrotta vicino Roma nota per essere la più grande d’Europa si estendeva per 2,5 chilometri quadrati. Bene, oggi al posto di quel buco nero di spazzatura e miasmi maleodoranti si trova un parco aperto al pubblico che ospita fauna, flora e chiunque voglia fare una passeggiata, un giro in kayak o in bicicletta. Ma come si è arrivati ad avere piante e alberi laddove c’erano rifiuti e rottami di ogni tipo?

La storia dall’inizio

All’arrivo dei primi europei, nel XVII secolo, l’area era abitata dalla tribù dei Lenape così come tutto il basso corso del fiume Hudson. Dopo un’iniziale convivenza pacifica con i coloni olandesi (non a caso il primo nome di New York fu Nieuw Amsterdam), i nativi vennero cacciati nell’entroterra. A quel punto l’area venne ribattezzata dai nuovi abitanti “kille”, traducibile dall’olandese antico in “letto del fiume” o “canale d’acqua”. La zona, all’epoca una palude di acqua salmastra, venne sfruttata per la raccolta dello sparto delle dune, o sparto pungente, pianta autoctona simile al fieno tipica delle zone palustri che nasceva spontanea. L’uso principale? Cibo per i tantissimi cavalli utilizzati per trasportare uomini e merci nella vicina città in espansione (diventata New York nel 1665). Con l’avvento delle automobili l’area perse il suo valore “agricolo” e fu progressivamente abbandonata tornando gradualmente alla sua originale conformazione. Arriviamo così al 1948, anno in cui il destino di questa porzione di Staten Island cambiò in modo decisivo. Fu Robert Moses, pianificatore famoso per aver rimodellato il tessuto urbano di New York nel secondo dopoguerra in modo così profondo da venire paragonato alla grande ricostruzione di Parigi post Comune nel XIX secolo e molto più in piccolo a Roma nel XX secolo, a definire la zona “inutile” e per questo adatta a diventare un deposito destinato a ospitare i rifiuti domestici. Questa scelta nasceva anche dalla necessità di alleggerire la pressione sugli altri distretti che non riuscivano più a gestire la grande mole di rifiuti prodotta da una popolazione in continuo aumento. La discarica sarebbe dovuta rimanere aperta per tre anni prima di essere chiusa, bonificata e trasformata in area abitativa. E invece le cose andarono diversamente. Fino al 2001 sono stati scaricate su questo lembo di terra quantità enormi di rifiuti. Alcune stime parlano di circa 150 milioni di tonnellate, cifra gigantesca ma non così assurda se si pensa che nel periodo di massimo utilizzo (1986-1987) si è arrivati a 29mila tonnellate al giorno. Anche qui un metro di paragone utile per capire di cosa stiamo parlando: la Statua della libertà di tonnellate ne pesa poco più di 200.

La storia alla fine

Dopo decenni di proteste da parte degli abitanti di Staten Island per chiedere quantomeno la chiusura se non la rimozione della discarica, si decise per lo stop entro gli anni ’90. Come anticipato, l’ultima consegna di rifiuti avvenne nel 2001, per la precisione il 22 marzo. Ma il destino aveva altri piani in serbo per questo angolo di New York. L’attentato che colpì le Torri Gemelle, oltre a provocare la morte di 2.606 persone, produsse una quantità enorme di detriti. L’emergenza e la drammaticità del momento spinsero l’amministrazione cittadina ad individuare Fresh Kills come luogo dove ammassare il materiale generato dal crollo del World Trade Center trasformandolo, sostanzialmente, in una sorta di enorme deposito legale.

La rinascita

Terminata anche quest’ultima fase, tanto imprevista quanto necessaria, si iniziarono a porre le basi per aprire un nuovo capitolo e restituire la zona alla natura e alla popolazione di Staten Island. Le istituzioni cittadine, nello specifico il “Dipartimento della pianificazione” di New York insieme alla Municipal Art Society, lanciarono un concorso internazionale aperto ad architetti e designer. A vincere la competizione fu lo studio Field Operations che si era già distinto per la rigenerazione della High Line, la vecchia tratta ferroviaria sopraelevata che attraversava la parte ovest di Manhattan e che fu trasformata nel 2009 in un corridoio verde pedonale. Un’operazione nota per essere esempio perfetto di riqualificazione e ricucitura del tessuto urbano, un modo innovativo per restituire alla città una versione “aggiornata” di una vecchia infrastruttura in disuso. Stesso obiettivo dell’operazione che sta trasformando la vecchia Fresh Kills Landfill nel nuovo Fresh Kills Park.

La trasformazione

Che gli Usa siano un Paese capace, nel bene e nel male, è una questione oggettiva. Certo è che trasformare la più grande discarica del mondo in un’area verde attrezzata grande tre volte Central Park sembrava un’impresa impossibile. E invece ci stanno riuscendo. Grazie all’impegno delle istituzioni e dei cittadini riuniti nei comitati di quartiere da un lato, di architetti e ingegneri dall’altro, entro il 2036 tutta la zona sarà riqualificata e visitabile. Nonostante la data di fine lavori prevista sia molto in avanti, la scelta di procedere per step consente già da oltre 10 anni ai cittadini di Staten Island e non solo di godere delle parti già pronte evitando così l’effetto “lavori infiniti”, ben noto alle nostre latitudini. A lavori ultimati si potrà camminare o pedalare in mezzo a prati, boschi, dolci pendii e corsi d’acqua. Ma come è stato possibile tutto questo? Le operazioni di trasformazione sono state divise per fasi, la prima delle quali è iniziata già nel 2001 ovvero l’anno di chiusura. Si è partiti dai quattro punti principali di accumulo dei rifiuti. Parliamo di vere e proprie colline artificiali createsi nel corso dei decenni, la più alta delle quali raggiungeva i 60 metri di altezza (ai lettori romani non sarà sfuggita la similitudine con il Monte dei cocci a Testaccio). In pratica come un palazzo di 20 piani.

Il progetto

Primo step non poteva che riguardare gli accumuli di immondizia diventati nel tempo un simbolo per gli stessi abitanti della zona, abituati a vederli frequentati da stormi di gabbiani attirati dai rifiuti organici. Inizialmente sono stati ricoperti con diversi strati di tessuti sintetici impermeabili, ma in grado di filtrare e allo stesso tempo evitare la dispersione di materiale tossico. Alla copertura è stato poi aggiunto un livello di terreno adatto alla crescita di piante e arbusti. Contestualmente al di sotto delle collinette è stata realizzata una vera e propria rete di tubature, trincee e pozzi per raccogliere i prodotti generati dalla lenta e costante macerazione dei rifiuti. Ciò non solo per evitarne la dispersione nel sottosuolo, ma anche per accumulare e riutilizzare i gas emessi dai quali, attraverso un processo di purificazione, si è riusciti a ottenere metano sufficiente ad alimentare 22mila abitazioni di Staten Island. Approccio vincente anche perché in questo modo si è evitata la fuoriuscita di metano nell’atmosfera, stiamo parlando di uno dei principali gas climalteranti.

Un passo alla volta

La seconda fase e quelle successive hanno visto nascere un parco per bambini (Schmul Park nel 2012), un’area dedicata agli impianti sportivi fra cui ben tre campi da calcio (Owl Hollow Fields nel 2013), un percorso di 5km pavimentato e immerso nella natura (New Springville Greenway nel 2015) e un lotto di 85mila mq attrezzato con percorsi ciclabili, piattaforme panoramiche e punti di osservazione della fauna locale (North Park Phase 1). I prossimi step si concentreranno sulla restituzione di spazi sempre più ampi alla comunità, di pari passo con le operazioni di bonifica, piantumazione e allestimento delle aree dedicate alle tante attività che oggi è possibile svolgere nell’area. Non più la scalata su cumuli di immondizia, bensì jogging, giri in bicicletta e in canoa oltre al birdwatching. La zona infatti è tornata ad ospitare specie autoctone che ormai da decenni non si vedevano più: dal gheppio americano, il più piccolo falco del Nord America, allo scricciolo dei giunchi della famiglia dei passeriformi, fino al piro-piro codalunga, trampoliere praticamente impossibile da vedere negli altri distretti di New York. Segno, questo, del successo di un’operazione molto complessa e delicata che andrà a chiudere una ferita aperta con la scelta del 1948.