Monti della Laga
dove la restanza diventa futuro
di Roberto Gualandri
Tra Abruzzo, Lazio e Marche, i Monti della Laga custodiscono alcuni dei borghi rurali più affascinanti e meno conosciuti d’Italia. Un territorio segnato dai terremoti ma animato dalla forza delle comunità locali che hanno scelto di restare, dando vita a un modello di rigenerazione culturale e sociale fondato sulla valorizzazione del patrimonio immateriale e della natura
Non esiste altro luogo così esteso nel nostro Paese dove la bellezza in miniatura sia disegnata alla sua massima espressione. Il merito è dei numerosi piccoli insediamenti rurali d’epoca medievale, tra i meno abitati d’Europa, adagiati qua e là lungo il confine di tre diverse regioni peninsulari – Abruzzo, Lazio e Marche – all’interno di un lussureggiante paesaggio appenninico.
Conoscere in profondità i Monti della Laga resta tuttavia un privilegio per pochi. Non soltanto perché è arduo raggiungerli in automobile lungo le tortuose e strette stradine, spesso a fondo sterrato o sconnesso, che si diramano dai Comuni di Acquasanta Terme, Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto, Campotosto, Crognaleto, Cortino, Rocca Santa Maria o Valle Castellana, ma soprattutto perché è mancato finora il coraggio istituzionale di valorizzare le popolazioni locali che continuano ad abitarli, nonostante le terribili ferite inferte dallo sciame sismico.
Questa assenza ha ritardato un percorso condiviso di rigenerazione sociale capace di mettere in risalto l’inestimabile patrimonio culturale esistente, lasciando questi territori sospesi tra marginalità geografica e rimozione simbolica.
La restanza e la natura
Protagoniste di questa resistenza silenziosa sono le donne e gli uomini della restanza, che nei borghi dei crateri del 2009 e del 2016 hanno scelto di rimanere e di continuare a vivere nelle proprie comunità.
Con coraggio hanno rifiutato la tradizionale gerarchia dei luoghi e la marginalità, scegliendo di restare, alzare ancora lo sguardo e riappropriarsi delle terre natie con rinnovata consapevolezza, contrastando il ritardo dei programmi di ricostruzione e il persistente disinteresse mediatico.
Eppure la natura continua tuttora a essere attraente e persino a emozionare chiunque si avvicini a questo peculiare baricentro geografico peninsulare, incluso nel perimetro del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
Un territorio collegato al mondo globalizzato soltanto da sottili e sinuosi solchi naturali disegnati dall’acqua con magistrale armonia: i millenari corridoi fluviali delle valli del Tronto, del Castellano, del Salinello, del Vezzola, del Tordino, del Vomano, dell’Aterno e del Velino.
Il Festival dei Borghi
L’occasione per tornare a sottoporre all’attenzione dei lettori questo delizioso comprensorio montano nasce dal successo del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga, un’idea di FederTrek Escursionismo e Ambiente APS per portare oltre i confini del parco alcune esperienze dirette realizzate dai cosiddetti “custodi di bellezze”.
Si tratta delle popolazioni residenti, in maniera fissa o saltuaria, che hanno deciso di riaprire i propri borghi spopolati e disabitati all’accoglienza e all’ospitalità rurale, per stimolare, nel momento di avvio della ricostruzione, un percorso partecipato di rivalutazione culturale e di rigenerazione sociale.
All’esperienza di coordinamento progettuale di FederTrek si è affiancata una efficace Rete Territoriale delle Comunità Locali, rappresentativa di tutti i versanti della montagna, costruita per lanciare una sfida forte: sollecitare i vari livelli istituzionali ad attivare modelli di amministrazione condivisa dei beni comuni.
Gli organizzatori hanno preso spunto proprio dalle linee geografiche di collegamento ereditate dalla storia per coinvolgere le amministrazioni territoriali nella valutazione di una diversa redistribuzione sociale, in grado di colmare i vuoti lasciati dal sisma e dallo spopolamento montano.
Cultura che rigenera
L’obiettivo è liberarsi da visioni localistiche, creando reti di collaborazione e dialogo intra-territoriale e inter-territoriale, ripensando la relazione tra città e paesi, aree costiere e montagna, per costruire una dialettica di continuità tra coloro che sono rimasti e coloro che sono partiti.
Se le Alpi saranno ricordate come le montagne delle Olimpiadi, gli Appennini, attraverso i Monti della Laga e il Gran Sasso, potranno proporsi come le montagne italiane della cultura.
L’occasione è offerta dalla designazione di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026, verso la quale il Festival diffuso intende farsi interprete ideale dell’obiettivo indicato nel dossier di candidatura, sintetizzato nello slogan “Un territorio mille capitali”.
L’efficacia progettuale di questo inedito festival culturale diffuso, già riconosciuto dall’‘Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) come buona pratica territoriale, è garantita dall’inclusione di 22 Comuni montani e dalla collaborazione di organizzazioni ed enti nazionali.
Tra questi figurano la Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura, l’UNCEM, Società Geografica Italiana, Slow Food Italia e l’Università degli Studi di Teramo.
Quante storie
Molte delle storie dei borghi della Laga sono rimaste simbolicamente sepolte sotto le macerie. Storie che non chiedono soltanto di essere ricordate ma di essere raccontate.
Da qui emergono i punti di forza della rassegna: il patrimonio culturale immateriale ancora esistente e il valore delle popolazioni restanti, che hanno finalmente trovato occasione di prendere parola e raccontarsi attraverso buone pratiche sociali, espressioni orali, linguaggi dialettali, rappresentazioni teatrali della tradizione, ritualità contadine e recupero degli antichi mestieri.
Il risultato è un viaggio itinerante nello straordinario patrimonio culturale immateriale tramandato dalle generazioni, come la transumanza, riconosciuta dall’UNESCO, e l’arte della costruzione in pietra a secco.
Chi desidera approfondire il tema può leggere anche il nostro speciale dedicato alla transumanza e alla cultura pastorale italiana.
Antichi saperi e pratiche artigiane trovano piena rappresentazione anche grazie al contributo di circa 65 aziende agricole familiari locali integrate nel progetto, che insieme ad albergatori, ristoratori e associazioni sostengono un percorso volto al riconoscimento di questa originalità geografica del gusto.
Tutte queste opportunità convergono in una progettualità integrata che considera i cittadini residenti come soggetti attivi, ideatori e realizzatori degli eventi, dando vita a straordinari esempi di cittadinanza attiva.
Oggi questa Rete di Comunità continua a crescere come un organismo vivo, coinvolgendo persone, associazioni, aziende agricole, scuole e presidi culturali, fino alla nascita dell’Osservatorio di Prossimità promosso insieme alla Società Geografica Italiana.
Ora una certezza emerge con chiarezza: i Monti della Laga continuano a crescere, connessi e vivi, grazie alle popolazioni che nel momento più difficile hanno scelto di guardare al futuro insieme.
per saperne di più:
Transumanza, la via delle greggi
Appennino perduto. Terre alte, che raccontano le storie degli uomini
































