Banco di Neve

0
2231

Banco di Neve

di Alessandro Piazzi

L’intero territorio italiano è fortemente interessato dai cambiamenti climatici ma le aree più colpite sono nostre montagne. Nelle Alpi le temperature stanno crescendo a una velocità doppia rispetto alla media globale e l’altezza della neve al suolo è in costante decremento. Eppure c’è chi punta l’intero banco (pubblico) sugli impianti sciistici


Ogni anno abbattiamo nuovi record. Le stime degli scienziati su riscaldamento globale e cambiamento climatico fissano limiti che si sgretolano anno dopo anno. Quello che ieri sembrava una stima pessimistica oggi appare una speranza.

L’intero territorio italiano è fortemente interessato dai cambiamenti in virtù della sua posizione al centro del Mediterraneo. Sul mare, infatti, le masse d’aria si muovono più facilmente e così distribuiscono gli effetti della maggiore energia prodotta dall’irradiazione solare.

D’istinto è difficile pensare che le aree maggiormente colpite siano proprio le per le nostre montagne, perché ci sembrano più fresche e ci danno ristoro d’estate. Le statistiche però ci dicono il contrario: sono le aree che stanno registrando i cambiamenti più importanti.

Nelle Alpi le temperature stanno crescendo a una velocità doppia rispetto alla media globale. I risultati sono visibili: sulle nostre cime l’altezza della neve al suolo negli ultimi dieci anni sta subendo un costante decremento, lasciando sempre più spazio ad aride sterpaglie. In termini statistici non hanno alcun valore le abbondanti nevicate nel nord-ovest dello scorso anno o quelle più recenti nel sud Italia. Esse sono unicamente il risultato di eventi meteorologici casuali e non l’espressione di una tendenza climatica.

Miraggio o strategia?

La prima vittima di questi cambiamenti è il turismo invernale così come lo hanno conosciuto i nostri genitori o da bambini quelli di noi che hanno superato i quarant’anni. Impianti di risalita sempre aperti e piste che si snodavano per chilometri o che si trovavano anche a quote non altissime hanno permesso un’epoca d’oro anche sui rilievi appenninici.

Oggi i cambiamenti sono sotto gli occhi di tutti e le località sciistiche di media quota da anni vedono chiudere i propri impianti sciistici. Come accade ai Piani d’Erna, in provincia di Lecco, dove l’ultimo traliccio degli impianti sciistici di risalita è stato rimosso e metà giugno. Eppure su quelle piste hanno imparato a sciare centinaia di lecchesi, brianzoli e lombardi. Quello che sta accadendo ad Erna è un destino comune a tutto l’arco alpino lombardo e italiano, costellato ormai di carcasse di funivie e impianti di risalita abbandonati.

Il Dossier Nevediversa 2019 di Legambiente analizza proprio questo tema e rileva come le sollecitazioni e le spinte per un potenziamento del demanio sciabile non mancano, così come i finanziamenti pubblici in loro soccorso. Una lungimirante strategia o interventi alla rincorsa di un miraggio? Lo stesso Dossier rileva che lo sci da discesa continua ad essere lo sport sulla neve più praticato, anche grazie al forte potenziamento dell’innevamento artificiale e degli impianti di risalita. Secondo il rapporto Skipass Panorama Turismo, nel 2017/2018 gli utilizzatori d’impianti da discesa rappresentano la maggioranza (56% sci, 13% snowboard, 3/4% freestyle) ma gli appassionati che preferiscono la neve al naturale costituiscono il 25% circa del totale (14% ciaspole, 8% sci di fondo, 2,3 % sci alpinismo), segno che la montagna non è solo sci e che la sua fruizione invernale può trovare sfogo anche in maniera diversa.

L’incapacità di interpretare questi segnali e la ricerca di “ricette facili” fa si che in Italia la scienza del clima non dialoghi con le istituzioni, soprattutto quando si tratta di investimenti sullo sviluppo del turismo invernale, che ricadono sistematicamente su impianti di risalita e i loro annessi, come l’innevamento artificiale, senza valutare l’efficacia degli investimenti stessi.

I costi dell’innevamento

Cerchiamo sempre l’aiuto della tecnologia per soverchiare i cicli naturali, ma questa volta abbiamo fatto male i conti. Si ritiene che basti un massiccio uso di innevamento artificiale per continuare a sostenere uno sviluppo finito ormai in un vicolo cieco. Con un metro cubo d’acqua si producono circa due metri cubi di neve artificiale. Secondo una stima del WWF, ogni anno sulle piste italiane vengono impiegati a questo scopo circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e 600 gigawattora di energia, pari al fabbisogno di una città di circa 1 milione e mezzo di abitanti. I costi stimati per l’innevamento di un km di pista possono raggiungere i 45.000 euro a stagione, dato puramente indicativo e sottostimato. Inoltre, una condizione essenziale per ottenere la neve artificiale è che la temperatura si mantenga tra i -2 e i -12 gradi. Valori che ritroviamo sempre più solo nei racconti dei nostri genitori. Oltre al massiccio uso di risorse, la neve artificiale ha un alto contenuto di acqua liquida rispetto alla neve naturale, con un peso maggiore e una minore capacità di isolamento termico di quello esercitato dalla neve asciutta fra suolo e atmosfera. Questi fattori causano il congelamento del suolo impedendo il passaggio di ossigeno e provocano l’asfissia del sottostante manto vegetale. Nei luoghi soggetti ad innevamento artificiale è stato riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa fino a 20-25 giorni rispetto alla media. Il deterioramento del manto erboso rende i pendii più soggetti all’erosione ed al dissesto e altera l’ecologia e la biodiversità dei versanti montuosi.

Il caso Terminillo

Un esempio di questa miopia è emerso in questi giorni agli onori della cronaca grazie ad una petizione sottoscritta in pochissimi giorni da quasi 15.000 persone, che hanno deciso di dare un forte segnale nei confronti di “un progetto inutile e dannoso” (così viene definito dalla petizione su change.org #NOTSM, ancora aperta alla sottoscrizione).

A fine 2019, la Provincia di Rieti ha rilanciato un progetto denominato “Terminillo Stazione Montana Turismo Responsabile” (in sigla TSM) che abbraccia un ambito di area vasta comprendente i Comuni che circondano il Monte Terminillo. Un elaborato tanto minuzioso quanto ambizioso che prevede 10 nuovi impianti di risalita (oltre ai 7 esistenti), 7 nastri trasportatori non fissi in galleria, 37 chilometri complessivi di piste di sci alpino, 2 bacini di raccolta per impianti di innevamento programmato e 7 rifugi in bioarchitettura, con struttura amovibile in legno. Un’opera faraonica che a malapena arriva a quote di 1.900 metri ma che promette un forte rilancio del turismo invernale nel comprensorio. Un rilancio in cui sembrano credere molti attori importanti del territorio tra i quali le amministrazioni comunale, i sindacati, le associazioni di categoria.

Non tutti, però, sono convinti dei benefici promessi. Un gruppo di associazioni, nazionali e locali, si è ritrovato a fare i conti con un progetto che non è altro che la rimodulazione di un piano precedente fermato da una serie di incompatibilità. Le osservazioni al progetto che queste associazioni hanno presentato in seno alla Valutazione di Impatto Ambientale, nello spazio concesso alla società civile per intervenire sulle scelte che possono avere una interferenza con le risorse ambientali, evidenziano tre aspetti principali che sembrano rendere gli interventi incoerenti con i risultati attesi.

Il primo riguarda una serie di incompatibilità con le norme di tutela ambientale e paesaggistica. Il secondo riconosce il pesante impatto sull’habitat naturale del Terminillo e su alcune specie animali, a partire dall’orso bruno marsicano, specie a rischio estinzione e presente solo in limitate porzioni dell’Appennino centrale. Il terzo critica invece proprio il presunto ritorno economico di un investimento all’apparenza basato su dati insufficienti, su soluzioni di compromesso e, soprattutto, su un rapporto costi-benefici bollato come fallimentare. La costruzione delle opere richiede infatti investimenti per 49,3 milioni di euro, di cui solo una porzione minoritaria (20 milioni) risulta finanziata dalla Regione Lazio. Anche l’effetto sul turismo viene ritenuto come estremamente sopravvalutato.

Sarà un intervento da “accanimento terapeutico” come definito dal Dossier Nevediversa 2019 di Legambiente o rappresenterà un punto di rinascita del turismo invernale legato allo sci per il Terminillo? Probabilmente tutti speriamo in un futuro roseo, anche considerando che verranno spesi soldi pubblici, ma i segnali associano queste aspettative ad un miraggio.

La montagna virtuosa

Fortunatamente qualcuno ha saputo cogliere, come facevano i nostri vecchi, i segnali della montagna. Una capacità che li aiutava a “leggere il futuro” e a garantirsi la sopravvivenza.

Il Terminillo può avere una “seconda vita” con la ripresa delle vacanze estive godute lontane dalla calura di pianura e con la riscoperta dell’importanza della vita all’aria aperta, in luoghi salutari e non affollati.

La montagna sa accogliere e riservare doni in ogni stagione. Anche in inverno senza i costosi e anacronistici impianti. L’assenza di impianti viene promossa addirittura come valore aggiunto dall’Alpe di Luson “montagna pura senza impianti di risalita”, una vallata laterale della Val d’Isarco (Alto Adige), a 12 km da Bressanone, dove per la settimana bianca si organizzano escursioni con le ciaspole nei boschi di larice e cirmolo, attività di sci da fondo o escursioni da nordic walking per godere della magia di questa montagna incontaminata. Lo stesso hanno fatto a Renon “un balcone sulle Dolomiti” o in Val Fiscalina, nel Parco Naturale delle Tre Cime di Lavaredo, il regno delle ciaspole, dello sci alpinismo, delle slitte trainate dai cavalli e delle passeggiate molto facili che si possono affrontare persino con il passeggino.

La montagna d’inverno può essere ricca di opportunità che non hanno bisogno di grandi opere localizzate senza futuro ma sostegno e promozione diffuso con particolare attenzione all’innovazione ed alla qualità. Bisogna avere la mente aperta e lucida per vedere questa nuova strada e superare una ineludibile fase in cui il cambiamento climatico ci metterà alla prova.