Il gatto tra scienza, storia e cultura
dalle sette vite a Schrödinger
di Massimo Iannuccelli
Dal paradosso di Erwin Schrödinger alle colonie feline, il gatto attraversa scienza, storia e cultura: venerato nell’antico Egitto, perseguitato nel Medioevo, oggi simbolo di indipendenza e protagonista della nostra convivenza urbana
Per fortuna Erwin Schrödinger nel 1935 non voleva uccidere nessun gatto. Infatti il fisico austriaco premio Nobel nel 1933 immaginò il nostro caro animale in un esperimento mentale per dimostrare un sistema di meccanica quantistica denominato il ‘paradosso del gatto vivo o morto’: una scatola sigillata, del materiale radioattivo, una fiala di cianuro, un martelletto. Occorre fermarsi qui per non inoltrasi in un campo insidioso per i non cultori della materia e ancor di più per non turbarsi per la vita dei nostri ‘coinquilini’.
Il simbolo delle sette vite del gatto
C’è invece da chiedersi come mai per dimostrare questo paradosso fu utilizzato ‘teoricamente’ questo animale invece di cavie o altri animali a disposizione: il gatto come apparato di misura. Una risposta immediata ci conduce alle sue sette vite secondo un punto di vista simbolico ed esoterico: Pitagora e i suoi seguaci assegnavano al numero 3 una corrispondenza con l’umanità e al 4 una con la divinità. Sommandoli ecco il 7: punto di incontro tra umano e divino, materia e spirito, mortalità e immortalità. E la sua storia nei secoli ci descrive chiaramente questa aura avventurosa e magica. La sua presenza sembra risalire alla notte dei tempi: nel campo della evoluzione molecolare risulta che “il Dna mitocondriale, trasmesso solo per via matrilineare, appartiene ad appena cinque gruppi di aplotipi diversi, gruppi ancestrali riferentisi all’antenato primario e che corrispondono ad altrettante linee evolutive. Il che significa che, alcune decine di migliaia di anni fa, cinque femmine hanno dato origine a tutti i felini che abbiamo attualmente in casa”. Ma probabilmente il rapporto tra gatto e uomo è cominciato circa 12.000 anni fa con la trasformazione delle prime tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori in agricoltori-allevatori della cosiddetta Mezzaluna fertile, tra il sud della penisola Anatolica (Turchia), il Sinai, Israele e la Mesopotamia. Processi successivi di mansuefazione, domesticazione e addestramento porteranno a considerare l’Egitto come luogo di nascita e maggior sviluppo del felino domestico, venerato insieme alla dea Bastet, giovane donna dalla testa di gatto a protezione della casa e dei templi. Così che questo animale amico dell’uomo entrò a far parte dei riti legati ai lutti e alla sepoltura degli umani, tanto da rinvenire mummie di gatti in alcuni sarcofagi.
Gatti venerati e perseguitati nella storia
Fu talmente importante la loro presenza per la caccia ai topi e la salvaguardia delle derrate alimentari, che ne fu proibita l’esportazione pena la morte. Ma Fenici e Greci, accusati di essere ladri di gatti, riuscirono con astuzia ad imbarcare e vendere coppie di gatti a Romani, Galli e Celti e diffonderli in tutto il Mediterraneo. Venerati anche in Cina e in Giappone in quanto capaci di scacciare gli spiriti maligni; e in India legati alla dea della fertilità Sati. Ma il Cristianesimo durante il Medioevo considerò il gatto di cattivo auspicio, associato al diavolo, stregoneria e oscurità, ostacolandone la diffusione, crudelmente perseguitato, torturato e ucciso. Alcune cronache riportano che, a partire dal XVIII secolo, in età vittoriana fu riabilitato per giungere ad essere considerato dalle classi agiate come animale di compagnia, ‘inventato dalla borghesia’. Certo è che la storia ci narra però di una rivoluzione industriale che partendo dall’Inghilterra sconvolse l’economia mondiale. Risulta interessante una foto del 1861 che ci presenta un signore londinese con bombetta e il suo carretto con la scritta “Cats & Dogs – Meats”: distribuisce pezzi di carne agli animali in trepida attesa. E, in parallelo raffronto, la foto ad una figura storica dei primi decenni del ‘900 a Roma (e non solo), immortalata in stampe, citazioni e poesie: il ‘carnacciaro’, antico mestiere di venditore ambulante di scarti di macelleria (carnaccia) per i gattari dell’epoca. Con un solo fischio o richiamo verbale, distribuiva ai gatti, ma forse meglio vendeva ai padroni, frattaglie come polmone, trippa e interiore lessate. Tutto il mondo è paese! E ritorna alla mente un famoso proverbio che ci ricorda un episodio legato al sindaco di Roma Ernesto Nathan (1907-1913). A lui è attribuita la frase “non c’è trippa per gatti” quando ritenne di cassare una voce dal bilancio della capitale che destinava una somma per acquisto appunto delle frattaglie allo scopo di sfamare i numerosi gatti della città: quindi meglio affamati che satolli per dare la caccia ai topi che infestavano gli archivi capitolini. Andò così sparendo l’antesignano delle gattare e gattari odierni.
Le isole dei gatti in Giappone
Esistono in Giappone delle isole in cui i gatti sono particolarmente accuditi e rispettati. Aoshima è stata un ricco centro peschereccio fino ad ottenere un notevole successo turistico per la presenza degli amici gatti. Ma a causa dell’industrializzazione del settore, ad un programma di sterilizzazione dei felini e al progressivo invecchiamento dei residenti, questi si sono ridotti progressivamente ad un decimo dei loro coinquilini con il rischio di abbandono dell’isola per denatalità di entrambi. Un’altra isola è Tashirojima: i gatti furono importati per far fronte all’eccessiva presenza di roditori che minacciavano la coltura dei bachi da seta, una ricchezza per gli abitanti. Attualmente se ne contano un centinaio in semilibertà contro una popolazione umana inferiore a cinquanta unità. In entrambe le isole ovviamente è proibito l’ingresso ai cani… Angeli custodi dei pescatori delle isole, i gatti sono sempre stati considerati di buon augurio, fortuna e prosperità. Famosa in Giappone è la figura di Maneki-neko, il gatto con la zampa alzata e semimovente nelle statuine, che viene considerata un talismano di felicità. E numerose sono le mete turistiche per gattofili in tutto il mondo.
Leggi e tutela delle colonie feline in Italia
Attualmente si stima che al mondo ci siano circa 650 milioni di gatti tra domestici e randagi. In ogni caso, al di là delle note storiche precedenti, oggi il gatto è oggetto di interesse, cura, rispetto, tutela, ma la sua presenza nelle città rappresenta anche una questione di sicurezza pubblica, decoro urbano e convivenza civile. Lo sviluppo urbano contemporaneo procede con una visione allargata delle tutele degli esseri viventi, con una progettazione sociale ed anche architettonica adeguata che non lasci indietro i più disagiati. Problema non semplice in una società complessa In molte Regioni è in aumento il fenomeno del randagismo con le conseguenze di malnutrizione, mancanze di cure e quindi malattie, maltrattamenti e causa di incidenti stradali. Si invoca una legge adeguata, sterilizzazioni, creazione e riconoscimento di colonie feline, controllo da parte di ambulatori veterinari. Attualmente la Legge 281 del 14 agosto 1991, “Legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo”, e successive leggi regionali, disciplinano in particolare le colonie feline, definite ‘patrimonio bio-culturale della città’, vietandone lo spostamento dei soggetti dal loro habitat in aree sia pubbliche che private; riconoscendone le associazioni di volontariato animalista in accordo con le aziende ASL, e la loro gestione; controllando il numero degli animali, il loro mantenimento, la pulizia, l’igiene e consigliandone la sterilizzazione per non aumentare gli abbandoni ed incrementare il randagismo. Più nello specifico sono stati diramate linee guida o consigli da Agenzie Territoriali, riferentisi alle Asl o Associazioni no profit riconosciute, o forme diverse di volontariato, sparse in tutta Italia. La legge di riferimento citata stabilisce che i gatti non sono più randagi e le persone che se ne occupano assumono la figura di ‘tutor’, custodi riconosciuti di raggruppamenti o colonie feline. Le linee guida di comportamento, quasi un protocollo, informano e consigliano il modo per avvicinarsi ad un gatto isolato: in primis ricercare eventualmente l’esistenza di un padrone, chiedere se fa parte di una colonia, se ha un tutore. In caso contrario avvisare le Aziende o Associazioni locali per poterlo inserire in una forma di tutela.
Studi scientifici e comportamento dei gatti
Alcune caratteristiche del gatto sono ben evidenti: “Virtù politiche feline sono l’assoluta indipendenza, il pragmatismo e la strategia, la totale assenza di sentimentalismi e una certa dose di cinismo.” (Alberto Mattioli – ‘Gattolico praticante. Esercizi di devozione felina’). Ma non potevano mancare analisi scientifiche più approfondite e ricerche psicologiche sul comportamento dei gatti. Una ricerca della Cornell University li ha studiati nel caso di successive adozioni e coabitazione, per evitare comportamenti aggressivi, rafforzare il legame con animali esistenti e predisporli psicologicamente a nuove relazioni felici. Un’altra ricerca ha considerato invece il comportamento umano: l’Università di Exeter nel Regno Unito ha analizzato interviste e dichiarazioni di numerosi ‘padroni’, suddividendole poi in cinque grandi categorie: dal ‘preoccupato’ al ‘vivi e lascia vivere’.
Gattofili celebri nella storia
Ed ora in onore di questo felino domestico e dei loro amici umani, una passerella finale, dall’antichità ad oggi, in ‘disordine cronologico’. Gattofili sono stati Maometto, che amava molto i gatti, in particolar modo una femmina chiamata Muezza, sempre al suo fianco; un giorno che la gatta si addormentò sulla veste da preghiera del Profeta egli, per non disturbarla ma avendo bisogno dell’abito, tagliò il pezzo di stoffa su cui riposava l’animale per poi indossare il resto della veste. L’imperatore romano Ottaviano Augusto, che dedicò alla sua gatta alcune righe delle sue memorie. Dante Alighieri usava scrivere con un gatto nero accoccolato sulle sue gambe, Francesco Petrarca era molto affezionato a Dulcina. Poi Torquato Tasso e Leonardo da Vinci, che dedicò alcuni studi e disegni a questo animale. E come non citare Isaac Newton, che inventò la gattaiola, la comoda porticina per far entrare gli animali in casa. E poi il cardinale Richelieu che morì circondato da ben 14 gatti e a cui lasciò un’eredità piuttosto cospicua. Tra i reali ci furono gattofili di tutto rispetto: il re di Francia Luigi XV era molto legato al suo Brilliant, un gatto d’angora turco, mentre la regina Vittoria trattava il suo gatto persiano White Heather come fosse un membro della famiglia. Ma anche uomini di stato come Churchill, con il suo Nelson (altra fonte riporta Mickey) su una poltroncina appositamente a lui dedicata, con cui a volte presiedeva il Consiglio dei Ministri. Ancora Lincoln e il suo Tabby, al quale veniva dato da mangiare dal presidente in persona con una forchetta d’oro durante le molteplici cene della Casa Bianca. E Roosvelt, ma anche una nutrita schiera di Papi, vescovi e cardinali. E poi Perrault, Dumas, Hemingway che possedeva un’intera colonia di gatti nella sua casa di Key West: forse discendenti di Palla di Neve. Ed ancora Baudelaire, Eliot, Yeats, Dickens con il suo Bob, le sorelle Bronte, Chandler, Neruda, Kerouac, Stephen King. Tra i pittori ancora Chagall, Picasso, Kirchner, Renoir, Monet, Novella Parigini furono noti artisti che ritrassero gatti. Poi il poeta Baudelaire.
Gatti e letteratura
Flaiano, Italo Calvino e poi la scrittrice italiana Elsa Morante, con i suoi gatti di vita e di scrittura: Giugno, Filippo o Filippuccio, Minna la siamese, Giuseppe morto il 1° agosto 1952, detto anche Alvaro o Useppe Mandolino, Pamela, Tit figlio di Giuseppe e Pamela, Caruso e Carulina, Chiara e Sevinante figli di Caruso, Chitarrino, Ricciuto, Atropo, Viola Fior di Passione, Palomba; molti resti dei suoi gatti furono ritrovati nella terra dei vasi del suo ultimo appartamento. E quelli di Colette: la preferita Kiki la Doucette, una splendida gatta d’Angora; alla morte le fu regalata una gatta selvatica del Ciad, Bâ-Tou, che lei in breve tempo trasformò in un docile felino domestico. Poi ancora Doris Lessing, William S. Borroughs. E T. S. Eliot con ‘Il libro dei gatti tuttofare’, in cui affibia curiosi nomignoli ai gatti citati: Deuteronomio, Gran Rompisgattolo, Bustòforo, Canossa, Tiremmolla, Rognasparso, Lady Spremilosso, Arruffapelo. E poi altri scrittori che hanno citato i loro gatti. Mark Twain che aveva chiamato il suo gatto Bambino, Haruki Murakami con il suo Peter. Factotum era invece il gatto di Charles Bukowski, che dedicò anche una poesia ai suoi amati animali. Cattarina, detta Kate, era invece la gatta di Edgar Allan Poe, che gli stava sulla spalla mentre lui scriveva. E Williamina, quella di Charles Dickens. Ancora gattofili furono Leonard Huxle, Joyce Carol Oates, Louis-Ferdinand Céline.
Gatti nel cinema e nella cultura pop
E nel cinema Michael Caine, Ingrid Bergman, Vivien Leigh, Laurence Olivier e Stanley Kubrick solo per citarne alcuni. E infine lei, Anna Magnani, da molti definita la regina delle ‘gattare’. E i gatti governativi di Downing Street 10, Humphrey, Sybil, Larry e Wilberforce. E quelli della Casa Bianca: Siam, il gatto del presidente Rutherford Hayes; Tiger, il gatto del presidente Calvin Coolidge. Assistente con vibrisse anche per Jimmy Carter, un gattone siamese dal nome decisamente altisonante: Misty Malarky Ying Yang. E il bellissimo gattone di Bill Clinton, nero “con i calzini bianchi” e per questo battezzato Socks. E poi i gatti al cinema: Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie, Lucifero, il gatto maligno della matrigna di Cenerentola, Pero o Puss ne Il gatto con gli stivali, e Bizet, Matisse e Minou negli Aristogatti. Tom impegnato a catturare il topolino Jerry, ideati da Hanna & Barbera, Silvestro il gatto sempre all’inseguimento del canarino Titti. Indimenticabile anche Birba il gatto dei Puffi, infine due gatti americani: Palla di neve, il gatto di famiglia dei Simpson, e Grattachecca, della stessa serie.
Gatti famosi tra scienza e storia
Ma la storia ci narra di altri gatti famosi. Conosciuta come Felicette è stata la prima gatta astronauta della storia; nello spazio con il lancio francese Veronique Agi 47, poi tristemente uccisa per eutanasia per recuperare gli elettrodi impiantati e permettere di studiare gli effetti del volo spaziale. Poi la “Acoustic Kitty” utilizzata per una operazione della CIA come spia: un microfono impiantato nel collo, una batteria, una radio e un’antenna posizionata lungo la coda per registrare una conversazione in un parco vicino all’ambasciata russa; ma finì tragicamente investita da un taxi. Poi ancora la storia di Simon, un gatto che nel 1949 durante lo scoppio della guerra civile cinese diventò la mascotte dell’equipaggio: fu ferito e creduto morto dall’equipaggio. Ma guarito, riprese la sua attività di caccia ai roditori, garantendo la salute dei marinai feriti e convalescenti, e quindi insignito della Medaglia Dickin, la più alta onorificenza per un animale. Ed ecco Choupette, una gatta birmana che diventò la musa del famoso stilista Karl Lagerfeld ereditandone alla sua morte una parte significativa del patrimonio milionario.
Il gatto nella poesia e nella memoria
Concludiamo, ‘last but not least’, con una poesia di Wislawa Szymborska ‘Il gatto in un appartameno vuoto’, lirica toccante e nostalgica sulla perdita del suo padrone che lo lascia nella casa vuota sperduto e offeso.
Alla fine è doveroso scusarsi con i nostri amati felini per le inevitabili omissioni: noi offriamo la nostra devozione, loro ci ripagano con assoluta indipendenza e autonomia.




























