Indonesia: bellezza naturale e ingordigia umana

Foreste tropicali

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Indonesia: bellezza naturale e ingordigia umana


testo e foto di Roberto Cazzolla Gatti  

Deforestazione e piantagioni di olio di palma stanno cancellando una delle foreste tropicali più ricche di diversità al mondo


Osservare l’Indonesia dall’alto, sorvolando le sue centinaia di isole che formano uno degli arcipelaghi più variegati della Terra, è un’ esperienza meravigliosa e traumatica al tempo stesso. Meravigliosa perché fa riflettere sulla magnificenza della Natura che ha forgiato con potenza e grazie questi territori ricchi di specie, formazioni geologiche, cultura e storia naturale e umana. Traumatica, non tanto per la scarsa sicurezza dei trasporti locali, quanto per la constatazione che tutta questa bellezza può essere cancellata in pochi giorni dall’ insensatezza di un’unica specie: la nostra.

“Una rasoiata nel cuore”, l’ho definita subito dopo essere atterrato da quel volo pindarico tra il paradiso e l’inferno. Perché non c’è altra sensazione che descriva meglio la vista dall’alto di intere isole bruciate e deforestate come fossero batuffoli di verde ovatta alla mercè di un incauto alchimista. Una straordinaria foresta dalla rigogliosa vegetazione e dall’incredibile biodiversità distrutta per farne armadietti, infissi, parquet e bare di lusso e oli vegetali di scarsa qualità, ma estremamente economici perché derivanti dallo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro, da destinare ai mercati dei paesi sviluppati (Europa, USA e Cina su tutti).

INCONTROLLABILE SVILUPPO ECONOMICO

In questa regione del mondo, così biodiversa, vivono alcune delle specie più rare del pianeta come il martin pescatore fasciato, la tartaruga di foresta del Sulawesi, il varano arboricolo blu, lo storno di Java, il cervo di Bawean, la tigre di Sumatra, le tre (o forse quattro) specie di oranghi sopravvissute sino ad oggi, il puma (la versione melanica del leopardo) di Giava, gli effimeri rinoceronti di Sumatra e Giava, e centinaia di specie vegetali da rendere difficile incontrare lo stesso albero pur attraversando decine di ettari di foresta.

Tutto questo, in uno stato in preda all’incontrollabile sviluppo economico, tra grattacieli sempre più alti, Suv, motorini e bidonville enormi, risaie, cartiere e piantagioni di palma da olio sparpagliate tra i vulcani che puntellano la Cintura di Fuoco del Pacifico sulla terraferma.

Negli ultimi decenni le isole dell’arcipelago sono state private della loro fitta copertura forestale tropicale, prima dalla deforestazione, per produrre carta e legname (motivo per cui alcune associazioni ambientaliste si sono scontrate con multinazionali come l’Asian Paper and Pulp, ree di operare un taglio incontrollato e devastante) e poi per la produzione di palma da olio. Si prevede che, con l’attuale ritmo, entro quindici anni la deforestazione e le piantagioni avranno frammentato così profondamente l’intero arcipelago da minacciare oltre l’80% delle specie endemiche.

Sì è parlato a lungo dell’insostenibilità della produzione di legname tropicale, anche quando certificato FSC e di come grandi danni possano essere causati alla Natura da piccoli vizi e lussi umani (come la voglia di camminare su un parquet in mogano o di essere seppelliti in una bara in tek).

Si è iniziato a discutere solo di recente, invece, di come l’olio ricavato dalla palma Elaeis guineensis, sia il principale motore che spinge molte multinazionali europee ed americane a lanciarsi in progetti di deforestazione e impianto di colture a basso costo, a discapito della foresta vergine, per ricavare un ingrediente che ormai si trova ovunque nei prodotti confezionati dei supermercati. Biscotti, creme alla nocciola, maionese, saponette e detergenti non riescono a farne a meno. Peccato che per amalgamare i nostri piaceri quotidiani stiamo eliminando l’incantevole habitat di milioni di specie.

DEGRADO DELL’HABITAT

Mediante i più aggiornati dataset disponibili alla scienza, tra cui quelli del Global Forest Watch, di Greenpeace, del Ministero delle Foreste Indonesiano, dell’RSPO e dell’Aidenvironment abbiamo analizzato 15 anni di variazione della copertura forestale in Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea per comprendere se l’idea che l’olio di palma possa essere sostenibile sia finzione o realtà. E così abbiamo scoperto che dal 2001 al 2016 circa il 40% dell’area presente nelle attuali concessioni RSPO ha subito un significativo degrado dell’habitat (causato da deforestazione, incendi o altri danni agli alberi) prima di essere convertita in piantagioni di olio di palma e che tale perdita di copertura arborea si è verificata sia prima sia dopo l’inizio degli accordi RSPO (nel 2004) e dell’iniziativa POIG (nel 2013). Il risultato è che le concessioni certificate non differiscono molto da quelle non certificate. Questo ci dà ragione di considerare qualsiasi produzione certificata di olio di palma come non completamente esente da deforestazione.

La produzione industriale di olio di palma inizia, di solito, con il taglio e l’incendio delle foreste tropicali primarie per piantare palme da olio e ricavare un grasso raffinato utilizzato principalmente dalle industrie alimentari e cosmetiche. Le conseguenze per la salute umana dell’assunzione giornaliera di olio di palma sono ancora oggetto di discussione, ma la significativa perdita di foreste e il degrado degli ecosistemi causati dalla coltivazione di quest’olio suscitano ancor più preoccupazione.

L’eliminazione di vaste aree di foresta in Indonesia, Malesia e Papua Nuova Guinea per la monocoltura delle palme da olio sta mettendo in serio pericolo anche le ultime specie di orangutan sopravvissute sul nostro pianeta.

Nel 2004 è stata lanciata la tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile (RSPO), un gruppo composto da aziende, banche, investitori e organizzazioni ambientaliste non governative (ONG), per creare un mercato per l’olio di palma sostenibile. L’obiettivo dell’RSPO (che ora vanta oltre 3.000 membri) è quello di sviluppare una serie di criteri ambientali e sociali che le aziende devono rispettare per produrre olio di palma sostenibile certificato (CSPO). Secondo l’RSPO, quando questi criteri vengono applicati correttamente, l’impatto negativo della coltivazione dell’olio di palma sull’ambiente e sulle comunità nelle regioni produttrici può essere ridotto al minimo.

Tuttavia, sin dal suo avvio, la certificazione RSPO è stata messa in discussione come mezzo concreto per arrestare il degrado delle foreste e la perdita di biodiversità. Infatti, le aziende certificate RSPO dovrebbero garantire che le foreste siano valutate per i loro alti valori di conservazione (HCV) prima di nuovi impianti e, dopo il recente rafforzamento mediante il Palm Oil Innovation Group (POIG), che le piantagioni non danneggino le aree a elevato stock di carbonio (HCS).

Sebbene la maggior parte delle preoccupazioni delle ONG ambientaliste sia dovuta al fatto che le certificazioni RSPO-POIG consentono la rimozione degli alberi e l’insediamento delle piantagioni di palma da olio in qualsiasi foresta non identificata come HCV o HCS, il nostro studio suggerisce che un aspetto spesso nascosto e ancor più preoccupante riguardante l’olio di palma “sostenibile” è che questo proviene comunque dal recente degrado delle foreste tropicali.

CRESCE LA DOMANDA DELL’INDUSTRIA

Poiché il mercato mondiale dell’olio di palma continua ad espandersi grazie alla crescente domanda dell’industria alimentare e cosmetica, è fondamentale quantificare accuratamente i costi e i benefici economici e ambientali dell’attuale produzione “sostenibile” dell’olio di palma, basandosi sui dati più recenti disponibili come fatto nella nostra analisi, per valutare politiche e strumenti alternativi che ne migliorino l’efficacia. I sostituti dell’olio di palma che hanno meno impatti ambientali dovrebbero essere una priorità della ricerca, ma fino a quando i costi ambientali della produzione non saranno internalizzati nel suo prezzo, quest’olio continuerà a dominare il mercato e a causare danni catastrofici alle foreste tropicali. Incentivi economici a livello nazionale per ridurre il consumo di alimenti grassi e insalubri e per promuovere l’uso di oli non tropicali di origine nazionale (ad esempio quelli di colza, oliva, girasole, lino, etc.) nei prodotti alimentari e cosmetici (qualcosa che molti marchi europei hanno già iniziato autonomamente a fare per ridurre le crescenti preoccupazioni dei consumatori) scoraggerebbero l’uso totalmente insostenibile dell’olio di palma sul mercato globale e sarebbero molto più efficaci di qualsiasi schema di certificazione per la sostenibilità ambientale.

Insomma, ora abbiamo anche le basi scientifiche per affermare che “l’olio di palma sostenibile non esiste!” (così come in passato avevamo suggerito il perché il legno tropicale sostenibile non può esistere sulla base di evidenze scientifiche:  Cazzolla Gatti R. et al. 2015. The impact of selective logging and clearcutting on forest structure, tree diversity and above-ground biomass of African tropical forests. Ecological research 30:119-132 – https://doi.org/10.1007/s11284-014-1217-3) e che, purtroppo, marchi e certificazioni non sono efficaci nell’arrestare la distruzione delle meravigliose foreste tropicali, né dell’Indonesia, né del mondo intero. Se non arresteremo subito la nostra ingordigia potremo dire presto addio alla straordinaria bellezza e diversità della Terra.

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D.

Biologo ambientale ed evolutivo; Professore associato presso laTomsk State University in Russia; Ricercatore associato della Purdue University negli USA