Incendio globale: il pianeta in fiamme

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Incendio globale: il pianeta in fiamme

di Barbara Santini

In questa estate bollente, il pianeta è stato travolto da incendi record. Ondate di calore, siccità prolungate e venti secchi, resi più intensi dal cambiamento climatico, hanno trasformato intere regioni in focolai inarrestabili. Milioni di ettari sono bruciati in ogni continente, città evacuate in fretta, vite spezzate. Non si parla più di emergenze isolate, ma di un dramma globale che aggrava la stessa crisi climatica: i roghi rilasciano CO₂ e particolati, alimentando un circolo vizioso che minaccia il futuro delle comunità e del clima

Europa

L’Europa ha vissuto la stagione più devastante della sua storia recente: oltre un milione di ettari ridotti in cenere, più di quattro volte la media degli ultimi vent’anni. Spagna, Portogallo, Grecia, Turchia e Cipro hanno visto fiamme tanto intense da risultare fino a tredici volte più probabili rispetto a un clima pre-industriale. Interi villaggi sono stati evacuati, il turismo si è fermato e almeno venti vite sono andate perdute, mentre il fumo oscurava le estati mediterranee e rendeva l’aria irrespirabile.

Americhe

Attraversato l’Atlantico, il quadro non migliora. Il Canada si è trovato al centro di una delle peggiori stagioni di incendi della sua storia: quasi otto milioni di ettari divorati dalle fiamme, con praterie e regioni atlantiche tradizionalmente risparmiate che oggi diventano teatro di evacuazioni e distruzioni. Le torri di fumo hanno varcato i confini, annerendo i cieli statunitensi e, in alcune giornate, raggiungendo persino l’Europa. Anche negli Stati Uniti, soprattutto in California e Oregon, comunità intere sono state messe in ginocchio da emergenze continue che hanno devastato case, foreste e infrastrutture. In Sud America il bilancio è altrettanto drammatico. Tra Argentina, Cile e Colombia, quasi diciottomila focolai hanno trasformato sei milioni di ettari in paesaggi brulli. La Patagonia, le Ande e le foreste temperate cilene hanno bruciato in un susseguirsi di incendi alimentati da siccità croniche, mentre in Amazzonia la minaccia si è sommata alla deforestazione, colpendo specie non adattate al fuoco e accelerando la perdita di biodiversità.

Asia

In Asia, la Corea del Sud ha dovuto affrontare il peggior disastro del genere nella sua storia: più di cento roghi simultanei hanno bruciato oltre centomila ettari, ucciso trentadue persone e costretto decine di migliaia ad abbandonare le proprie abitazioni. Più a nord, nella Russia siberiana, le fiamme hanno divorato oltre seicentomila ettari, costringendo le autorità a dichiarare lo stato di emergenza. Le foreste boreali, serbatoi di carbonio, sono diventate esse stesse fonte di emissioni incontrollate.

Africa

In Africa, oltre cinquantatré milioni di ettari sono bruciati solo nella prima metà dell’anno, metà del totale mondiale. È un dato che rivela quanto il continente sia l’epicentro silenzioso del dramma: qui vive l’ottantacinque per cento delle persone esposte direttamente agli incendi, comunità rurali e contadini che spesso non hanno mezzi per difendersi. In Sudafrica, due vasti roghi hanno colpito Table Mountain, simbolo naturale del Paese, distruggendo migliaia di ettari e minacciando i quartieri limitrofi di Città del Capo.

Oceania

In Oceania, l’Australia continua a convivere con i bushfire, ma il 2025 ha segnato una svolta: i focolai sono comparsi già in autunno australe, con il fumo che ha oscurato i cieli del Nuovo Galles del Sud. La primavera è arrivata con condizioni di rischio estremo lungo la costa occidentale e nelle aree agricole del sud, mentre la sovrapposizione delle stagioni di fuoco con quelle del Nord America ha reso difficile il mutuo soccorso internazionale che in passato aveva permesso di inviare squadre e mezzi antincendio oltre oceano.

Globale e sistemico

Il ruolo del cambiamento climatico in questo scenario non è più un’ipotesi, ma un’evidenza. Ondate di calore più frequenti, precipitazioni scarse, venti più violenti e stagioni secche prolungate hanno moltiplicato le condizioni favorevoli agli incendi in ogni continente. E gli incendi stessi, lungi dall’essere solo conseguenza, sono anche causa: solo in Europa si stima che le fiamme abbiano liberato 38 milioni di tonnellate di CO₂, equivalenti alle emissioni annue di un Paese come la Svezia. In Canada, già a giugno, i roghi avevano sprigionato 56 megatonnellate di carbonio. Le particelle di fuliggine, depositandosi sui ghiacciai, accelerano lo scioglimento e alimentano un circolo vizioso che mette in pericolo il futuro climatico del pianeta. Il 2025 ci consegna così un’immagine crudele: dalle savane africane alle foreste canadesi, dalle montagne greche alle pampas sudamericane, dai deserti australiani alle steppe siberiane, il fuoco non risparmia nessuno. È un linguaggio universale della crisi climatica. Gli incendi non sono più stagionali, non appartengono a un solo emisfero: sono diventati un fenomeno globale e sistemico. Spegnerli non basta. Serve ripensare il rapporto con i territori, con l’energia, con l’intero equilibrio ecologico.