Noi no! Come evitare che il commercio contribuisca alla perdita di foreste

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Noi no! 

Per evitare che il commercio di materie prime contribuisca alla perdita di foreste è fondamentale adottare pratiche sostenibili e responsabili

di Daniele Durso

L’importanza delle foreste non ha fermato la loro distruzione. Il mondo industrializzato gioca un ruolo significativo in questa crisi. L’Italia, ad esempio, contribuisce con consumi che portano alla distruzione, ogni anno, di una superficie forestale doppia rispetto a quella di Milano. Il nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) mira a regolare il commercio di materie prime critiche, imponendo alle aziende di dimostrare che i loro prodotti non contribuiscano alla perdita di foreste. Vedremo, ma intanto facciamo anche noi la nostra parte

Le foreste coprono oltre il 30% delle terre emerse. Esse rappresentano vere e proprie oasi di vita, ospitando circa l’80% della biodiversità terrestre, tra cui specie rare come il lemure del Madagascar, l’orango di Sumatra e il gorilla di montagna.

Esse, soprattutto, forniscono servizi essenziali per le nostre vite, dalla purificazione dell’aria alla regolazione del clima e svolgono un ruolo cruciale nella mitigazione del cambiamento climatico attraverso l’assorbimento di CO2.

Le foreste agiscono come silenziosi testimoni di un passato remoto, prima che l’intervento umano ne alterasse profondamente l’equilibrio. Tuttavia, la loro incalcolabile importanza non ha frenato la capacità umana di infliggerne la distruzione. Un vero paradosso: siamo impegnati a tagliare l’albero su cui siamo seduti.

Gravi perdite

Negli ultimi 30 anni, abbiamo assistito alla perdita di 178 milioni di ettari di foreste a livello mondiale, un’area tre volte la superficie della Francia. Questo drammatico declino è il risultato diretto delle nostre azioni e abitudini di consumo che accelerano la perdita di biodiversità e aggravano il cambiamento climatico. La conversione di terre forestali in terreni agricoli rappresenta oggi la principale minaccia con 5 milioni di ettari di foreste tropicali trasformati annualmente in piantagioni per soddisfare la crescente domanda globale di prodotti come carne bovina, olio di palma, soia, cacao, caffè e legno.

Dramma Amazzonia

La Foresta Amazzonica, l’ecosistema più colpito, ha visto negli ultimi 50 anni il 17% della sua superficie trasformata e deturpata per far spazio alle coltivazioni. Un fenomeno che minaccia di trasformare il “polmone verde” del mondo in una savana arbustiva, compromettendo la sua capacità di assorbire CO2. Anche se consapevoli di questa realtà, come dimostrano i dati allarmanti e i continui richiami degli scienziati, le azioni efficaci rimangono insufficienti.

Eppure, la distruzione dell’Amazzonia non solo rappresenta un colpo mortale alla biodiversità ma contribuisce in modo significativo alla crisi climatica globale, con la foresta che immagazzina 75 miliardi di tonnellate di carbonio, una risorsa vitale nella lotta al riscaldamento globale.

Il nostro ruolo

Il mondo industrializzato gioca un ruolo significativo in questa crisi, con l’Unione Europea che si posiziona come uno dei principali importatori di prodotti legati alla deforestazione. L’Italia, ad esempio, contribuisce in maniera sostanziale a questo fenomeno con consumi che portano alla distruzione di una superficie forestale doppia rispetto a quella di Milano ogni anno. Questa “deforestazione incorporata” sottolinea l’importanza delle scelte dei consumatori nel determinare il destino delle foreste mondiali.

Timide risposte

In risposta a questa crisi, il nuovo Regolamento europeo contro la deforestazione (Eudr) mira a regolare il commercio di materie prime critiche, imponendo alle aziende di dimostrare che i loro prodotti non contribuiscano alla perdita di foreste. Questa legislazione rappresenta un passo avanti verso un futuro in cui il commercio internazionale non sarà più un motore di distruzione ambientale ma un alleato nella preservazione del nostro pianeta.