Spreco alimentare: dalla denuncia alla regolazione

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Spreco alimentare

dalla denuncia alla regolazione

di Paola Pinna

Per anni lo spreco alimentare è stato raccontato come una contraddizione morale. Tonnellate di cibo finiscono nella spazzatura mentre una parte della popolazione mondiale non ha accesso a un’alimentazione adeguata. Oggi quel racconto non basta più. Lo spreco alimentare è entrato nel campo delle politiche pubbliche, della regolazione economica e della pianificazione ambientale. Il passaggio è recente ma netto. L’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di ridurre drasticamente le perdite e dimezzare lo spreco alimentare entro il 2030, inserendo il tema nel Green Deal e nella strategia Farm to Fork. Non più iniziative isolate, ma un disegno sistemico che coinvolge produzione, distribuzione e consumo.

Un problema strutturale

Lo spreco alimentare non è distribuito in modo uniforme. Nei paesi ad alto reddito si concentra soprattutto nella fase finale della filiera – supermercati, ristorazione, consumo domestico – mentre nei paesi a basso reddito le perdite avvengono prima, durante raccolta e conservazione. Questo squilibrio mostra che non si tratta di scarsità, ma di organizzazione. Il sistema alimentare globale produce più di quanto riesca a gestire. E ciò che eccede viene perso lungo il percorso.

Il salto europeo

Negli ultimi anni l’Europa ha iniziato a costruire strumenti concreti. Non solo obiettivi, ma metodi di misurazione condivisi, piattaforme di coordinamento tra Stati membri e incentivi economici per la prevenzione dello spreco alimentare. Il cambio più significativo è metodologico. Lo spreco viene monitorato lungo tutta la filiera, dal campo alla tavola. Questo consente di individuare dove intervenire e con quali strumenti. Accanto alle politiche, si sono sviluppati modelli operativi locali. A Milano, ad esempio, i Food Waste Hubs recuperano eccedenze da supermercati e mense per redistribuirle attraverso reti sociali, con l’obiettivo di ridurre lo spreco urbano entro il 2030. Non beneficenza, ma logistica organizzata.

Il limite della redistribuzione

Negli anni scorsi alcune normative hanno imposto ai supermercati di donare il cibo invenduto. Misure importanti, ma non risolutive. Se il sistema continua a produrre eccedenza, la redistribuzione rischia di diventare un correttivo permanente. In alcuni casi, le stesse organizzazioni che ricevono il cibo non sono strutturate per gestire volumi crescenti. Il punto resta a monte: ridurre la sovrapproduzione, migliorare la previsione della domanda e accorciare le filiere alimentari.

Il nodo domestico

Una quota rilevante dello spreco alimentare avviene nelle case. Spesso per disattenzione. Si acquista troppo, si conserva male, ci si dimentica. Il frigorifero e il freezer diventano spazi dove il cibo si accumula invece di essere consumato. Uno spreco invisibile ma sistemico. Intervenire qui non richiede tecnologie, ma buone pratiche. Controllare le scorte, pianificare gli acquisti e riconoscere il valore del cibo.

Educazione e futuro

Il cambiamento più duraturo passa dalla scuola. In diversi paesi europei il tema dello spreco alimentare è entrato nei programmi educativi, trasformandosi in competenza civica. Non si tratta solo di informare, ma di modificare abitudini. Il consumatore del futuro si forma qui, non sugli scaffali. Il punto resta essenziale: lo spreco non va gestito ma evitato. Ogni politica che si limita a redistribuire senza ridurre rischia di stabilizzare il problema invece di risolverlo. Il passaggio decisivo è quello dalla correzione alla prevenzione-. E in quel passaggio c’è bisogno di tutti.